mercoledì 30 dicembre 2020

Krapp's last banana

Il fratello di Krapp gli chiede per telefono una banana. -Perché per telefono -, si chiede dapprima; e poi: -Ma non sa egli che le banane servono a me e che se ne volesse dovrebbe chiedermene in anticipo? -.
Glielo vorrebbe dire ma teme che l’altro gli rinfacci la prevedibilità della sua richiesta, e infatti sta in silenzio all’altro capo del filo aspettandosi proprio questa obiezione. Perciò, Krapp tace, non sapendo al momento cosa dire di più. Poi dice: -Va bene -, e riattacca.
Parte alla ricerca della banana, pensa prima di andare al mercato, poi si ricorda che oggi non è giorno e quindi decide di recarsi al magazzino. Sul cavalcavia viene fermato dagli addetti del controllo del traffico: in città si sta svolgendo una corsa, così, nel momento in cui la gara passa nelle vie del quartiere, bloccano le auto per evitare incidenti. Attende, Krapp, dignitosamente, senza opporsi né arrabbiarsi, soltanto facendo mostra di aspettare, e per far vedere quant’è bravo rizza la schiena contro lo schienale della vettura. Ogni tanto guarda dal finestrino lo svolgersi della corsa, se podistica o in bicicletta non è ancora chiaro.
I vigili ostentano la paletta con severità, gonfiando il petto e tenendo indietro la testa, mento in fuori e gambe avanti, con stivali d’ordinanza. Lui pensa bene di ostentare a sua volta la sottomissione a quei segni, per simpatia o forse solo per concordanza. Attende e ripensa a Husserl, il filosofo, a come egli non abbia mai davvero tenuto conto dell’uomo, ma si sia limitato a proporre poche formule dalla pretesa di universalità. Ci vorrebbe Pascal, pensa, o Nietzsche, ma come ottenerli ora mentre si è in cerca di una banana per il proprio fratello, uno che quasi non ha un nome?

mercoledì 23 dicembre 2020

Una donna fragile

La donna dalle membra fini attende in fila con gli altri. La donna dalle membra fini e le ossa fragili scherza con chi fa la coda a quel banco. La donna, probabilmente una danzatrice classica, è volgare e pesante in quei motteggi, rivelando un’anima densa di brutture che mal si accorda e insieme si evidenzia nella leggiadria delle fattezze e dei modi. Dagli altri in coda è soprannominata “Fin’ossa”, e lei si pregia di quel nomignolo ammiccando d’attorno ogni volta che lo pronunciano. È un’offesa, ma lei lo volge ogni volta a suo favore.
La donna dalle membra fini, dalle ossa fragili, dai modi volgari e che è una ballerina, è un diavolo di donna, femmina perversa e cattiva, a cui bisognerebbe ogni momento rivolgersi con la frusta per domare quella malignità aspra che alberga nella sua spina dorsale, a cui lei si aggrappa per star su. Forse, la fragilità delle sue ossa l’ha privata degli arti inferiori, troppo deboli per sostenere un pur così debole peso: il vestito lungo non rivela né la presenza di gambe né quella di trampoli.
Ma quella sua spina del dorso supplisce a meraviglia al bisogno di deambulare attorno e schiaffeggiare gli altrui difetti con motteggi, e a nulla valgono gli epiteti che le si rivolgono: non la turbano per nulla, e più che un difetto è una ragione inconfutabile, una a cui non ci si può sottrarre. 

mercoledì 16 dicembre 2020

Divertimento

Quella testa è un gioco, un trucco: è fatta in modo che, se la si nutre, improvvisamente si gonfia, esplodendo poi alla fine, mutando nella metamorfosi l’espressione del volto, rendendosi prima grottesca, poi terribile, e infine amorfa. Funziona così, ed è un bel ridere se si usa davanti ai bambini, che per loro natura sono ignari e sempre aperti a questo genere di trucchi cinematografici (infatti, la testa è un tipico prodotto da film cosiddetto horror, di quelli raffinati, con dentro un gran numero di ributtanti sconcezze, e tutte realistiche): si mette la testa su un treppiede di fronte a un tavolo imbandito di cibo reale (quello che mangiano gli umani) e con gesto domestico si imbocca con un cucchiaio, inserendolo appunto nella bocca (s’è detto imboccare non a caso) della testa mostruosa, che già così la possiamo definire da certe prime mutazioni che avvengono in profondità. Da un preciso momento, identificabile con il crollo repentino degli eventi, facilmente riscontrabile a vista, a tatto direi, in poi, la testa non va più nutrita forzatamente: essa comincia a gonfiarsi come un corpo che vada putrefacendosi a grande velocità, la testa è scossa da un gran numero di contrazioni che ne cambiano la dimensione, l’espressione e la terribilità. È qui che i bambini gioiscono di più: nel vedere come si gonfia. L’attenzione che essi rivolgono all’oggetto, pregustandone il disfacimento come a opera di un’interiore minaccia, è doppia e piena di giubilo. Aspettano il gran botto, con impazienza, botto che però non avverrà: la testa si affloscerà come uno sformato tratto anzitempo dal forno di sua madre, proprio come Macduff, che però risultò vincitore, e proprio per quella ragione – la testa invece perderà la partita con il mondo reale.
Mica come la folla: è tutt’altra cosa, la folla. Si dirige schierata da un punto all’altro, disegnando come la sabbia smossa dal vento figure di Chladni sull’asfalto, disciplinata da un’idea collettiva: che so, la Massoneria, il Marxismo… di fatto, quell’ordine è un piacere. Costoro giubilano l’agnello del Signore: riga dopo riga, fila dopo fila, ordinatamente ognuna di quelle esprime un’idea, una sola senza curarsi di ciò che segue o precede, ma solo occupandosi di sé e della propria bellezza, della finitudine di quell’idea; per questo, che sia almeno nitida e ben detta, al resto ci penserà l’Agnello. Pare che saranno assolti, ma tutti insieme fanno un tutto ordinato e armonico, come un disegno o un ricamo, filo dopo filo formando un disegno: le perle di vetro disposte nello spazio del gioco disegnano figure che nulla sanno di sé, e proprio per questo esistono.


mercoledì 9 dicembre 2020

Tessuto

Il sarto è un uomo malvagio. Insidia i fanciulli, attirandoli nel suo negozio presentando loro pezzetti di stoffa colorata, trapuntati da lui stesso in meravigliosi ricami. Li mette tutti in una cesta, alla rinfusa, quasi senza costrutto né criterio. Poi li porta al sole, fuor di bottega, e i bambini vanno in visibilio: tuffano le mani nella cesta traendone manciate, di quei rettangolini. Sembra quasi di maneggiare frutta fresca, da quanto quella stoffa è morbida e gentile al tatto e alla vista. È un prodigio della tecnica sua, ed è quasi un paradosso che un uomo capace di tanta sottigliezza sia un bruto inesorabile e malvagio: compartimentalità stagna della psiche, dell’anima che dir si voglia – anche questo è stupefacente. 

mercoledì 2 dicembre 2020

Polygons

L’artista cinese, o giapponese, o orientale -- meglio dire orientale in quanto lei è oriente e orientamento della e per la musica contemporanea, apprezzata ai limiti del culto, ascoltata nei circoli più esclusivi, all’inizio sottovalutata eppure in grado di riempire (come stasera) cantine e palestre di appassionati sempre più attenti e infervorati dalla sua musica, le cui note risuonate attraverso un pianoforte esprimono idee concetti e sentimenti che mai (così dicono) erano stati espressi o raggiunti dall’arte musica – l’artista orientale, dicevamo, si prepara a suonare anche questa volta in condizioni di assoluta simpatia: il pubblico preme alle porte ancora chiuse dell’auditorium, un locale di fortuna, un seminterrato con le finestre alte sulle pareti, con le grate di sicurezza, ansioso di ascoltare ma soprattutto di vedere, che ascoltare lo può in tutta tranquillità nelle case proprie, previo acquisto dell’ultimo lavoro in CD dell’artista, questa occhialuta pianista nipponica, definitivamente del sol levante.
All’apertura del portone, tutti si slanciano alla biglietteria: saranno sì e no trenta-trentacinque persone, ma l’impulso è forte e trascinante. Al banchetto della cassa, una vecchia signora, forse la nonna dell’artista, vende i tickets, come dice in buon inglese il cartello attaccato al banco con nastro adesivo; li vende, ma con lentezza, e l’ansia di vedere o ascoltare è grandissima, e cresce sempre più con il trascorrere degli attimi: perché questa donna traccheggia in modo così esplicito? Che interesse ha a rallentarci nel godimento delle musiche dell’esimia nipote sua? Ci sono tradizioni dure da estinguersi il cui motivo di sopravvivenza sfugge anche alle menti più brillanti. In questo caso, i biglietti venduti questa sera sono per lo spettacolo di domani: ma come, se noi non siamo sicuri domani di esserci ancora? Quale demone della perversità si esprime in questo contorto modo? Eppure è così, e la calma messa in opera dalla vecchia orientale, mentre nella sala accanto già risuonano gli accordi della magnifica musica messa in scena per i seguaci più previdenti ci avvolge la mente e il corpo. Anche noi, vecchia, vogliamo entrare; dacci i biglietti e fa’ presto. No, dice lei, solo domani i biglietti saranno validi, avete più di venti ore di tempo da sprecare, che vi fa se io son così lenta? Vecchia, il desiderio ci brucia, non lo capisci? Domani, vi ho detto.
Di che cosa è fatta, questa musica? Sparse note, vocalizzi sincopati, e una strana meravigliosa atmosfera che non si addice alle nostre vite. Ella è come il suo nome, sfuggente e difficile da ricordare, le cui sillabe mal si accordano l’una con l’altra. La soddisfazione che si ha nel pronunciarlo è nulla rispetto al godimento che si ha nel cercare di rammentarlo. Ma al momento che viene in mente e possiamo finalmente dirlo, ci si accorge che quello è un nome, e come tale nulla dice di più di quel che è detto: la verità sta nell’aspettativa di quel nome, che arrivi alle labbra mentre la mente cerca di ricordarsene, inutilmente macinando quel poco di cui ci si rammenta. La bellezza sta tutta nella preparazione di esso, che attraversa un’innumerevole serie di varianti, ognuna portatrice di un senso che non è il suo ma che tuttavia esprime pur sempre qualcosa. Eppure, costei non è così astratta, e la sua musica è quanto di più concreto esista al mondo: chiedetelo ai suoi ammiratori, che a ogni nuovo show si accalcano alle porte, pronti a far scorrere fra loro il sangue e la violenza. 

