mercoledì 30 dicembre 2020
Krapp's last banana
mercoledì 23 dicembre 2020
Una donna fragile
mercoledì 16 dicembre 2020
Divertimento
Quella testa è un gioco, un trucco: è fatta in modo che, se la si nutre, improvvisamente si gonfia, esplodendo poi alla fine, mutando nella metamorfosi l’espressione del volto, rendendosi prima grottesca, poi terribile, e infine amorfa. Funziona così, ed è un bel ridere se si usa davanti ai bambini, che per loro natura sono ignari e sempre aperti a questo genere di trucchi cinematografici (infatti, la testa è un tipico prodotto da film cosiddetto horror, di quelli raffinati, con dentro un gran numero di ributtanti sconcezze, e tutte realistiche): si mette la testa su un treppiede di fronte a un tavolo imbandito di cibo reale (quello che mangiano gli umani) e con gesto domestico si imbocca con un cucchiaio, inserendolo appunto nella bocca (s’è detto imboccare non a caso) della testa mostruosa, che già così la possiamo definire da certe prime mutazioni che avvengono in profondità. Da un preciso momento, identificabile con il crollo repentino degli eventi, facilmente riscontrabile a vista, a tatto direi, in poi, la testa non va più nutrita forzatamente: essa comincia a gonfiarsi come un corpo che vada putrefacendosi a grande velocità, la testa è scossa da un gran numero di contrazioni che ne cambiano la dimensione, l’espressione e la terribilità. È qui che i bambini gioiscono di più: nel vedere come si gonfia. L’attenzione che essi rivolgono all’oggetto, pregustandone il disfacimento come a opera di un’interiore minaccia, è doppia e piena di giubilo. Aspettano il gran botto, con impazienza, botto che però non avverrà: la testa si affloscerà come uno sformato tratto anzitempo dal forno di sua madre, proprio come Macduff, che però risultò vincitore, e proprio per quella ragione – la testa invece perderà la partita con il mondo reale.
Mica come la folla: è tutt’altra cosa, la folla. Si dirige schierata da un punto all’altro, disegnando come la sabbia smossa dal vento figure di Chladni sull’asfalto, disciplinata da un’idea collettiva: che so, la Massoneria, il Marxismo… di fatto, quell’ordine è un piacere. Costoro giubilano l’agnello del Signore: riga dopo riga, fila dopo fila, ordinatamente ognuna di quelle esprime un’idea, una sola senza curarsi di ciò che segue o precede, ma solo occupandosi di sé e della propria bellezza, della finitudine di quell’idea; per questo, che sia almeno nitida e ben detta, al resto ci penserà l’Agnello. Pare che saranno assolti, ma tutti insieme fanno un tutto ordinato e armonico, come un disegno o un ricamo, filo dopo filo formando un disegno: le perle di vetro disposte nello spazio del gioco disegnano figure che nulla sanno di sé, e proprio per questo esistono.
mercoledì 9 dicembre 2020
Tessuto
Il sarto è un uomo malvagio. Insidia i fanciulli, attirandoli nel suo negozio presentando loro pezzetti di stoffa colorata, trapuntati da lui stesso in meravigliosi ricami. Li mette tutti in una cesta, alla rinfusa, quasi senza costrutto né criterio. Poi li porta al sole, fuor di bottega, e i bambini vanno in visibilio: tuffano le mani nella cesta traendone manciate, di quei rettangolini. Sembra quasi di maneggiare frutta fresca, da quanto quella stoffa è morbida e gentile al tatto e alla vista. È un prodigio della tecnica sua, ed è quasi un paradosso che un uomo capace di tanta sottigliezza sia un bruto inesorabile e malvagio: compartimentalità stagna della psiche, dell’anima che dir si voglia – anche questo è stupefacente.
mercoledì 2 dicembre 2020
Polygons
mercoledì 25 novembre 2020
Capriccio scandinavo
Fra i componenti di questa famiglia, tronco principale e secondario, immissari ed emissari, parenti lontani e stretti, il cosiddetto stalking domestico fu pratica comune e inavvertita. La si metteva in conto e ordine quasi senza pensarci, e senza pensarci del tutto la si superava come faccenda usuale, con metodi spicci e poche parole, ponendolo allo stesso livello del nulla, fino a quando, grazie all’ultima donna di questa stirpe, fu compresa con una gravità dovutale più dalla moda corrente che da un corretto sentire, e chiamata con quel nome davvero poco eufonico.
