mercoledì 28 aprile 2021

Nero

Io commisero, tu commiseri, egli commisera, noi commetteremo, voi commetterete, essi commisero – con questo gioco di parole termina la storia. Ma come inizia? Con un giovane, la cui pelle negra resiste alle intemperie, tanto che può camminare scalzo anche nella città piovosa e notturna. Si veste, nudo fin nell’intimo, d’un impermeabile grigio da agente segreto, e prende l’ultimo tram della notte che lo porti in città: le vie bagnate e nessuna protezione contro il buio, nelle cui ombre si nascondono alberelli e rotaie. Alla fermata, alle prime avvisaglie di civiltà, scende e s’incammina di nuovo verso casa. Il suo nume tutelare è Harry Belafonte, le cui musiche si canticchia internamente mentre scalzo passeggia. Va nudo nell’oscurità, corpo frutto dell’invidia e del desiderio, invisibile ma non a se stesso, scoperto a ogni occhio e attacco, imperturbabile, la mente rivolta ad antichi sentieri. Poi, pensa, le piante dei piedi mi dorranno per giorni. Però si riscuote, ripensa alla savana, alle sabbie brucianti che gli hanno temprato l’epidermide, rendendola come cuoio, a gomma vulcanizzata e ultraresistente: che cosa vuoi che sia un po’ d’umido, il pavé e le rotaie? e la massicciata? Roba da nulla, da bersi com’un bicchier d’acqua. Al diavolo il dolore futuro, mi angustia quello presente. E allora, cammina.

mercoledì 21 aprile 2021

Evento

L’uomo ha la netta sensazione di non essere compreso quando parla. Non che esprima nei discorsi concetti difficili o formuli frasi complicate descriventi ipotesi sconnesse. È proprio per una certa grana o qualità della voce che da qualche tempo la rende incomprensibile, fatto questo non oggettivo in quanto ricavato da un’esperienza raccontata dall’Altro, nel senso soggettivo del termine: quest’Uomo, che pronuncia frasi e parole semplici e quotidiane, ha l’impressione di non essere capito. Il segno che ha di questo è che ogni volta l’interlocutore gli chiede di ripetere ciò che ha appena detto, e questo non una ma molte volte. Talvolta, al telefono, il cui microfono sensibile dovrebbe raccogliere perfettamente le vibrazioni della sua voce, dall’altro capo dicono di disturbi sulla linea quali: fruscii, vuoti, mancanze. L’Uomo è sinceramente colpito da questo fatto, tanto che col passare del tempo gli pare di perdere consistenza, soprattutto per il continuo ripetere quelle frasi che da semplici che erano sono diventate con il ridirle sciocche e insulse, se non inutili. Talvolta, per non ripetere pedissequamente tutto, si costringe a laboriose perifrasi: ciò, lungi dal favorire la comprensione, peggiora le cose. Medita il suicidio, teme di perdere oltre alla solidità anche la ragione. Egli crede che in fondo la colpa di questo sia sua, imputabile a una perdita di consistenza del suo vero essere.