mercoledì 25 novembre 2020

Capriccio scandinavo

Fra i componenti di questa famiglia, tronco principale e secondario, immissari ed emissari, parenti lontani e stretti, il cosiddetto stalking domestico fu pratica comune e inavvertita. La si metteva in conto e ordine quasi senza pensarci, e senza pensarci del tutto la si superava come faccenda usuale, con metodi spicci e poche parole, ponendolo allo stesso livello del nulla, fino a quando, grazie all’ultima donna di questa stirpe, fu compresa con una gravità dovutale più dalla moda corrente che da un corretto sentire, e chiamata con quel nome davvero poco eufonico.
Stalking domestico, per chi non è addentro al gergo in uso nella stampa e TV, è quel comportamento configurato in modo tale che chi lo subisce sente di non essere considerato correttamente; e qui cominciano i molti dubbi, come se il giudizio non scaturisse dall’intimo ma dovesse invece essere attribuito da un moto di simpatia esteriore e interiore, più o meno consentito.
Nei tempi e nella storia, quando ci si trovava davanti a questo, si usavano modi pratici, nati dall’arguzia e dall’ingegno, e come tali frutto dell’intelligenza. Nessuno si sarebbe mai sognato di lamentarsi per quello, ché sarebbe stato segno di debolezza, anche mentale. Si andava avanti tutto sommato lieti, perché erano altre le cose a cui badare; il cosiddetto stalking domestico non rappresentava nulla di grave o irrimediabile perché era felicemente superato anche e soprattutto non facendoci caso.
Ma che cos’è, insomma? È difficile da dirsi, perché, nella formulazione dei tardi giuristi, quasi ogni comportamento può rientrare, nell’ambito della famiglia, nel raggio determinato da quell’apertura: una parola distratta di critica, un’osservazione, un giudizio non troppo lusinghiero, uno scherzo crudele a mezza voce e mezze parole, tutto può rientrare nel reato. È sufficiente che ci si rivolga a qualcuno con la leggerezza della consuetudine dovuta a anni di matrimonio, è sufficiente un tono un po’ più aspro e ironico come ne usava Strindberg, e subito s’incappa nella restrizione e nella condanna: è tutta colpa di questa donna, l’ultima della famiglia in ordine di tempo e, a quanto sembra dai suoi discorsi, anche di intelligenza e mentalità. Afferma di essere stata vessata da continue osservazioni, dice che le sue parole sono rimaste inascoltate non ostante le abbia ripetute fino a perdere la voce; dice che nessuno le sta dietro a soccorrerla quando sta male e il mondo le par che cada a pezzi; dice che tutti concorrono a gravarle addosso facendola sentire inutile e inetta; e non sa che questo è il modo della nostra famiglia. Queste cose noi le abbiamo sempre tenute in non cale, e ciò non ci ha mai impedito di essere grandi, uomini e donne. Nessuno s’è mai lamentato, ma anzi ha sempre tirato avanti e rigato dritto, con fierezza e nobiltà, consapevole del nome e dell’essenza. E ora costei viene a lamentarsi (del nulla, poi!) e a minacciare di lasciare il marito: non ha costei un briciolo di sé per tirarsi su come con una gruccia e andare? Non sa che siamo tutti soli su questo pianeta, possessori di null’altro che della propria spina dorsale? A quanto pare, è così concentrata sul suo edonismo soffice da non rendersi conto praticamente di null’altro.

 

mercoledì 18 novembre 2020

Spettri

Le voci si schiantano nella testa. Per difendersi, c’è solo da schiacciare la testa del demonio che, urlando, penetra nel cranio facendolo dolere, invischiando il cervello in una rete nefasta. Schiacciare i crani è abbastanza facile: si deve dare l’assalto con tutto il corpo, e il peso deve piombare senza esitazione sull’osso temporale della testa del demonio, spaccandolo di netto con un rumore percettibile. Il sollievo è improvviso, subitaneo: la sensazione di rilascio è momentanea ma gradevole, e tutte le cose acquistano nuovamente peso e densità. Con quell’urlo nella testa, la frenesia è assicurata. Non è che sia un vero e proprio urlo, è più un rumore di sega circolare, lancinante, che prende possesso dei nervi e li manipola a suo modo. Sentire il fischio e subirlo è tutt’uno. L’unica via per salvarsi sono i colpi di tacco alle tempie, ma ora c’è un demonio, forse il più forte di tutti o solo l’ultimo di essi, le cui ossa resistono agli schianti, e il tacco, sebbene piombi con forza su quell’osso, non riesce a spezzarlo. C’è da prenderlo per le spalle e sbatterlo in terra, sulla pietra, ripetutamente con forza e determinazione, ma la tanto liberatoria macchia di sangue non arriva a spruzzare il grigio sasso per liberare di nuovo la mente.

 

mercoledì 11 novembre 2020

Glossario

 Un la-la-la-la emesso in falsetto non troppo acuto, un falsetto rilassato, sopranile, come per provare una tonalità, è forse un esercizio per sciogliere la gola in vista di una futura eloquenza? È un artificio tecnico per ottenere una bella voce scorrevole mediante la stimolazione delle corde vocali, della glottide e della lingua, insomma di tutti i muscoli della fonazione che devono sopportare il grande peso di una allocuzione?
Più che un esercizio è un tic, un riflesso condizionato dallo stress e dall’ira. L’autista d’autobus ne è affetto, e guidando la pesante vettura per le strade cittadine emette il suo la-la-la-la quasi senza prendere fiato, in circular breathing, dal naso e poi dalla bocca, più che altro dal naso. È stupefacente verificare quanta aria abbia nei polmoni: egli non fa una pausa. Di quest’uomo non si sa che pensare: dapprima si è imbarazzati perché pare il riflesso di un’asma, un respiro che nel farsi fischia inavvertitamente sfregando con dolore malcelato lungo le pareti dei polmoni e della canna, una cosa che si vorrebbe tanto mascherare.
Che sollievo nello scoprire parte della verità! Richiesto se quello sia effettivamente ciò che appare, un esercizio appunto, egli spiega quel la-la-la-la essere un riflesso nervoso dovuto all’ira: lo spiega con voce baritonale, ben impostata, di grazia superba, e nel farlo non interrompe quel suo la-la-la-la emesso dal naso: ha una doppia voce, una che ripete il la-la-la-la e l’altra che spiega, entrambe ben assortite. In qualche punto gli riesce difficile mantenere entrambi i flussi sonori, come se non potesse sostenerli entrambi con il medesimo sforzo, e allora è il la-la-la-la ad affievolirsi in certi passaggi complessi, come ad esempio nelle consonanti fricative ed occlusive. Ma la voce non cede mai, continua gentilmente a spiegare e dire, e senza vergognarsi di quel la-la-la-la, anzi quasi armonizzandosi a quella, di quel suo difetto, di come talvolta lo angusti e lo spinga a digressioni umilianti e ritardive come questa, che a questo punto non appare più come un difetto ma come meraviglia da guardare e ascoltare, nelle pause del viaggio, fino a che non sopraggiunga la noia.

 

mercoledì 4 novembre 2020

L'ultima cena

Ecco, caro Veladian: di fronte a un buon pranzo siamo tutti più disposti alla verità, anche lei e io. Dobbiamo quindi, mentre mangiamo questi cibi ottimi, fare un bel discorso per controllare punto a punto se ci siano state mancanze nel suo sistema di insegnamento. È vero che lei, essendo un rinomato istitutore, può essere in questa disamina il meno soggetto alla colpa e all’errore, ma quando lo sbaglio porta con sé, come in questo caso, conseguenze inevitabili a cui non si può porre rimedio se non con la morte provocata volontariamente, questa esaminazione s’ha da fare, s’impone anzi come un dovere che ha lo stesso valore di quello proposto dai suoi insegnamenti: esso va di pari passo con la sua scienza, per così dire.
Vede, caro Giulio Cesare: l’occhio che lei mi ha spinto a rivolgere tutt’intorno, protetto com’era dalla superba sua conoscenza, ha falsato alla fine il mio sguardo, rendendolo migliore di quel che doveva essere. Esso doveva infatti divenire mio, il mio proprio sguardo, e non il suo. L’insegnamento che mi ha trasmesso ha avuto il difetto di essere perfetto, troppo completo per essere finemente usato nella mia vita di reclusione. Lei, caro, sapeva bene che io non sarei mai uscito dalle stanze del mio palazzo, neppure per pregare, ché un passaggio privato mi unisce al Tempio qui vicino, e anzi quel Tempio ha da essere quasi considerato un’estensione del mio palazzo. Lei doveva istruirmi sul modo a me adatto, leggendo nel mio intimo le necessità a cui dar corpo, in un modo che non dovesse inimicarmi le potenze supreme. Lei mi ha reso troppo mondano là dove avrei dovuto essere spirituale, assai più della media.
Caro Veladian, i suoi discorsi non la difendono. Dicendo questo lei si impastoia sempre di più, dandomi ragione là dove crede di riaffermare i diritti che le spetterebbero. Lei ha sbagliato come non doveva, essendo lei il grande Giulio Cesare Veladian, ma le consento di riparare al suo errore: deve capire che io, con la scienza che lei mi ha trasmesso, non posso vivere. Adesso io so troppe cose d’una scienza inutile fra queste pareti, il mio unico conforto sta nel suicidio. Mi avvelenerò, anzi l’ho già fatto masticando questo cibo che io ho dato ordine di intossicare previamente, e lei mi farà compagnia gustando con me questi ottimi piatti provenienti dalle mie cucine. Sentirà: è buono, così buono che le parrà di non aver mai mangiato così bene. Mastichi, mastichi bene e a lungo, Veladian, lo senta passare e ripassare sulla lingua: questo gusto, questa consistenza, così come a me non sarà mai più dato di sapere con inutile precisione quello che lei mi ha insegnato, così questo sapore non le verrà dato di gustarlo una seconda volta; tanto chiaro è stato il suo dire, quanto velenosa sarà questa bontà.

 

mercoledì 28 ottobre 2020

La veglia

 Dei tre fratelli K., tutti e tre ricchi commercianti, il primo, il più piccolo, aveva ceduto la moglie a un uomo, un vecchio amico d’infanzia, per godere della figlia di costui; il mediano, avendo lasciato il lavoro con il grado di vicedirettore per diventare agrimensore, lasciò poi perdere anche questa impresa ritirandosi a vita privata. Il terzo, il più grande d’età e anche d’onore, il biondo eroe alto e bello, limpido come la fronte alta ove risplende la pura intelligenza, il soldato fermo come una statua, magnificente come la gloria – era lui quello morto.
Tutti noi in segreto volevamo partecipare alla veglia funebre per onorarlo degnamente e fregiarci della sua conoscenza, avremmo fatto carte false pur di essere lì, ma eravamo troppi a volerlo per essere tutti soddisfatti nel desiderio. Io, soprattutto, volevo esserci: fin dal pomeriggio ero andato a letto costringendomi a dormire in previsione della nottata. L’eccitazione aveva superato ogni limite, tanto che non riuscii a chiudere occhio, anche perché di sonno a quell’ora non ne avevo. Tanto meglio, mi dicevo: sarò ancora più lucido, eviterò in tal modo di fare figuracce. Una veglia funebre, e per un così grand’uomo, amato da tutti, era una cosa da non stare più nella pelle.
Avevo una mezza idea, al mattino dopo, di uscire in strada a sparare colpi di fucile in aria, per svegliare tutti come dopo una nottata gioiosa, quasi d’una resurrezione. Ero deciso a trascorrere la veglia nella gioia, perché ero convinto – anzi: io sapevo, non so dir come ma ero certo – che quella morte, che grande dolore recava alla famiglia di K. (egli non aveva ancora trent’anni, si può dire che avesse una vita davanti, e in essa avrebbe certo trovato il posto a lui più consono, un posto che di certo sarebbe stato onorevole) era in realtà una gioia, perché preparava il terreno a una grande rivoluzione delle anime che avrebbe interessato tutti, anche me nel particolare. Quel dolore, che faceva sussurrare nel pianto la madre dal morto, e questi sussurri schiantavano il cuore e la testa, si sarebbe tramutato presto in gioia, una gioia infinita (soltanto questa parola era in grado di descriverla) che sarebbe durata non una settimana o due o tre, ma anni e anni, e qui io mi vedevo davvero davanti agli occhi volar via le settimane come fossero copertine di giornale, rotocalco a cadenza settimanale, tutte uguali ma diverse, differenti immagini e colori nella stessa gabbia di impaginazione.
Ogni morte, e a maggior ragione una morte di qualcuno così grande come K., è segno di mutamento; e anzi, quel mutamento non potrebbe avvenire senza questa morte. Questo io mi dicevo, ch’era necessario e assurdo che egli morisse. Con questi pensieri mi preparavo gioiosamente ad affrontare la notte di veglia, quando vennero a suonare per dirci che i posti erano già tutti esauriti e che della mia presenza ne facevano a meno. Mi dispiacque, ma il pensiero del futuro imminente mi risollevò alquanto il morale.