Stalking domestico, per chi non è addentro al gergo in uso nella stampa e TV, è quel comportamento configurato in modo tale che chi lo subisce sente di non essere considerato correttamente; e qui cominciano i molti dubbi, come se il giudizio non scaturisse dall’intimo ma dovesse invece essere attribuito da un moto di simpatia esteriore e interiore, più o meno consentito.
Nei tempi e nella storia, quando ci si trovava davanti a questo, si usavano modi pratici, nati dall’arguzia e dall’ingegno, e come tali frutto dell’intelligenza. Nessuno si sarebbe mai sognato di lamentarsi per quello, ché sarebbe stato segno di debolezza, anche mentale. Si andava avanti tutto sommato lieti, perché erano altre le cose a cui badare; il cosiddetto stalking domestico non rappresentava nulla di grave o irrimediabile perché era felicemente superato anche e soprattutto non facendoci caso.
Ma che cos’è, insomma? È difficile da dirsi, perché, nella formulazione dei tardi giuristi, quasi ogni comportamento può rientrare, nell’ambito della famiglia, nel raggio determinato da quell’apertura: una parola distratta di critica, un’osservazione, un giudizio non troppo lusinghiero, uno scherzo crudele a mezza voce e mezze parole, tutto può rientrare nel reato. È sufficiente che ci si rivolga a qualcuno con la leggerezza della consuetudine dovuta a anni di matrimonio, è sufficiente un tono un po’ più aspro e ironico come ne usava Strindberg, e subito s’incappa nella restrizione e nella condanna: è tutta colpa di questa donna, l’ultima della famiglia in ordine di tempo e, a quanto sembra dai suoi discorsi, anche di intelligenza e mentalità. Afferma di essere stata vessata da continue osservazioni, dice che le sue parole sono rimaste inascoltate non ostante le abbia ripetute fino a perdere la voce; dice che nessuno le sta dietro a soccorrerla quando sta male e il mondo le par che cada a pezzi; dice che tutti concorrono a gravarle addosso facendola sentire inutile e inetta; e non sa che questo è il modo della nostra famiglia. Queste cose noi le abbiamo sempre tenute in non cale, e ciò non ci ha mai impedito di essere grandi, uomini e donne. Nessuno s’è mai lamentato, ma anzi ha sempre tirato avanti e rigato dritto, con fierezza e nobiltà, consapevole del nome e dell’essenza. E ora costei viene a lamentarsi (del nulla, poi!) e a minacciare di lasciare il marito: non ha costei un briciolo di sé per tirarsi su come con una gruccia e andare? Non sa che siamo tutti soli su questo pianeta, possessori di null’altro che della propria spina dorsale? A quanto pare, è così concentrata sul suo edonismo soffice da non rendersi conto praticamente di null’altro.
mercoledì 18 novembre 2020
Spettri
Le voci si schiantano nella testa. Per difendersi, c’è solo da schiacciare la testa del demonio che, urlando, penetra nel cranio facendolo dolere, invischiando il cervello in una rete nefasta. Schiacciare i crani è abbastanza facile: si deve dare l’assalto con tutto il corpo, e il peso deve piombare senza esitazione sull’osso temporale della testa del demonio, spaccandolo di netto con un rumore percettibile. Il sollievo è improvviso, subitaneo: la sensazione di rilascio è momentanea ma gradevole, e tutte le cose acquistano nuovamente peso e densità. Con quell’urlo nella testa, la frenesia è assicurata. Non è che sia un vero e proprio urlo, è più un rumore di sega circolare, lancinante, che prende possesso dei nervi e li manipola a suo modo. Sentire il fischio e subirlo è tutt’uno. L’unica via per salvarsi sono i colpi di tacco alle tempie, ma ora c’è un demonio, forse il più forte di tutti o solo l’ultimo di essi, le cui ossa resistono agli schianti, e il tacco, sebbene piombi con forza su quell’osso, non riesce a spezzarlo. C’è da prenderlo per le spalle e sbatterlo in terra, sulla pietra, ripetutamente con forza e determinazione, ma la tanto liberatoria macchia di sangue non arriva a spruzzare il grigio sasso per liberare di nuovo la mente.
mercoledì 11 novembre 2020
Glossario
Un la-la-la-la emesso in falsetto non troppo acuto, un falsetto rilassato, sopranile, come per provare una tonalità, è forse un esercizio per sciogliere la gola in vista di una futura eloquenza? È un artificio tecnico per ottenere una bella voce scorrevole mediante la stimolazione delle corde vocali, della glottide e della lingua, insomma di tutti i muscoli della fonazione che devono sopportare il grande peso di una allocuzione?
Più che un esercizio è un tic, un riflesso condizionato dallo stress e dall’ira. L’autista d’autobus ne è affetto, e guidando la pesante vettura per le strade cittadine emette il suo la-la-la-la quasi senza prendere fiato, in circular breathing, dal naso e poi dalla bocca, più che altro dal naso. È stupefacente verificare quanta aria abbia nei polmoni: egli non fa una pausa. Di quest’uomo non si sa che pensare: dapprima si è imbarazzati perché pare il riflesso di un’asma, un respiro che nel farsi fischia inavvertitamente sfregando con dolore malcelato lungo le pareti dei polmoni e della canna, una cosa che si vorrebbe tanto mascherare.
Che sollievo nello scoprire parte della verità! Richiesto se quello sia effettivamente ciò che appare, un esercizio appunto, egli spiega quel la-la-la-la essere un riflesso nervoso dovuto all’ira: lo spiega con voce baritonale, ben impostata, di grazia superba, e nel farlo non interrompe quel suo la-la-la-la emesso dal naso: ha una doppia voce, una che ripete il la-la-la-la e l’altra che spiega, entrambe ben assortite. In qualche punto gli riesce difficile mantenere entrambi i flussi sonori, come se non potesse sostenerli entrambi con il medesimo sforzo, e allora è il la-la-la-la ad affievolirsi in certi passaggi complessi, come ad esempio nelle consonanti fricative ed occlusive. Ma la voce non cede mai, continua gentilmente a spiegare e dire, e senza vergognarsi di quel la-la-la-la, anzi quasi armonizzandosi a quella, di quel suo difetto, di come talvolta lo angusti e lo spinga a digressioni umilianti e ritardive come questa, che a questo punto non appare più come un difetto ma come meraviglia da guardare e ascoltare, nelle pause del viaggio, fino a che non sopraggiunga la noia.
mercoledì 4 novembre 2020
L'ultima cena
Ecco, caro Veladian: di fronte a un buon pranzo siamo tutti più disposti alla verità, anche lei e io. Dobbiamo quindi, mentre mangiamo questi cibi ottimi, fare un bel discorso per controllare punto a punto se ci siano state mancanze nel suo sistema di insegnamento. È vero che lei, essendo un rinomato istitutore, può essere in questa disamina il meno soggetto alla colpa e all’errore, ma quando lo sbaglio porta con sé, come in questo caso, conseguenze inevitabili a cui non si può porre rimedio se non con la morte provocata volontariamente, questa esaminazione s’ha da fare, s’impone anzi come un dovere che ha lo stesso valore di quello proposto dai suoi insegnamenti: esso va di pari passo con la sua scienza, per così dire.
Vede, caro Giulio Cesare: l’occhio che lei mi ha spinto a rivolgere tutt’intorno, protetto com’era dalla superba sua conoscenza, ha falsato alla fine il mio sguardo, rendendolo migliore di quel che doveva essere. Esso doveva infatti divenire mio, il mio proprio sguardo, e non il suo. L’insegnamento che mi ha trasmesso ha avuto il difetto di essere perfetto, troppo completo per essere finemente usato nella mia vita di reclusione. Lei, caro, sapeva bene che io non sarei mai uscito dalle stanze del mio palazzo, neppure per pregare, ché un passaggio privato mi unisce al Tempio qui vicino, e anzi quel Tempio ha da essere quasi considerato un’estensione del mio palazzo. Lei doveva istruirmi sul modo a me adatto, leggendo nel mio intimo le necessità a cui dar corpo, in un modo che non dovesse inimicarmi le potenze supreme. Lei mi ha reso troppo mondano là dove avrei dovuto essere spirituale, assai più della media.