 

mercoledì 21 ottobre 2020

Abiti

Ricordo che arrivammo alla Madrasa che era pomeriggio inoltrato. Era un giorno nuvoloso e caldo sebbene fossimo in autunno, e cominciava ad imbrunire. Ero giovane, allora, e affamato, e ricordo che prima di entrare, dopo che avevamo suonato e attendendo che venissero ad aprire, in quei secondi di sospensione, detti a mia madre il cibo che mi era avanzato dal viaggio, due pani di sesamo che avevo tenuto in mano fino a quel momento. C’erano anche le mie sorelle. Una volta dentro, le mie donne scomparvero, forse dirigendosi verso i locali a loro assegnati.
Mi avvicinai al banco del ristoro, che era gestito dalla moglie dell’Imam e dalle sue due figlie, una più bella dell’altra: l’una era al banco a servire insieme alla madre, l’altra sistemava i tavoli disposti nella stanza. Ricordo che ero vestito piuttosto male, e il lungo viaggio sostenuto a piedi non aveva di certo migliorato il mio aspetto. La figlia dell’Imam mi apostrofò aspramente:
-Non ti vergogni? Il tuo vestito è del tutto inadatto.
Non ero certo di bell’aspetto, e l’abito sebbene malmesso non aveva disegni o colori vivi, cose entrambe vietate all’interno della Scuola. Ero soltanto un po’ trasandato, ma ero giovane e entusiasta, due cose che forse bilanciavano la mia scarsa presenza. Io sapevo che ella aveva detto così perché l’avevo in qualche modo colpita, eccitando la sua fantasia. Decisi perciò di replicare alla giovane: il suo corpo era fine, ma i suoi abiti erano dozzinali:
-Forse che tu sei vestita meglio?
Questa frase la impressionò, tanto che stette un attimo in silenzio, immobile, come se il suo onore o la sua intelligenza fossero stati messi in dubbio da questo mio dire. Poi, rispose:
-Sì.
Era sicura di sé, ma io sapevo bene cosa dire, a quel punto. Era certo un po’ sconveniente rivolgersi così arditamente alla figlia dell’Imam, direttore della Madrasa presso cui stavo per essere ammesso, ma decisi di tentare, e di dare una bella lezione a quella ragazzetta che non sapeva tenere pe sé i suoi pensieri:
-No, invece, è il tuo corpo ad essere bello, ma i tuoi vestiti sono più brutti dei miei.
Lei era alta, snella, e sapeva di essere bella e di potersi abbigliare con qualsiasi straccio, e sarebbe stata ugualmente bella e desiderabile.
-Stavolta ha detto giusto! -, sussurrò la madre della giovane dietro il banco. Io quel corpo già lo desideravo pur avendolo visto in quella prima volta, e quando sentii lei che mi si rivolgeva in modo aspro, provai un desiderio fortissimo di soggiogarla, di tenermela stretta in pugno non solo fisicamente ma anche mentalmente. La mia risposta, pescata chissà dove con l’ostinatezza tipica dell’offeso fu la replica perfetta che la conquistò a me senza dubbio o incertezza. Ella fu mia fin da quel primo incontro; ma la cosa, essendo lei la figlia del mio all’epoca maestro futuro, era forse sconveniente, e molti, se non fossero offuscati come lo ero stato io dall’orgoglio, lo avrebbero notato. Ma io ero come accecato da lei, tanto che desideravo annullarla, del tutto, con le mie parole.

 

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Dittatore

L’uomo, il Re che chiamano Zio, improvvisamente è impazzito. Vero è che gli abbiamo augurato morte e malanni in gran copia, e che ci siamo trattenuti dal dargliele solo in virtù del pensare che un tale agire dipenda in fondo esclusivamente dalla religione e dalla morale, e come tale sia talmente personale da non poter essere messo in discussione. Ma stavolta il caso è assai più urgente – drammatico, lo si potrebbe definire.
Ci ha rinchiusi tutti nella sua camera: Egli, lungo disteso nel letto, imbottito di cuscini e coperte ricamate, pesantissimo su quelle morbidezze come potrebbe esserlo un Re, nelle medesime condizioni di rivolta (del Popolo) e asserragliamento nel Castello (del Re e del seguito), li tiranneggia da una clausura infinita, che non trova altre possibilità né sbocchi.
Da schizofrenico puro, la mania di persecuzione gli si avvita nel cervello, costringendolo a una visione più chiara, ma devastante, delle cose. Il suo seguito, tutti quelli che lo accerchiano nell’ora del suo trionfo sono (o sono stati) ladri, omicidi, traditori. Ecco, soprattutto traditori, della causa e di lui stesso, il Re. Adesso, lo vede bene, e tanto più il suo occhio è chiaro quanto più le porte si serrano, quelle della Camera, del Palazzo, del Castello. Alla vigilia della rivoluzione, tutto si incarognisce, e la collera del Re, accompagnata dalla pazzia, si stringe al punto da assomigliare alla tortura. Nella stanza, il seguito attenta alla salute del Sovrano mediante inghippi e stratagemmi, imbastisce storie per ingannarlo e fargli aprire le porte per tornare liberi. La libertà, vogliono: che stupidi, che non sapranno che farsene. Non capiscono che è questo il loro ordinamento ideale, quello in cui è dato loro di prosperare. Nella libertà moriranno, eppure si ingegnano di conquistarla, e con le trame vergognose dell’inganno. Non sono chiari con loro stessi nemmeno nell’ora del bisogno. Il Re ghiotto è distratto dall’offerta di dolci e di gelato, gli fanno intendere che dabbasso è giunto il gran Gelatiere Reale con assaggi di somma bontà. Le porte s’aprono, uno o due vanno di sotto a riceverlo. Ma è il dottore, arrivato in carro medico, con iniezioni di calmante e cianuro, per mettere a tacere il Re: riuscirà questo dottorucolo nell’impresa? A guardarlo, pare scarso, di umile carattere e ancor più umile sapienza. Per controbattere quel pazzo ci vorrebbe qualcosa di più sodo. Ma andiamo avanti: se tutto fallirà, saranno scoperti, e tutta la rete di inganni crollerà trascinandoli alla morte.
È bene imbastirla bene, questa menzogna, se ha un così alto prezzo. E allora, procediamo con l’avvelenamento del Re, vorrò proprio godermela nel momento in cui gli aghi, penetrando nella pelle attraverso spesse coltri di abiti regali, porteranno il sonno e l’inoffesa e la morte del Re. Vorrò proprio godermela tutta, di come faranno a impacchettarlo e vivere dopo senza remore o dubbi infestanti. Io dico che non ci riusciranno mai, e quasi quasi parteggio per il cosiddetto Zio, il re folle che vede più lontano di tutti.
-Hai sentito, il Re è impazzito! -, dice quello che è riuscito a sgattaiolare dabbasso per avvertire il dottore, e che poi per sé se l’è svignata. Racconta perfino della morte del Re, e che il Palazzo è chiuso (e con esso la biblioteca dai mille e mille volumi, guarda che disdetta che non ci si può nemmeno andare per istruirsi) mentre invece tutto è esattamente come prima. Mica scemo, l’amico! Se l’è data a gambe prima che i giochi fossero chiusi, e ora racconta la storia come se ne fosse stato lui l’autore. Non sa che il dottore, da incapace qual è, non è riuscito a combinare nulla, mettendo in allarme il folle, spingendolo a raddoppiare la sorveglianza. Adesso sì, che le stanze sono serrate! Nessuno ne uscirà mai più, tutto è segnato dalla pazzia, lo Zio folle che è Re tiene tutti stretti nel suo pugno.

mercoledì 7 ottobre 2020

A view to a kill

 I due gemelli, ammanettati l’uno all’altro, scendono i gradini della Tour Eiffel. L’uno è stato finalmente catturato dall’altro, almeno fino al momento in cui questo chiederà del fuoco. È sufficiente un gesto mille volte provato, un passaggio di fiammifero acceso e sigaretta, le mani s’incrociano come per un piacere reciproco, tocca l’una dove è l’altra scambiandosi in un attimo ruoli e posti, dove i due oggetti si scambiano di luogo grazie a un inavvertito movimento di dita e polso, che adesso l’uno è libero e l’altro ammanettato, e le catene sono sciolte. A guardarli, nulla pare cambiato, se non fosse per la pistola che ha cambiato proprietario. Lo si nota solo se si è tenuto sempre l’occhio fisso sui due, altrimenti, per il fatto che sono gemelli non si noterebbe nulla.

 

mercoledì 30 settembre 2020

La chiamata

Quest’uomo, che dovrebbe essere un portalettere ufficiale, si comporta invece da buffone, recitando (in modo sconcio e allusivo) le missive che dovrebbe invece consegnare. È un tipo alto, capelli a spazzola, e nulla si sa d’altro perché chi l’ha visto in azione lo ha potuto vedere soltanto incorniciato dal vano della porta, aperta per accoglierlo (e non suona nemmeno il campanello, dobbiamo noi attendere lui) ritto sulla soglia in controluce, le fattezze cancellate dal barbaglio del sole.
Prima che arrivi, si fa buio, un buio innaturale: si spengono le luci nei corridoi dei palazzi, negli androni, per le scale e i pianerottoli, solitamente ampi e comodi, negli ascensori. È una misura precauzionale. Anche il cielo non pompa più la luce necessaria a distinguere (si dice distinguere così, in generale), e l’occhio stenta a riconoscere, nei profili delle cose, gli oggetti a lui tanto cari. Ci si aiuta con le voci, umane e non, e per un po’ sbatacchiando e parlando per farci riconoscere andiamo avanti bene, senza grandi disagi. I ciechi sono quelli che si trovano meglio di tutti: si agitano flessuosi nello sciame di realtà che li circonda. I sordi, invece, è come se fossero morti. Tutti gli altri, si arrangiano alla meglio.
Prima che arrivi, è tutto un bussare alle porte, un agitarsi inutile, come se le menti fossero infebbrate da una precisione insensata: si corre in su e in giù cercando di rimediare ai torti, che poi tali non sono, profondendosi in spiegazioni prolisse e inutili su fatti del tutto irrilevanti… Dura poco, questa frenesia, perché poi arriva lui, e quando arriva si deve fare bene attenzione a ciò che dice, mandandolo a memoria senza fallo né ritardo, perché non c’è sostegno d’altro che della parola detta. E questa è la prima e l’ultima chiamata, non c’è da sperare in un richiamo successivo. Pur quel messaggio riguardandovi, egli non userà il vostro nome, non lo dirà nemmeno usando sciocchi nomignoli, assurdi e vezzeggiativi. Nondimeno, il messaggio è proprio diretto a voi, fatto di parole che a voi s’indirizzano e vi riguardano, desiderii, informazioni che in altro modo non è possibile ottenere.
Parlandovi, e parrà che vi stia dicendo tutt’altro, capiterà che vi tocchi, in modo anche offensivo; parrà che non gli importi nulla, né del messaggio né di voi. Il fatto di essere atteso così ardentemente non gli dà sensazioni né lo obbliga a ordini: ha l’autorità superiore dalla sua, quella che gli ha consegnato il da-dire. E quello lui lo dice, a pezzi, come controvoglia: dovrete stuzzicarlo con domande e paradossi, e con molto dubbio. Allora, cederà, quasi sottovoce. Lasciandosi sfuggire quella paroletta che è un consiglio – badate bene di coglierla, quella paroletta, e di seguirlo, quel consiglio. Non lo ripeterà. E tenete bene a mente senza confondere nomi e numeri il giorno e l’ora della convocazione, e il luogo e la via, dettagliatamente.
Una volta non sarà sufficiente: se ne sta già andando, richiamatelo, corretegli appresso e con mano risospingetelo sulla soglia, riprendendo le rispettive posizioni, e ripetetegli tutto parola per parola. Lui farà un cenno a ogni dire, per confermarlo, ma non dirà più di quanto ha già (una sola volta) detto.
-Lunedì 19 (cenno), alle 19 (che strano, anche di sera…) (cenno), in via (e qui la ripetizione non aiuta, che già dalla prima volta non si era capito) (suono indistinto che imita l’indistinzione recitata dal messaggero) (cenno) – e questo l’avete capito, finalmente. Finalmente si potrà procedere.
-E portate un secondo maglione. –
Detto questo, se ne va.


mercoledì 23 settembre 2020

Quartetto

La vecchia disse, per l’ennesima volta, al bambino: -Io voglio te.
-Ma perché? -, le chiese lui.
-Perché sei il meglio. –
Non riusciva a capire cosa significasse quell’essere il meglio, e soprattutto che cosa avesse a che fare con il noiosissimo lavoro di copiatura a cui con quella frase veniva consegnato. Non era un’elezione, qualcosa di cui essere fieri, ma un sacrificio a qualcosa che non si sarebbe capito mai. La vecchia fu però inflessibile: voleva quel bambino, e non altri, e lo voleva per la ragione che si è detto.
Trent’anni dopo, ancora non capiva per quale motivo fosse necessaria la sua presenza, non solo in quell’evenienza ma in ogni fatto, anche il più lato, che nella sua vita si trovava ad incrociare. Adesso, si trattava di testimoniare in merito ai recenti fatti. I suoi superiori, fra cui l’odiatissimo Colonnello, erano da tempo riuniti nell’ufficio del Generale a discutere della faccenda, e lui stava attendendo fuori, nel cortile della caserma, che lo chiamassero a deporre. Aveva visto tutto, e in più aveva intuito le relazioni che intercorrevano tra le varie persone responsabili del delitto. La sua testimonianza avrebbe contribuito molto a districare la complicata rete di rapporti fra i soggetti, senza di lui alla verità non ci sarebbero mai arrivati. Stavolta, era felice di essere utile in qualcosa. Sapeva anche di essere l’unico, in questo caso, a serrare in mano le fila di tutta la storia.
Il Colonnello lo fece chiamare dopo ore di inutile attesa. Ma cos’era successo, davvero? Presentemente, le idee gli si confondevano, di fronte ai tre seduti al tavolo, gruppo di cui lui avrebbe dovuto essere il quarto. Ah, sì: la colpa era della Donna, fu lei a dare inizio alla catena di eventi che condussero alla spiacevole conclusione. Quale fosse questa conclusione, non lo ricordava, era sicuro che l’avrebbe certamente ritrovata. Nel discorso, mentre fluisce, si trovano così tante cose che si sarebbe ritrovato anche questa. Nei loro sguardi, si lesse: Che idiota! Che buffone! E anche: Non ne è all’altezza.
Una volta dentro, quello gli disse, interrompendo un discorso che dal tono doveva essere ameno (ma non avevano finora parlato del delitto? Che cos’era tutta questa ilarità?), glielo disse indirettamente visto che pur guardandolo in faccia si rivolgeva al Generale: -Dalla testimonianza del Maggiore, ne faremo allora a meno…-. E poi, rivolto direttamente a lui: -Mi attenda giù, torno in macchina con lei.-
Se ne andò, senza salutare (erano anni, da che era Maggiore, che non salutava militarmente più nessuno): aveva la bocca piena d’amarezza come tante briciole difficili da inghiottire. Lo sforzo fatto per concentrarsi ed estrarre da quell’intrico un unico filo, luminoso e indiscutibile, era stato inutile: chiamato alla prova suprema, la sua debolezza fu di accettarla. Avrebbe dovuto dire no, e tempo e onore si sarebbero salvati.


mercoledì 16 settembre 2020

Emporio

Lo spaccio, che fa anche da speziale, ha l’ingresso fra la scuola e l’albergo: è un’istituzione molto antica, risalente al medio evo. L’ingresso è per questa ragione scavato nella viva roccia, come un antro scuro, che dopo alcuni passi si apre in un salone spaziosissimo e modernamente arredato. Entrando, vi è un dispensatore di numero: prendendone uno si acquista automaticamente un posto nella fila d’attesa, che in questo caso può tranquillamente slargarsi nel mezzo dell’ampio salone, poco illuminato a dire il vero da una vetrata opaca sul soffitto. I fatti recenti hanno distrutto i nostri averi e aspettative, ed è per questo che siamo in coda. Il servizio è continuamente rallentato da intrusioni di persone che chiedono alloggio credendo dall’ingresso che questa sia la scuola o l’albergo, entrambi requisiti dalle autorità, e la frustrazione assommata alla lentezza delle operazioni di smaltimento posticipa in ogni secondo i nostri desideri, il loro esaudimento: in ambasce ci siamo allontanati dalle case per raccogliere i beni di prima necessità, per noi e i nostri cari, e desideriamo fare ritorno al più presto alle rovine che sono le nostre dimore – e tutto è invece ad ogni istante rallentato fino all’arresto. Se noi non fossimo cittadini dell’Orlo, di quella zona vitale che non è vita ma che ancora non è nemmeno morte, se noi non fossimo abitatori del dubbio, volentieri ce ne staremmo fuori da tutto questo, e anche dalle conseguenze. Nessun sollievo ci viene alfine dal sapere che la richiesta del postulante di turno è stata soddisfatta e che quindi è potuto ritornare a casa: continuamente le operazioni sono interrotte da ignoti che nulla hanno a che fare con noi, e che cercano alloggi di fortuna.
-Andate via, signori-, verrebbe da dire loro, -lasciateci questo spazio a noi e arrangiatevi! Nessuna necessità ci accomuna -. Ma non abbiamo più parole, l’attesa ci ha abbrutito. Soltanto il vecchio gestore, un volto che è quasi una maschera, con quei denti sporgenti e la barba folta, all’ennesima intrusione sbotta: -Adesso ho capito perché non vendo nulla -. A questo dire, noi e lui scoppiamo a ridere d’un riso davvero divertito, liberatorio, che sorge dai polmoni e libera il petto, tanto che quasi non sentiamo più il freddo e la febbre, come se a un tratto tutto questo non ci riguardasse più, e noi e lui appartenessimo tutti a un’altra regione del mondo, a un altro mondo addirittura.


mercoledì 9 settembre 2020

Numero nove

Il lungo corridoio separava la porta della camera da quella d’ingresso. Piccole finestrelle in alto sulle pareti, pesantemente adornate queste da quadri, quadretti raffiguranti scene di genere, stampe dozzinali e disegni a matita, ricoperte da carta da parati anch’essa riccamente ornata, assicuravano l’aerazione ma non la luce, a cui si cercava di rimediare con due o tre lampadine disposte ad intervalli regolari, una prossima alla stanza in cui ci trovavamo adesso, una vicina all’ingresso, una più o meno a metà strada fra quelle: non ci si vedeva molto, ma la luce era calda e accogliente, e nascondeva (cosa molto importante) le imperfezioni disseminate ovunque, nei quadri, i quadretti, le pareti, il pavimento, la mancanza d’aria. Ma si stava bene, si avevano un sacco di idee su come occupare i minuti via via che ci si presentavano davanti.
Quelle luci le tenevamo spente: ormai, di quella casa, e di quel corridoio, se ne sapeva più di quanto fosse desiderabile sapere. Così, ci preparavamo per uscire, all’epoca e al momento in cui questa narrazione si svolge.
Le voci dei bambini si sentivano già da dietro la porta chiusa, o almeno ci parevano tali, nella foga dei preparativi non c’era tempo di farci caso. C’era semmai da mettere a posto certi dettagli nel vestire, l’abbigliamento della festa insomma, e questo forse giustificò una nostra eventuale mancanza a proposito dell’origine di quelle voci. Avvicinandoci alla porta d’ingresso per uscire sulle scale (una sola rampa, dritta dalla nostra porta al portone giù da basso che dava sul cortiletto interno, e seguire il corteo fino alla piazza) ci accorgemmo della stranezza di quelle voci dietro la porta: ripetevano in tono e con voce squillante una medesima frase, una formula incomprensibile (forse lo spessore del legno ci impediva di udire correttamente?), impossibile da ricordare che cosa veramente dicessero; era una sorta di squittio continuo, con poche variazioni, in cui mille e mille voci si sovrapponevano a formare un suono ronzante, molto acuto, di voce bambinesca appunto. Non appena ci rendemmo conto, con un certo orrore, comprensibile forse se si rapportano le aspettative che avevamo un momento prima della delusione (ma perché chiamarla delusione, fu proprio paura delle nostre percezioni), di quello che stava accadendo, serrammo la porta con tutte le mandate, le finestrelle in alto sulle pareti chiuse, e la stufa riempita da stracci e vecchi giornali spinti a forza per intasare il tubo, le finestre che davano sulla via chiuse con gli scuri, facendo attenzione a non guardare, e noi chiusi nella camera di fondo: non volevamo vedere, non volevamo sapere, si voleva solo che la cosa smettesse presto di angosciarci, che quel rumore anomalo terminasse. Che cos’erano, quelli? Bambini, o topi forse? Indemoniati, di sicuro, contagiati da qualche segreta forza a noi sconosciuta e da cui cercavamo di proteggerci. Troppo tempo passammo a prepararci, vestendoci nei nostri armadi, distratti dalle fogge degli abiti, dai loro colori e trame, irrimediabilmente deviammo l’attenzione dalle cose, e ora qualcosa di sconosciuto ci si parava davanti inaspettato. Come riconoscerlo? Non lo facemmo, infatti, accontentandoci di chiuderci in casa.
Cercammo un punto di fuga, una finestra (ideale, stavolta) da cui avere quella veduta tanto desiderata, quel punto impossibile che sempre nei nostri sogni si ripresenta: quattro segni circolari su una soglia, quattro impronte a distanza di pochi centimetri l’una dall’altra, quattro segni come se qualcosa fosse stato rimosso e solo quelle forme rimanessero a testimoniare – ma cosa? C’è sempre una stanza che è posta al di fuori degli spazi continui del ricordo, una stanza dimenticata che si cerca ogni volta di ricordare senza successo, un punto su un piano posto al di sopra o preferibilmente al di sotto da dove si gode una prospettiva nuova, che dà nuova luce e linfa a quel piano perennemente e senza sosta esplorato. Quella stanza che (e non si sa trovare altra parola che la definisca e la spieghi) è al-di-fuori – ed è là che ci rifugiamo ogni volta, è là che noi crediamo di entrare per capire ciò che in questa dimensione sta accadendo, è là che non entriamo mai.