Caro Veladian, i suoi discorsi non la difendono. Dicendo questo lei si impastoia sempre di più, dandomi ragione là dove crede di riaffermare i diritti che le spetterebbero. Lei ha sbagliato come non doveva, essendo lei il grande Giulio Cesare Veladian, ma le consento di riparare al suo errore: deve capire che io, con la scienza che lei mi ha trasmesso, non posso vivere. Adesso io so troppe cose d’una scienza inutile fra queste pareti, il mio unico conforto sta nel suicidio. Mi avvelenerò, anzi l’ho già fatto masticando questo cibo che io ho dato ordine di intossicare previamente, e lei mi farà compagnia gustando con me questi ottimi piatti provenienti dalle mie cucine. Sentirà: è buono, così buono che le parrà di non aver mai mangiato così bene. Mastichi, mastichi bene e a lungo, Veladian, lo senta passare e ripassare sulla lingua: questo gusto, questa consistenza, così come a me non sarà mai più dato di sapere con inutile precisione quello che lei mi ha insegnato, così questo sapore non le verrà dato di gustarlo una seconda volta; tanto chiaro è stato il suo dire, quanto velenosa sarà questa bontà.
mercoledì 28 ottobre 2020
La veglia
Dei tre fratelli K., tutti e tre ricchi commercianti, il primo, il più piccolo, aveva ceduto la moglie a un uomo, un vecchio amico d’infanzia, per godere della figlia di costui; il mediano, avendo lasciato il lavoro con il grado di vicedirettore per diventare agrimensore, lasciò poi perdere anche questa impresa ritirandosi a vita privata. Il terzo, il più grande d’età e anche d’onore, il biondo eroe alto e bello, limpido come la fronte alta ove risplende la pura intelligenza, il soldato fermo come una statua, magnificente come la gloria – era lui quello morto.
Tutti noi in segreto volevamo partecipare alla veglia funebre per onorarlo degnamente e fregiarci della sua conoscenza, avremmo fatto carte false pur di essere lì, ma eravamo troppi a volerlo per essere tutti soddisfatti nel desiderio. Io, soprattutto, volevo esserci: fin dal pomeriggio ero andato a letto costringendomi a dormire in previsione della nottata. L’eccitazione aveva superato ogni limite, tanto che non riuscii a chiudere occhio, anche perché di sonno a quell’ora non ne avevo. Tanto meglio, mi dicevo: sarò ancora più lucido, eviterò in tal modo di fare figuracce. Una veglia funebre, e per un così grand’uomo, amato da tutti, era una cosa da non stare più nella pelle.
Avevo una mezza idea, al mattino dopo, di uscire in strada a sparare colpi di fucile in aria, per svegliare tutti come dopo una nottata gioiosa, quasi d’una resurrezione. Ero deciso a trascorrere la veglia nella gioia, perché ero convinto – anzi: io sapevo, non so dir come ma ero certo – che quella morte, che grande dolore recava alla famiglia di K. (egli non aveva ancora trent’anni, si può dire che avesse una vita davanti, e in essa avrebbe certo trovato il posto a lui più consono, un posto che di certo sarebbe stato onorevole) era in realtà una gioia, perché preparava il terreno a una grande rivoluzione delle anime che avrebbe interessato tutti, anche me nel particolare. Quel dolore, che faceva sussurrare nel pianto la madre dal morto, e questi sussurri schiantavano il cuore e la testa, si sarebbe tramutato presto in gioia, una gioia infinita (soltanto questa parola era in grado di descriverla) che sarebbe durata non una settimana o due o tre, ma anni e anni, e qui io mi vedevo davvero davanti agli occhi volar via le settimane come fossero copertine di giornale, rotocalco a cadenza settimanale, tutte uguali ma diverse, differenti immagini e colori nella stessa gabbia di impaginazione.
Ogni morte, e a maggior ragione una morte di qualcuno così grande come K., è segno di mutamento; e anzi, quel mutamento non potrebbe avvenire senza questa morte. Questo io mi dicevo, ch’era necessario e assurdo che egli morisse. Con questi pensieri mi preparavo gioiosamente ad affrontare la notte di veglia, quando vennero a suonare per dirci che i posti erano già tutti esauriti e che della mia presenza ne facevano a meno. Mi dispiacque, ma il pensiero del futuro imminente mi risollevò alquanto il morale.
mercoledì 21 ottobre 2020
Abiti
Ricordo che arrivammo alla Madrasa che era pomeriggio inoltrato. Era un giorno nuvoloso e caldo sebbene fossimo in autunno, e cominciava ad imbrunire. Ero giovane, allora, e affamato, e ricordo che prima di entrare, dopo che avevamo suonato e attendendo che venissero ad aprire, in quei secondi di sospensione, detti a mia madre il cibo che mi era avanzato dal viaggio, due pani di sesamo che avevo tenuto in mano fino a quel momento. C’erano anche le mie sorelle. Una volta dentro, le mie donne scomparvero, forse dirigendosi verso i locali a loro assegnati.