mercoledì 2 settembre 2020

Arancio

Sul fuoco, a scaldarsi a bagnomaria, un bicchiere di kvas. Sarebbe kvas se si fosse in Siberia, gli è invece un aperitivo color mandarino. Lo prende e lo vuota d’un fiato: la sua colazione. Da quando è qui, è la prassi. Ha dormito con gli abiti addosso. Una buona nottata, sembra dal risveglio, in compagnia di una donna dalle lunghe gambe, che invece ha dormito nuda. È una piacevole usanza, quella del corpo rivestito di nulla, d’una giacca leggera per esempio, che con un tocco di polso può aprirsi per far scivolare la mano sul fianco o sull’inguine. Se non fosse che è una eterna lotta, teatrale, di posizioni e parti recitate, se non fosse per la fatica, sarebbe un contatto notevole sebbene inosservato. Nella stanza non c’è nessun altro. Lei si mette addosso una giacca colorata a coprire la sua nudità, ed è già pronta, al pari suo. Trangugiato l’ultimo goccio di liquore, si esce. Ha voglia di baciarla lungo la strada, ma si trattiene all’idea dell’odore che il suo fiato ha di certo dopo il bicchiere.


mercoledì 26 agosto 2020

Due tornasoli

*Wagner
Se si è seduti alla scrivania su una sedia scricchiolante, e alzandosi il rumore produce due note in successione con un intervallo di terza maggiore quasi consonante, troppo per essere solo un cigolio, allora cogliendo le due note al balzo, quasi senza pensarci, memori inconsci delle proprie frequentazioni musicali, continuerete a spingere la sedia con i popliti, leggermente all’indietro, ritmicamente e modulando come per proseguire quel movimento inavvertito che ha prodotto le due note dell’attacco; e in tal modo, a forza di colpetti, si riuscirà a suonare come su un violino scordato, a forza di cigolii, il motivo wagneriano della Cavalcata, giusto le prime note, le più famose. Nella stanza, una voce, non la vostra, risuona d’un’esclamazione secca, un abbaiare quasi zingaresco. Allora, facendo scattare l’interruttore per illuminare nella stanza semibuia questa e l’intruso, la luce non s’accenderà. In corridoio, dove vi sarete spostati nel frattempo, mezzi morti di paura, la luce è debole e non arriverà fin dentro alla stanza. È chiaro, ormai, che questo è un sogno. Nella realtà, forse avreste saputo eseguire la Valchiria con i cigolii della sedia, ma la luce si sarebbe accesa normalmente, rivelando l’intruso che vi ha dato la voce, o forse quel nessuno che avete soltanto immaginato quando capiste che era davvero troppo.
**Faust
La bambina è docile alla carezza: la accompagna con un leggero ritrarsi del corpo, come per meglio accoglierla, e non si accorge che facendo così esercita un influsso, una malia. Sarà forse per i suoi occhi o capelli, o per lo stare distesa su un fianco la testa abbandonata sul braccio, o per il rotolare a destra e sinistra per nascondersi e riapparire, ma Faust si sente attratto da lei fino a colmarla di attenzioni, ed è solo una bambina. È un tesoro da tenere caro, acquisterà valore con gli anni, quelli che le serviranno a capire i gesti che fa, un grande valore, e si sospetta quasi che ella sappia della sua bellezza. La riprova è che non vuole giocare, né da sola né con altri, ma desidera starsene lì come una gatta a farsi ammirare da lui: di certo, la luce dei suoi occhi deve incuriosirla molto.
-La bambina, la bambina… la bambina è una scusa per rimanere, è un difetto dell’anima, è un mastice che non tiene, - dice Faust. Lei non risponde, sgrana gli occhi e li richiude e lo guarda in silenzio, e lui non sa distogliere lo sguardo.


mercoledì 19 agosto 2020

L'arte

Questo tipo di plastico, in greco diorama, che riproduce in scala una strada cittadina completa di palazzi, vie, segnaletica, e tutti i dettagli come autovetture, vari altri veicoli, alberi, aiole, giardini pubblici, pali della luce, finestre in vetro, mattoni e ghiaia, tutto ciò che si ritrova in una strada cittadina con l’eccezione dei passanti, è esposto solitamente nelle grandi sale d’aspetto delle stazioni, o nelle halls degli alberghi di lusso o di palazzi dei congressi, luoghi insomma dove vi è un gran transitare di gente, gente che non si ferma né ha da fermarsi se non per lo stretto necessario a un saluto; e visto che il luogo stesso (hall o sala) è un luogo di passaggio che conduce dalla biglietteria al treno o alla nave, o da una sala convegni a un’altra, le persone non vi si soffermano che di quel tempo che gli dia agio di vedere quanti dettagli quel plastico dimostra, dettagli realistici e verosimili, sebbene in scala, estremamente godibili anche solo per quel tempo necessario al transito, tempo che viene abilmente rallentato dal desiderio dell’osservatore di soffermarsi su quei dettagli che forse gli ricordano di esperienze o frammenti di vite passate.
Anche le scuole guide, le più costose e raffinate, utilizzano questi plastici per illustrare le norme del codice della strada: lo espongono nel mezzo dell’aula e su quello fanno lezione. Quando ci arrivano gli ordini da queste scuole, raddoppiamo la cura e i dettagli perché tutto dev’essere come nella vita reale, e adesso a maggior ragione, ogni cosa al posto che è il suo nel modo che le è più consono; e nel plastico, il cosiddetto diorama, tutto è così ben fatto che quasi non c’è più bisogno della parola per illustrare la lezione odierna, e l’istruttore in questi casi si limita ad indicare tutto con un unico gesto, che comprende ogni cosa in ordine e armonia.
Costruire i plastici (la parola greca significa vedere attraverso) è un’arte difficile, la cui pratica abbisogna di anni per essere assimilata. La materia prima è la calce di vinile, una polvere (ce ne sono di grane e colori diversi) che mischiata ad acqua si fa duttile come vernice o creta, e viene stesa in questa forma sul piano a formare l’oggetto desiderato. La diluizione di quella polvere è un’arte in se stessa: l’acqua non dev’essere né tanta, altrimenti non ha presa e forma, né poca, o non si riuscirà a modellare niente; durante la lavorazione va aggiunta via via acqua, a occhio e mano che debbono essere allenati, perché la polvere con il passar del tempo tende a solidificarsi, ad asciugarsi assorbendo l’umidità in eccesso. Questo fenomeno è ben noto ai modellatori, e si chiama idrofagia (o igrofagia). Mantenendo l’impasto sempre duttile mediante l’aggiunta d’acqua, goccia dopo goccia, la pasta si modella facilmente in qualsivoglia oggetto o superficie. Stesa con una spatola diviene piana, e lavorata con i vari bulini assume vari aspetti: scabro, con disegni geometrici o fantasia, a ciuffi, a nuvole, a cespuglio, ecc… Come si può facilmente intendere dalle mie parole, nel plastico tutto è liscio anche là dove è ruvido: la ruvidità è così fatta ad arte che la scabrosità è mascherata da una patina di perfezione tale che l’occhio ne è subito soddisfatto, e viene anche nella realtà a vedere liscio quello che all’atto pratico non lo è.
La pratica dà la scienza necessaria a produrre questi effetti e a manovrare gli attrezzi. Con un pennello si può ricoprire la superficie precedentemente stesa per disegnarci su qualsiasi cosa si desideri o sia necessario dipingere: linee, o altro. Diluire quella polvere e stenderla efficacemente. Due cose apparentemente facili ma che richiedono anni per dominarle. Chi sa lo sa a menadito, tanto che non sa spiegarsele né dirsele: le si apprende sul campo. Chi arriva a costruire i diorami ha trascorso anni in oscuro apprendistato, a fare e disfare plastici che mai hanno visto la luce perché imperfetti. Sono prove necessarie all’apprendimento, e nessuno che le affronti ha la pretesa di far vedere al mondo quelle malfatte creazioni. L’apprendista deve stazionare per anni nell’angolo più buio del laboratorio, intento ad imparare silenziosamente. Alla fine, forse sarà ammesso alla creazione (collettiva, s’intende) di un plastico che verrà esposto, ma di questo non dovrà esser grato né compiaciuto, restando umile e tacito fino alla fine.
Si segue un’idea che pensata dia un senso di soddisfazione e pienezza anche se non esistono fatti a sostegno di quella, né oggetti che ad essa si riferiscono. La si segue perché il pensarla fa stare bene, e il girarsela in mente guida efficacemente le mani, che si muovono come per assecondarla: un senso interiore forgia il lavoro che forgia a sua volta la materia. Guai a soffermarsi sull’astrattezza di quell’idea, il lavoro ne risente subito, cedendo alla mancanza di terreno solido. È l’astratto che rende il concreto, e deviare da quello è sempre un disastro.
Basta assentarsi un attimo, dire per gioco che non sono più il direttore dei lavori, che subito i procedimenti sono sovvertiti, lasciati a loro stessi. Il lavoro ne risente, diventa imperfetto, non a piombo, con pennellate date a caso a destra e sinistra, senza misura né colore, non rispettando nemmeno la misura non scritta: chi vorrà mai dare uno sguardo a un tale panorama? È una creazione di demiurgo, questa. Infatti, è proprio così che in gergo la chiamiamo. Roba di scarto, se non fosse che l’artefice la decanti come una creazione superba e inimitabile. -Macché, ora si fa così!-, dice, tutto convinto. Dimostrargli il contrario è lungo e doloroso, e non è sicuro che alla fine capirà. Queste maestranze, quanti pensieri, quanti grattacapi danno, e che orrori squaderna, pare non ci sia mai un limite. No, tutto deve uscir fuori, mai un pudore che blocchi la valvola, e tutto in una forma senza criterio.