Mi avvicinai al banco del ristoro, che era gestito dalla moglie dell’Imam e dalle sue due figlie, una più bella dell’altra: l’una era al banco a servire insieme alla madre, l’altra sistemava i tavoli disposti nella stanza. Ricordo che ero vestito piuttosto male, e il lungo viaggio sostenuto a piedi non aveva di certo migliorato il mio aspetto. La figlia dell’Imam mi apostrofò aspramente:
-Non ti vergogni? Il tuo vestito è del tutto inadatto.
Non ero certo di bell’aspetto, e l’abito sebbene malmesso non aveva disegni o colori vivi, cose entrambe vietate all’interno della Scuola. Ero soltanto un po’ trasandato, ma ero giovane e entusiasta, due cose che forse bilanciavano la mia scarsa presenza. Io sapevo che ella aveva detto così perché l’avevo in qualche modo colpita, eccitando la sua fantasia. Decisi perciò di replicare alla giovane: il suo corpo era fine, ma i suoi abiti erano dozzinali:
-Forse che tu sei vestita meglio?
Questa frase la impressionò, tanto che stette un attimo in silenzio, immobile, come se il suo onore o la sua intelligenza fossero stati messi in dubbio da questo mio dire. Poi, rispose:
-Sì.
Era sicura di sé, ma io sapevo bene cosa dire, a quel punto. Era certo un po’ sconveniente rivolgersi così arditamente alla figlia dell’Imam, direttore della Madrasa presso cui stavo per essere ammesso, ma decisi di tentare, e di dare una bella lezione a quella ragazzetta che non sapeva tenere pe sé i suoi pensieri:
-No, invece, è il tuo corpo ad essere bello, ma i tuoi vestiti sono più brutti dei miei.
Lei era alta, snella, e sapeva di essere bella e di potersi abbigliare con qualsiasi straccio, e sarebbe stata ugualmente bella e desiderabile.
-Stavolta ha detto giusto! -, sussurrò la madre della giovane dietro il banco. Io quel corpo già lo desideravo pur avendolo visto in quella prima volta, e quando sentii lei che mi si rivolgeva in modo aspro, provai un desiderio fortissimo di soggiogarla, di tenermela stretta in pugno non solo fisicamente ma anche mentalmente. La mia risposta, pescata chissà dove con l’ostinatezza tipica dell’offeso fu la replica perfetta che la conquistò a me senza dubbio o incertezza. Ella fu mia fin da quel primo incontro; ma la cosa, essendo lei la figlia del mio all’epoca maestro futuro, era forse sconveniente, e molti, se non fossero offuscati come lo ero stato io dall’orgoglio, lo avrebbero notato. Ma io ero come accecato da lei, tanto che desideravo annullarla, del tutto, con le mie parole.
mercoledì 14 ottobre 2020
Dittatore
L’uomo, il Re che chiamano Zio, improvvisamente è
impazzito. Vero è che gli abbiamo augurato morte e malanni in gran copia, e che
ci siamo trattenuti dal dargliele solo in virtù del pensare che un tale agire
dipenda in fondo esclusivamente dalla religione e dalla morale, e come tale sia
talmente personale da non poter essere messo in discussione. Ma stavolta il
caso è assai più urgente – drammatico, lo si potrebbe definire.
Ci ha rinchiusi tutti nella sua camera: Egli, lungo
disteso nel letto, imbottito di cuscini e coperte ricamate, pesantissimo su
quelle morbidezze come potrebbe esserlo un Re, nelle medesime condizioni di
rivolta (del Popolo) e asserragliamento nel Castello (del Re e del seguito), li
tiranneggia da una clausura infinita, che non trova altre possibilità né
sbocchi.