mercoledì 12 agosto 2020

I due

Alla spiaggia, avvicinarsi a lui è abbastanza facile: ti lascia fare, e anzi è contento se gli dai attenzione, ad esempio carezzandolo o toccandogli il corpo, o anche svestendolo o accomodandolo sulla sedia a sdraio o su quei comodi lettucci in riva al mare. Se lo fai, mostra chiari segni di soddisfazione. Anche, le borse del ghiaccio per alleviare la calura sono da lui gradite: lo rinfrescano e insieme gli fanno capire che non è solo e che la sua presenza è in quel luogo non solo tollerata ma anche auspicata, addirittura preferita a ogni altro. Questo è l’uno, che è mesto, novello Polinice. L’altro invece non è così, novello Creonte: appena si avvicina manca il respiro, e non per la paura. L’atmosfera si addensa, l’aria si fa più pesante, o rarefatta, e non figuratamente ma davvero. Il respiro deve spingersi a fondo per pompare aria, e anche così non si riesce a incamerarsi ossigeno a sufficienza per restare vivi. Mentre con il primo c’è un certo piacere nel non avere noie, con il secondo è una pena. Vuole lottare, e nell’avvicinarsi prova i suoi colpi più letali. Ciò, unito alla difficoltà polmonare, è micidiale, perché la lotta, sebbene smorzata, c’è davvero, e con armi bianche pesantissime che tagliano il fiato ancora di più.


mercoledì 5 agosto 2020

In corsia

L’agente segreto, biondo, all dressed in black, giace in un letto d’ospedale non a causa di un incidente di percorso, fatto sempre possibile vista la sua professione, ma per un vero e proprio attentato alla sua vita. Infatti, si era travestito da paziente di ospedale per svelare alcune losche trame che secondo lui si svolgevano all’interno del nosocomio, ma è stato scoperto da coloro che doveva con il suo spionaggio scoprire, e messo a tacere con una botta in testa (chiave inglese o ferro di sala operatoria, non è chiaro) e ora giace privo di sensi in uno di quei letti a motore, modernissimi ma scomodi, in una corsia del pronto soccorso. Nottetempo, i suoi amici lo vanno a trovare di nascosto, eludendo la sorveglianza (per loro essendo agenti segreti è cosa da nulla) stazionando ore intere a fianco della lettiga nel tentativo di estorcere da quel corpo morto informazioni relative alla sua caduta. Lo interrogano con un metodo nuovissimo, mesmerizzandolo e traendolo, novello Mr. Valdemar, dal suo buio nulla in cui probabilmente nel suo coma staziona. Gli fanno domande sottovoce, ed egli muove le labbra per rispondere (un metodo efficace, dunque) ma non emette suono: per costoro è sufficiente! Sono agenti segreti, pronti a tutto, anche a leggere sulle labbra mute del povero infermo le informazioni relative al fatto – e quanto parla, costui! Parla, parla, pare non finire mai, e non dice una parola. Muove le labbra e quei due, in lip-sync, gli fanno dire quello che vogliono.


mercoledì 29 luglio 2020

Una storia alla Henry James

Una storia del genere avrebbe potuto raccontarla H. J., tante sono le sottigliezze psicologiche in essa implicate e che da esse si diramano, sfuggendo quasi alla generale percezione delle cose. La sua maestria invece saprebbe fissarle con parole riconoscibili e nette, rendendole uniche come un’opera d’arte.
La storia è quella della corriera che, al mattino presto, passa per le campagne a raccogliere gli studenti dell’Istituto, giovani adulti che vanno in città per completare l’ultimo anno di studi. Sulla corriera, parlano del futuro, il loro, con gioia e apprensione come fa chi non sa bene di cosa sta parlando, e quei discorsi riempiono il lungo e noioso viaggio verso la Scuola. L’arrivo è previsto per le sette e trenta del mattino, un’ora buona prima che l’Istituto apra i cancelli per accogliere quelle menti desiderose di apprendere e farsi strada nella vita. Così, in quell’ora vuota rimangono a bordo della corriera ferma all’ingresso della segheria che fa da ricovero. Sorveglianti della fabbrica e custodi della scuola in quel tempo morto danno una occhiata ai giovani, che tutto vada bene e non ci siano liti, incidenti o altro, cose che potrebbero turbare l’ordine e la quiete di quell’ora, tanto necessarie al buon funzionamento; a quell’ora la segheria è ferma, attaccando i lavori nel momento esatto in cui apriranno i cancelli. Tutte le mattine, quel tempo scorre tranquillo: i sorveglianti girano d’attorno, gli studenti parlano sommessamente o ripassano la lezione, o scambiano opinioni delle più varie raccontandosi storie.
Tra i guardiani ce n’è uno che fino all’anno prima era uno studente: il dovere e la necessità gli hanno impedito di completare gli studi. Mentre s’aggira d’intorno occhieggia timidamente verso quei ragazzi suoi coetanei, soprattutto due giovani donne, sempre in coppia, invidiando non poco i loro discorsi. Qui, Henry James sarebbe maestro nel descrivere il mescolio di emozioni che vanno dall’orgoglio del solitario ormai cresciuto rispetto ai suoi simili, all’amarezza di non poter mai più fare parte del loro mondo.
Per tirarsi su di morale, si ripete che egli è ormai più di loro, essendo entrato nella vita degli uomini e avendo anche un lavoro che gli permette di guadagnarsi da vivere, mentre quelli sono ancora lì che discutono della lezione di ieri, senza cognizione di come le cose vadano davvero nel mondo. Se lo ripete ogni volta, questo discorso, e ogni volta l’invidia che prova per loro è sempre più acuta, più profonda.


mercoledì 22 luglio 2020

Il numero, il peso, ecc.

-Lei dovrebbe sentire quello che mi dicono, signore. Arrivano qui dopo ore di inutile anticamera a chiedere delucidazioni, del tutto scoraggiati, inservibili. Io, quando arrivano, non faccio parola, lascio che a parlare sia il posto dove siedo e la mia uniforme (non proprio una uniforme, soltanto un distintivo) e allora dovrebbe sentire cosa mi domandano.
Qualcuno esordisce chiedendo un certificato di iscrizione, qualcuno vuol sapere di una richiesta di scrittura nelle liste, altri si spingono oltre fino a domandare come ottenere un certificato di esistenza. Niente di meno. Forse lei crede che vogliano dire di esistenza in vita, di esistere nella cosiddetta realtà… no, non è mai così, si bloccano e si confondono (quando arrivano da me è dopo ore di sottile angoscia, quell’angoscia da sala d’attesa, ma questo credo di averglielo già detto) – ecco: si istupidiscono, e farfugliano cose senza senso, richiedono cose inesistenti, che mai hanno trovato luogo. Sono pochi, questi, ma non passa giorno che non ne veda almeno uno; arrivano, vanno agli sportelli dopo aver preso il numero d’attesa, e aspettano. Ma non è che il numero l’hanno preso, hanno solo fatto il gesto. Sa, si credono privilegiati, fino all’ultimo pensano di non dover fare la fila, credono in un’attesa simbolica… e si siedono sulle panche in attesa del turno che, com’è ovvio, non arriva mai. Dal banco ogni tanto i commessi sbirciano, ma loro fanno mostra di non vedere, gli occhi puntati sul contatore che scandisce i turni.
Dopo ore di attesa, cominciano a guardarsi intorno come per verificare se le cose procedono, o forse fanno così come per suggerire che le cose non vanno affatto. A quel punto, qualcuno gli fa notare che è l’ora di chiusura. Allora, ed è solo allora, vengono da me a chiedere l’informazione ormai inutile. La mia parola, a quel punto, è davvero importante, necessaria dopo tanta mancanza di parole. A renderla tale è quest’angolino del muro, sbrecciato e macchiato di umidità, dove è addossata questa sedia traballante, e il fatto che nonostante questa povertà dei segni io sia ancora seduto qui, in questo posto che mi rende quello che sono. La mia faccia, sebbene non dica nulla, pare dica tutto, ed è per questi dettagli che vengono da me, a chiedere.
Ma nemmeno loro sanno cosa vogliono: non sanno formulare la richiesta con le parole, non le sanno mettere in fila ordinata, credono che pensarla sia sufficiente, e non si sono mai preoccupati di scandirla per vedere se regge alla prova. Caro signore, a quel punto c’è da mettersi le mani nei capelli! Come li si può indirizzare se nemmeno loro sanno chiaramente cosa vogliono? Anche lei, dopo ore di scomoda attesa su una dura panca, e dopo aver mestamente valutato (ma dopo ore!) l’operato dei commessi al banco, viene da me e non sa che vuole, non sa dirlo… meno male che quello che lei desidera io lo so, devo saperlo, è il mio compito e il mio ruolo nella storia. Lei è come tutti: certificato di esistenza, di iscrizione, di ruolo, di essenza, di lista – fate una tale confusione! Invece, è tutto molto semplice e pratico, netto e di poche parole. Non lo sapete dire perché ci vuole ci vuole un certo coraggio. Non sembra, ma la gola si serra e il pensiero per un attimo manca. Io, non dico nulla: al punto in cui sono, di solito, lo capiscono da soli.


mercoledì 15 luglio 2020

Credito residuo

La donna bionda in pelliccia arriva all’improvviso come il cane nero di Faust; è una disposizione di cose assai peculiare, nel senso che in esse si ritrovano elementi dei più disparati, ma riuniti in una configurazione davvero speciale, rara a vedersi e per questo molto nociva all’animo umano. Solo questo sappiamo dei molti elementi ritrovati, e ogni successivo apparire, che dovrebbe confermare questa idea dandole lo statuto di legge, quasi, la quale ammetterebbe tra i suoi punti tutte le caratteristiche studiate molte delle quali ignote o ancora nascoste, s’infrange contro questa complessa mutevolezza, estremamente difficile a sceverare nei suoi elementi.
Di certo ha unghie lunghe. La donna bionda in pelliccia nera non fa un granché se non avvicinarsi, e nel farlo graziosamente lascia antivedere le cose che nasconde sotto all’indumento: è un occhieggiare rapido unito allo sbatter d’occhi, forse, o forse è solo l’avvicinarsi tendendo leggermente le mani verso l’interlocutore come per toccarlo o abbracciarlo ma senza farlo, senza compiere quel gesto accennato ma sorpassandolo, un attimo dopo già pentendosi, lasciandolo incompiuto carico di immaginazione, immaginazione tutta a carico dell’altro che le sta davanti – lei non fa niente, è tutta interpretazione.
Ella ha fattezze di volpe, di faina, l’osso frontale d’un mai visto appiattimento, le orecchie tirate all’indietro, il muso sporgente – non s’è veduto nulla di più attraente e ripugnante al medesimo tempo: è fatta proprio per sedurre. Dopo alcuni di questi accenni il cuore è pronto ad aprirsi a lei: è un mistero come ciò accada. Eppure, succede ogni volta (e anche questo pare di averlo detto un’infinità di volte, ma è così, è sempre così), e rivelarle l’esistenza del cassetto segreto in cui teniamo il tesoro è cosa fatta anche se forse al momento non è ancora detto. È questione di tempo, il flusso si è già insediato nella routine, tempo in cui le difese crollano una a una, con gran piacere e pena insieme.
Dettoglielo, è la fine: non vi lascerà più, e voi con ella non potrete mai lasciarla sola senza il timore che vada ad aprire e cercare nel cassetto per voi segreto. Chiuderlo non servirà. Né chiudere la stanza, né serrare la casa in cui c’è la stanza del cassetto. Fuori, non saprete cosa succede dentro, e passerete la vita ad aprire e chiudere l’uscio per sincerarsi di chi è dentro e chi fuori. È proprio in quei momenti che lei, sgusciandovi accanto non vista, si farà chiudere dentro senza che ve ne accorgiate.


mercoledì 8 luglio 2020

I colori di Ella

Ella è così veloce di mano che i desideri se li porta in tasca, accartocciati sì, ma pronti a ricevere la loro forma originaria a un semplice tocco di dita. Di fronte alle cose, Ella squaderna il suo campionario e sceglie, sulla base di quello, che cosa vuole, di ciò che le presenta davanti. Ci sono molti colori che Ella tiene in tasca: bordeaux, cinabro, ethic red, ethic blue, blu notte, blu indaco, blu di Parigi, blu pavone… ogni gusto un colore, i gesti anche quelli tenuti in tasca, accartocciati nel campionario, pronti a rifiorire a ogni scelta. Ella è il suo nome, diminutivo di Gemella. L’altra sua copia, siamese, non si vede in giro, accartocciata anche lei, tutta interiore, introflessa, raddoppiata su di sé a modo di fold-in, nota tecnica di confezionamento della realtà.


mercoledì 1 luglio 2020

Due pere marce

Mi raccomando, disse Cioran, soltanto Quiriti. Quirini?, s’informò l’altro. No, Quiriti, che siano soltanto pezzi relativi ai Quiritani.
Variando per l’ennesima volta il nome a cui l’aiutante doveva far caso per comprare i pezzi, l’antiquario (il noto antiquario, dovremmo dire) riprese a pensare ai fatti suoi, non facendo più caso all’altro, il quale si trovò improvvisamente espulso da quella sfera di umanità che lo prendeva ogni qual volta aveva occasione di parlare con il maestro. Solo, abbandonato a sé, con l’ordine contraddittorio di acquistare pezzi relativi a qualcosa che iniziava bene ma no si sapeva come terminasse (Quirini, Quiriti, Quiritani?) si mise in marcia, armato dei Collected Papers del suo padrone, sperando di trovare in quei fogli, squadernati per il troppo uso, qualche indizio dei desideri del maestro. Era un volume composto di fogli strappati, e sì che erano resistenti, legati in tela: l’uso e l’incomprensione reciproca avevano trasformato quella raccolta di detti in un surrogato di realtà. L’aiutante, sarebbe meglio dire il servo, consultava quei fogli ogni volta che il suo rapporto con il maestro, il padrone sarebbe meglio dire, si faceva insoddisfacente, lacunoso, frammentario; inoltre, quei Collected Papers, a forza di consultarli, erano diventati un coacervo di menzogne, in quanto la mancanza di alcune parti necessarie alla comprensione dei tutto, e le fitte note a margine annotate a lapis in tempi e grafie diverse, ne avevano fatto qualcosa di radicalmente diverso da ciò che era all’origine. Il servo, invece di chiedere spiegazioni direttamente al padrone, consultava i suoi scritti sperando di trovare la risposta che cercava, o quella che gli faceva più comodo al momento.
È vero che anche il padrone avrebbe potuto, nella sua permanenza accanto al servo, esprimersi con più chiarezza – ma ormai è tardi per fare questi rimarchi, il gioco è già cominciato e condotto, terminato anni e anni fa, e questa ne è solo una parziale ricostruzione. Fatto sta che il servo si ritrovò, nella sua sgangherata ricerca, in coda agli scavi archeologici, dove era stato approntato un banco di compravendita, un tavolaccio, un asse fra due capre messe di traverso, una cosa assolutamente provvisoria (assolutamente, in senso filosofico), in fila proprio dietro a una donna: questa taceva, guardando in giro con occhi di fuoco, a braccia conserte come qualcuno che voglia conservarsi stretto in petto il senno. Stette così in silenzio finché un cane di guardia agli scavi abbaiò, una volta sola.
Allora, quella esplose in una parola terribile, rivolta a tutti quelli d’intorno, una parola tanto terribile da allontanare le persone in coda al banco; lui si ritrovò da solo di fronte all’esecuzione dell’ordine del padrone. Ma non si ricordava più che cosa comprare, quali fossero i pezzi che il maestro antiquario gli aveva chiesto di trovare. Non seppe cosa chiedere, chiese la prima cosa su cui gli occhi si posarono, due frutta sul bancone degli archeologi, due pere marce. A un tipo così gli si potrebbe sparare alla schiena e nessuno ne sentirebbe la mancanza, né chiederebbe indietro il corpo. Se uno non lo fa è perché non si sa mai che cosa ci sia scritto in quei Collected Papers, forse là c’è un posto anche per lui, o una condanna.
Ancora oggi non riesce a ricordare quale fosse la terribile parola pronunciata dalla donna in coda. Non lo sa proprio, nemmeno lontanamente.


mercoledì 24 giugno 2020

Uno due

Ci sono due donne: una viaggia in macchina, piena di gente sul sedile posteriore; sono i suoi fantasmi, e come tali ciarlano e scherniscono chiunque salga a fianco a lei, prendendolo letteralmente per il collo. L’altra, invece, abita da sola in una villetta, assolata e solitaria la via, la si può sempre trovare in casa se ci si affaccia al giardino antistante, ma lei non fa entrare nessuno.
Scesi dall’una macchina viene subito voglia di entrare in quella casa, ma lei sta sulla soglia e continuamente respinge. Sono pochi quelli che hanno visto l’interno. Sul sedile a fianco rimangono un libro e un telefono, da prendere entrambi se si vuol rispettare la promessa: due anni senza vedersi con la Uno, un lungo tempo che difficilmente sarà arredato convenientemente, senza sentire il peso dei giorni. In quei momenti viene naturale passare da quella strada e salutare la Due (Uno Due per distinguerle, non per l’ordine), vedere se ha bisogno tanto da far entrare. Sta in piedi all’ingresso, s’informa cortesemente di fatti recenti. Viene voglia di accennarglielo, dei due anni, ma la sua serietà è così completa che si teme di apparire sciocchi. Così, si vedrà di riempire tutto quel tempo in altro modo. Già si ha voglia di tornare.


mercoledì 17 giugno 2020

Controscacco

Solo a vederlo in faccia viene da dire è morto, è bell’e morto, è già morto – e altre espressioni simili in cui ciò che varia è irrilevante e ciò che rimane è la parola morto, per la sua faccia soprattutto, una faccia morta, secca come la morte, priva di ogni spinta o movimento, seminascosta da un berretto a visiera che invece ne esalta le caratteristiche, tanto è grave la sua situazione. Lui si difende, ha paura di aver parlato, anche solo sottovoce, movendo le labbra senza emettere suono, dice non ho detto niente, e di solito a questo punto l’altro tace, sperando che capisca che non si tratta di parlare ma di evidenza.
Seguiamolo nei tentativi di uscire da qui, vediamo come si inganna prendendo un corridoio per una scala, un sottoscala per un’uscita o entrata. Fuori, gli si affianca una donna che lo chiama con il cognome giusto ma il nome errato. Lui ancora una volta si difende, prova a correggerla dicendoglielo giusto, ma lei non crede che egli sia chi dice di essere, e continua a trattarlo amorevolmente schiava di quella idea fissa. Egli non s’accontenta, vuole mettere le cose in chiaro, e alla fine lei gli dà ragione come la si dà ai bambini.


mercoledì 10 giugno 2020

Art for all

La folla dei manifestanti si riunisce festosa in Plaza Cinco de Mayo. Il luogo nulla ha a che fare con la nascita di Karl Marx, costoro nulla sanno della procrastinazione e delle leggi del plusvalore; forse, è la data di qualche colpo di stato travestito da liberazione, remoto nel tempo, in cui un dittatore fu ucciso e sostituito da un’altra figura del tutto simile, differente solo nel nome. Si riunisce là perché è la piazza più grande della città, l’unica che riesca a contenere quella folla: è come se tutto un mondo fatto di poveri e di ignoranti si fosse rovesciato lì, festeggiando un evento il cui senso è più grande delle loro menti, un fatto apparentemente inspiegabile ma presente. Il loro partito, il cosiddetto partito delle minoranze e degli oppressi, ha vinto le elezioni con maggioranza assoluta, fatto inaudito in un paese che raramente ha visto svolgersi elezioni libere e corrette – e anche in questo caso si hanno molti dubbi.
Ora è il momento di festeggiare, scompostamente com’è nel costume di questa gente, ché non conoscono altri modi, e con fragore inutile, senza misura. I capi, tre, dalla tribuna, salutano in effige in manifestanti. Il secondo passo sarà entrare nei musei e nelle biblioteche per portar fuori i tesori e le opere che vi sono custoditi, mossa sciocca e imprevidente, che (ma essi ancora nulla sanno né sapranno mai) travisa le indicazioni vaghe del partito date nei giorni della campagna elettorale, le quali nominavano vagamente un’arte per tutti; mossa furba e espressa ambiguamente, con modo tipico del politicante, che vuol promettere più di quanto può mantenere, dando voce per dire cose senza senso, ma con quei toni vibranti che coprano le mancanze che le parole non osano esprimere. Adesso, con il saccheggio dei musei, l’arte, esposta alle intemperie, si distruggerà rapidamente. Quegli individui, catturati nella rete della massa, agiscono come bambini, senza costrutto, seguendo un’idea vaga di libertà mentale che di per sé è irrealizzabile, in quanto si consuma da sé una volta esposta. Entrano ed escono dalle porte dei santuari portando in strada tutto, riempiendo d’arte le vie: credono di rivoluzionare lo stato delle cose, non si rendono conto che stanno per perdere tutto, che presto dell’arte di cui ora si stanno vantando, pavoneggiandosi con essa senza capirla, non rimarrà che un blocco annerito dalla pioggia e bruciato dal sole e dal vento. Hanno la testa piena di chiacchiere. I capi del partito, in certi comizi radiofonici, cercano di rimediare al danno ormai fatto, dicendo che se di arte loro parlarono intendevano semmai statue equestri in bronzo, non tutta quella roba. Ormai, è troppo tardi, e le effigi sul palco non hanno voce a sufficienza: il popolo festeggia all’ombra dei capolavori, che esposti all’aria aperta si stanno lentamente sciogliendo. Ma essi non si accorgono di nulla, sono troppo pieni di entusiasmo, troppo intenti a festeggiare per capirci davvero qualcosa.


mercoledì 3 giugno 2020

Senza scampo

Il presentatore dello show è un bruco peloso conservato sottovetro, gentile al primo sguardo, mellifluo e ingannatore al secondo. Intrattiene gli ospiti con spigliatezza, ma nasconde qualcosa nell’ombra degli occhi che mette ansia. È un dio che passeggia nel suo paradiso, inquieto non appena qualcuno vi mette piede. Allora si agita e ricorre a una serie infinita di trucchetti, veri giochi manuali che ingannano i sensi: se siete remissivi, sarete intrappolati. Ma anche alzando la voce, non si ottiene nulla: un vetro spesso lo protegge, è intoccabile, sebbene lo si possa tenere d’occhio in ogni momento. Dice: Questo è fantastico!, e con un gesto rapido vi sottrae qualcosa di vostro. È la fine: dopo quello, non ci sarà più riposo.