Da schizofrenico puro, la mania di persecuzione gli si
avvita nel cervello, costringendolo a una visione più chiara, ma devastante,
delle cose. Il suo seguito, tutti quelli che lo accerchiano nell’ora del suo
trionfo sono (o sono stati) ladri, omicidi, traditori. Ecco, soprattutto
traditori, della causa e di lui stesso, il Re. Adesso, lo vede bene, e tanto
più il suo occhio è chiaro quanto più le porte si serrano, quelle della Camera,
del Palazzo, del Castello. Alla vigilia della rivoluzione, tutto si
incarognisce, e la collera del Re, accompagnata dalla pazzia, si stringe al
punto da assomigliare alla tortura. Nella stanza, il seguito attenta alla
salute del Sovrano mediante inghippi e stratagemmi, imbastisce storie per ingannarlo
e fargli aprire le porte per tornare liberi. La libertà, vogliono: che stupidi,
che non sapranno che farsene. Non capiscono che è questo il loro ordinamento
ideale, quello in cui è dato loro di prosperare. Nella libertà moriranno,
eppure si ingegnano di conquistarla, e con le trame vergognose dell’inganno.
Non sono chiari con loro stessi nemmeno nell’ora del bisogno. Il Re ghiotto è
distratto dall’offerta di dolci e di gelato, gli fanno intendere che dabbasso è
giunto il gran Gelatiere Reale con assaggi di somma bontà. Le porte s’aprono,
uno o due vanno di sotto a riceverlo. Ma è il dottore, arrivato in carro
medico, con iniezioni di calmante e cianuro, per mettere a tacere il Re:
riuscirà questo dottorucolo nell’impresa? A guardarlo, pare scarso, di umile
carattere e ancor più umile sapienza. Per controbattere quel pazzo ci vorrebbe
qualcosa di più sodo. Ma andiamo avanti: se tutto fallirà, saranno scoperti, e
tutta la rete di inganni crollerà trascinandoli alla morte.
È bene imbastirla bene, questa menzogna, se ha un così
alto prezzo. E allora, procediamo con l’avvelenamento del Re, vorrò proprio
godermela nel momento in cui gli aghi, penetrando nella pelle attraverso spesse
coltri di abiti regali, porteranno il sonno e l’inoffesa e la morte del Re.
Vorrò proprio godermela tutta, di come faranno a impacchettarlo e vivere dopo
senza remore o dubbi infestanti. Io dico che non ci riusciranno mai, e quasi
quasi parteggio per il cosiddetto Zio, il re folle che vede più lontano di
tutti.
-Hai sentito, il Re è impazzito! -, dice quello che è
riuscito a sgattaiolare dabbasso per avvertire il dottore, e che poi per sé se
l’è svignata. Racconta perfino della morte del Re, e che il Palazzo è chiuso (e
con esso la biblioteca dai mille e mille volumi, guarda che disdetta che non ci
si può nemmeno andare per istruirsi) mentre invece tutto è esattamente come
prima. Mica scemo, l’amico! Se l’è data a gambe prima che i giochi fossero
chiusi, e ora racconta la storia come se ne fosse stato lui l’autore. Non sa
che il dottore, da incapace qual è, non è riuscito a combinare nulla, mettendo
in allarme il folle, spingendolo a raddoppiare la sorveglianza. Adesso sì, che
le stanze sono serrate! Nessuno ne uscirà mai più, tutto è segnato dalla
pazzia, lo Zio folle che è Re tiene tutti stretti nel suo pugno.
mercoledì 7 ottobre 2020
A view to a kill
I due gemelli, ammanettati l’uno all’altro, scendono i gradini della Tour Eiffel. L’uno è stato finalmente catturato dall’altro, almeno fino al momento in cui questo chiederà del fuoco. È sufficiente un gesto mille volte provato, un passaggio di fiammifero acceso e sigaretta, le mani s’incrociano come per un piacere reciproco, tocca l’una dove è l’altra scambiandosi in un attimo ruoli e posti, dove i due oggetti si scambiano di luogo grazie a un inavvertito movimento di dita e polso, che adesso l’uno è libero e l’altro ammanettato, e le catene sono sciolte. A guardarli, nulla pare cambiato, se non fosse per la pistola che ha cambiato proprietario. Lo si nota solo se si è tenuto sempre l’occhio fisso sui due, altrimenti, per il fatto che sono gemelli non si noterebbe nulla.