mercoledì 27 maggio 2020

Il tavoliere

Conoscete la storia di Macbeth? Era un uomo forte e giusto, ma quando tre streghe gli predissero che sarebbe diventato re, commise i peggiori crimini, finendo per morire lui stesso nell’impresa.
Così è nel tavoliere: va percorso tutto come si percorrerebbe una scacchiera, in modo geometrico e meditato. Ma non basta far così. Le azioni vanno compiute esattamente il giorno 9, dopo lo sganciamento della bomba che ha raso al suolo ogni cosa infettandola di radiazioni: lentamente, con mosse sempre uguali, pedantemente la scacchiera va percorsa tutta, con movimenti di Peano, descrivendo con una linea una figura che copra tutto il piano. Naturalmente, la radiazione ivi sprigionantesi, corrodendo il corpo della pedina, intorpidendolo con succhi nefasti, aumenterà le difficoltà. All’apparenza, quell’ingrossamento provoca piacere: toccandosi, si riesce a sentire tutto attraverso le vesti, che adesso si tendono sotto i muscoli risvegliati dalle emanazioni. Il piacere che si prova a considerare la mutata dimensione del proprio corpo è proporzionato alla morte che, ancora lontana e inimmaginabile, arriverà poi. Ma al poi c’è sempre tempo. Per adesso si va avanti e indietro come buoi che arano. Anche i pochi sopravvissuti che, inginocchiantisi presso are votive autocostruite e preganti i loro lari, sarà dato di incontrare, saranno sottoposti al rigonfiamento radioattivo: i loro corpi saranno impensabili, un paradiso di delizie e di possibilità. In virtù di questo, non sarà raro trovare momenti di eccitazione sensuale, soprattutto se rinnovati dal rinnovellarsi dei corpi – ma di questo sarebbe meglio lasciar stare, che il tempo non è molto e si deve arrivare alla meta prima che il desiderio, gonfiandosi, irrompa nel disegno delle cose e distrugga definitivamente la strada, cancellandola dalla mappa della città rasa al suolo, cancellando il tratto mentale pazientemente ricostruito.


mercoledì 20 maggio 2020

Red

L’affittacamere, di cui già molto sappiamo dagli scritti di autori come la Mansfield, narratori in grado di fermare anche i dettagli meno visibili, e di cui molto altro egli è venuto a conoscenza attraverso una frequentazione infida e malevolente (non per nulla è un compare del Gatto e della Volpe, altra celebre coppia non del tutto letteraria, e si dice non del tutto perché davvero esistenti, come presto vedremo) della cerchia a lor più intima, - possiede il vetro rosso: si trova nella finestra del salotto dell’anticamera, protetto alla vista da tende alla veneziana, e cortine di broccato. Per questo, il salone che accoglie il visitatore è in penombra – ma torniamo un momento all’affittacamere e a sua sorella. Le due donne, alte magre, sono il prototipo del genere: severe, occhialute, come due vecchie zie accolgono il viandante nella loro casa con sobrietà. Là, appunto, si trova il vetro rosso, appeso in terrazza, annesso alla lanterna a cui compete, una lanterna di come si usava un tempo nelle autostrade o in ferrovia, con l’alloggiamento del lume all’interno, lo sportello di chiusura, il ferro ricurvo per impugnarla e agitarla nel buio nel momento del senso dell’urgenza, e il famigerato vetro rosso, attraverso cui si sprigiona la luce avvertente, quel pericolo da cui sta cercando di preservarci. Quel vetro rosso, così ben molato, d’un rosso profondo e mai visto, è il suo obbiettivo.
Dopo molto ungere, egli è riuscito a farsi ammettere dalle affittuarie e guadagnare la loro fiducia, e una camera, in cui non alloggerà di certo visto che ciò è solo un pretesto per l’ingresso in quell’anticamera buia. Finalmente potrà agire con calma e depredarle del vetro. Lo fa subito, senza dar loro il tempo di rifiatare, appena entrato, nell’attimo in cui dall’altra stanza le due si avvicinano (e lui al buio può agire non veduto, prima ancora di stringere le mani e presentarsi, approfittando della confusione momentanea – è un attimo. Sgattaiola dietro la tenda, solleva la veneziana, e, prossimo alla lanterna, con un dito solleva il vetro dell’alloggiamento e se l’intasca.
Riguadagnare il posto nel salotto buio che fa da anticamera sarebbe un gioco se non ci si mettesse in mezzo un vaso da fiori, che nella bruschezza del gesto si rovescia: fortuna che è vuoto. Eccolo al punto di prima, la mano tesa in attesa di dare e ricevere, ed è tutto un ipocrita stringere mani e sorridere. È fatta, si dice, è mio.
Ma squilla il telefono: sono Gatto e Volpe, che con voce beffarda e con estrema impudicizia annunciano una visita, proprio qui alla pensione, proprio ora che deve andarsene e sparire: una visita per lui, direttamente a lui, con un’inaudita libertà di parole che fa quasi scandalo. Glielo dice, glielo urla dentro la cornetta di non venire, di non trattenerlo ulteriormente, dice no, no, lo ripete mille volte alzando ogni volta il tono della voce – ma quelli son già di sotto, pronti a salire. Sono finito, dice lui. Questa, insieme alla terrina rovesciata in terrazza, lo farà scoprire, anzi: è come se l’avessero già scoperto e catturato. Quel vetro rosso non sarà mai suo.


mercoledì 13 maggio 2020

Linea gialla

Il famoso miliardario zurighese Meier viaggia con la sua macchina a altissima velocità su strade e autostrade, senza mai fermarsi, né rallentare nei punti più difficili o scabrosi. Il mio navigatore parla chiaro, dice lui, mandando a tutti messaggi e segnali di precedenza, e ognuno, ricevendo il suo, deve farsi da parte e lasciarmi passare. Sono un uomo attivo, con mille interessi in mille punti diversi del globo, e devo essere in ognuno di quelli nel più breve tempo possibile. È un divertimento assoluto, aggiunge soddisfatto concludendo il discorso, tagliando corto sui reali motivi che lo spingono a mantenere quella velocità eccessiva. Una fede salda lo sorregge, proprio come accade al signor Di Meola, contadino: egli guida il trattore, gonfio come una vescica di color rosso vermiglione, per i campi che son suoi, lentamente, dirigendolo attraverso gli stipiti di fuoco fino a raggiungere la stanza più interna del cascinale. Io non conosco questo signor Di Meola, dice Herr Meier, ma se ha fede mi basta.
Com’è noto, ci sono molti modi per essere uomo di fede, almeno quattro, anche se io al momento ne ricordo solo due.
L’uno è prosciugarsi e farsi di pietra, secco e magro come un osso, leggero nell’aria quasi senza toccare terra, e grave come la morte che ne consegue, dalla forma inequivocabile, una morte che essendo sassosa non intacca nulla ma abbellisce.
L’altro è gonfiarsi e farsi di sale, imbibendosi di ogni umidità presente nelle atmosfere e farla propria senza starci a troppo pensare, e con essa veleggiare verso l’infinito che è anche nella profondità. A entrambe pertiene una linea gialla ch’è confine e alloggiamento, avvertenza e obbligo.
Ce ne sono sicuramente altre due, che mi sovvengono da una filastrocca che dice chiaramente il numero delle fedi essere quattro, ma il ricordo vivissimo del signor Di Meola, rinfrescato dai discorsi del miliardario Meier, me li ha fatti dimenticare. Probabilmente non erano importanti, e se forse lo erano non è bene che se ne parli così leggermente.


mercoledì 6 maggio 2020

Troppo facile

Adesso, i due possono solo guardarsi. Nemmeno farsi cenno possono, a distanza, ma solo lanciarsi l’occhio, che sia anonimo, che non si faccia notare troppo dall’occhio del padrone, il quale non perdonerebbe. Sono lì, lontani, che si scambiano un occhio impassibile, cercando di non farsi notare se non tra loro due soli, immersi o fintamente intenti in una pratica che non li assorbe né li interessa, intenti come sono intorno a quell’occhio che hanno cura di lanciarsi da lontano, lanciarsi e riprendersi senza muoversi né altro – solo l’occhio, che dice: Io brucio. Anche io. Di passione. Anche io. Troviamoci, alla fine della strada, ai cespugli, dopo il turno.
La strada, in quel punto, è invasa dalla rena della spiaggia vicina, e ancor più in là muore dietro un cespuglio di ortensie, vicino alla cabina telefonica: i due si ritrovano lì, brucianti d’amore, pronti a saltare. Al di là, si apre il bosco indistinto, verso cui non si può alzare lo sguardo per vergogna.
Qui, è da rappresentarsi un buco, una mancanza, dove lo scenario manca a un tratto di quel sostegno necessario della finzione che lo fa essere quello che è: il desiderio, improvvisamente mancando da qualche parte della scena, fa crollare le cose nell’inutilità propria dell’illusione. Il volto delle persone con l’umore cambia, pur rimanendo lo stesso. Così, la scena, che è sempre la stessa ma è cambiata. Ecco che i due si avvicinano al punto e fra loro, pronti a saltare nell’attimo della brama che poco prima li univa – o pareva farlo. Ora si capisce che uno dei due non può più competere né con l’aspirazione, né con l’altro, né con il desiderio dell’altro, e che il secondo si accorge di queste mancanze, e si ritiri per questo.
Ora qui c’è odore di polvere da sparo, non è chiaro a quale uso sia stata messa sulla scena. In mezzo alle gambe della donna, che ora è accovacciata davanti a lui. Da parte sua, di certo lo si vede dell’atteggiamento. Qualcosa salterà in aria se si fa un passo e si pasa all’azione. Dietro l’arbusto c’è forse qualcuno? C’è solo un passo, solo un’orma da calcare sulla sabbia sparsa sull’asfalto per annullarsi nell’occhio, ma nulla la convincerà a farlo. Ma chi, che cosa? C’è quell’uno nascosto di certo dietro quel cespuglio. C’è una miccia posta a difesa e che è pronta all’esplosione. Di più. Alla bruciatura. Tutto va a monte. Tutto rimane al di qua del bosco. Lo sguardo innalzato con fatica precipita nuovamente – evidentemente, non c’è stata fatica.


mercoledì 29 aprile 2020

Con preghiera d'inserire

La nuova serie televisiva, ideata molti anni or sono ma soltanto al giorno d’oggi realizzata, girata in pellicola bianco-nero ortocromatica nel classico formato 4:3, intitolata “Attacco degli anziani”, presenta tutte le caratteristiche dell’opera d’arte. Pensata per il sapiente come per lo sciocco, essa attrae e respinge a fasi alterne, legando il secondo con promesse che si riveleranno fatue e irrealizzabili, allontanando il primo dimostrandogli che la sua sapienza è nulla rispetto a quella qui narrata, e che molto entrambi hanno da fare se vogliono raggiungere la condizione umana. “Attacco degli anziani” presenta un’idea, unica e fastidiosa, che si dipana lungo tutte le tre parti che formano la storia, ovvero che gli Anziani rappresentino un male pernicioso che ostacola la vita dei protagonisti, male che mai si rende visibile, ma rimanente sempre, in quanto idea astratta, nel sottofondo, nascosta da mille altre cose, senza mai rivelarsi appieno né dimostrare la sua validità mostrando quegli Anziani che la storia addita come responsabili del massacro.
È infatti un vero massacro, e non solo di idee e di intenzioni, tutte abortite lungo il corso della storia, quello che conduce in modo tanto persuasivo la vicenda.