mercoledì 14 aprile 2021

L'impossibilità

Le circostanze mutano così aspramente, e all’improvviso, senza nessun avvertimento anche mal interpretato, senza un prodromo o un’incipienza ma d’un tratto senza avvisaglie, che ci si può ritrovare in pellegrinaggio come dei dispersi che marciano chilometri nel deserto in vista di qualcosa che ancora non si vede né si sente ma si sa, camminando instancabilmente frammischiati a povere genti, ridotti a povera gente anche noi anche questo per non chiariti accadimenti, domandandoci che cosa di quel che eravamo ci è rimasto attaccato addosso e che cosa se ne è invece irrimediabilmente andato tanto che non saremo più noi in futuro – discorsi monotoni che ben si adattano alla monotonia del deserto, luogo privo di piedistallo.
Un avvocato, qualcuno che patrocini la nostra causa – questa è la meta: siamo poveri, sporchi, ma ognuno di noi crede di essere differente dal resto, ed è questo ciò che ci mantiene in vita. Per il fatto di trovarmi qui, dovevo necessariamente aver sofferto in un gran numero di modi, tutti stati degradanti; eppure nulla, in queste sofferenze, indicava che io davvero avessi imparato qualcosa. Per me, non era che un’ennesima distrazione, una cosa che non tocca ossa e nervi, corrodendoli.
Fra questi compagni di sventura, tutti estranei, può capitare anzi di trovare vecchie conoscenze, come è accaduto a me: in quella massa di pellegrini ritrovai qualcuno di a me molto caro. Era stata una maestra, un tempo era ricca e viveva negli agi e nella bellezza. Non seppi che dirle, così mi affidai all’istinto, cosa davvero poco saggia perché ci si trova a permanere in strati piuttosto infimi. Là in basso, ci si arrangia in modo non proprio piacevole, facendo tesoro di ogni scarto e di ogni necessità, cercando di ingannare la realtà con succedanei, tirando avanti per qualche attimo di sollievo, sempre relativo. L’igiene personale, ad esempio, e il cibo anche, lasciano molto a desiderare, e per chi era una bellezza raffinata come la mia conoscente era davvero un disagio dover sottostare a quella sporcizia. Ma lei, nonostante il decadimento, era sempre bella. Si lamentava raramente, ma una volta che le sfuggì un lamento, glielo dissi: tu sei ancora bella.
Non era una cosa da dire: eravamo alla ricerca di qualcosa di superiore, che non sapevamo intelligere ma che di certo ci avrebbe tratto da quella sgradevole situazione, piena di difetti. I discorsi che le facevo per intrattenerla somigliavano molto a quelli di un tempo, quando la corteggiavo senza riuscire a fare breccia in lei. Corteggiare è una parola impegnativa, che non corrisponde del tutto a quello che io facevo: cercavo di divertirla, ingenuamente perché ero ingenuo e speravo che avrebbe ceduto per simpatia al mio desiderio. Non sapevo ancora che il desiderio altrui va stanato con una lotta all’ultimo sangue: per me, era tutto lì nell’attimo, non pensavo certo al dopo. Andare a letto per me aveva un altro significato, e non sapevo che quel letto era la meta da conquistare con una strenua lotta fatta di sottili astuzie, trabocchetti e forza bruta. Dicevo cose sciocche per farla ridere e ridere anch’io con lei.
Rincontrandola dopo anni, capii quanto inadeguato fosse stato il mio dire, e quanto sciocche dovevano suonare le mie parole in quel disagio; non sapevo dirle nulla che la strappasse via da lì.
A un momento squillò il telefono, lei andò nell’altra stanza a rispondere. Io mi volsi alle stelle che stavano spuntando in cielo, e dissi: Eppure, è ancora come una volta, ed ero contento che mi venisse data una seconda opportunità. Lei al telefono sussurrava: Amore… amore, vienimi a salvare. Allora, ancora esisteva l’amore e chi era in grado di provarlo profondamente. Io pensavo che le circostanze avessero livellato ogni differenza così da limitare qualsiasi iniziativa personale; io credevo che le cose fossero arrivate a tal punto che un tale slancio non dovesse più esistere. Nemmeno in quella distretta sarei riuscito ad affrontare la profondità della cosa, l’intensità del sentimento. Il mio comportamento implicitamente chiedeva una cosa pur sapendo che le condizioni iniziali erano mutate a tal punto che quella cosa non era più possibile ottenere, eppure la chiedevo lo stesso credendo che la si potesse avere. Non avevo capito che non si poteva più, non l’avrei mai capito. 

mercoledì 7 aprile 2021

Sotto casa

I personaggi sono quasi sempre due, perché è il minimo indispensabile, mai superato, necessario a mettere in scena questo dialogo. Lui è giovanissimo, alto e un po’ in carne, di quella carne ingenua e appetibile che intenerisce, un po’ goffo data l’inesperienza, la parlata blesa dovuta a qualche difetto nei denti o nelle labbra ma non nella lingua. Lei è altrettanto giovane, forse più di lui, piccoletta e magra, non proprio bella, dai discorsi brevi e banali pieni di frasi fatte. Entrambi sono proprio brutti, però una certa grazia ce l’hanno.
All’inizio del dramma, perché di questo nel loro piccolo si tratta, i due si trovano fuori dal portone della casa di lei, lei che deve salire. Stanno discutendo di qualcosa, probabilmente se lui debba o no accompagnarla al piano e forse anche all’interno dell’appartamento per magari sedurla – se così di può dire, impropriamente, vista l’inesperienza dei due, probabilmente alla prima arma in assoluto.
Mentre lei accenna ad entrare, lui, dopo aver messo la catena il motorino, tenta di fare un passo nella stessa direzione; ma quando lei si accorge del movimento, subito si ferma e si ritira. Dice qualcosa, borbotta una scusa, accenna un pretesto, non si capisce dato il difetto di pronuncia, lei replica: Non sono mica la bella Sulamita.
Ora, qui è necessaria una spiegazione riguardo a questo appellativo: la ragazzina, va detto, non è una lettrice della Bibbia, né ha dimestichezza con la letteratura in generale, né sa il significato di quel che ha detto. Dice così soltanto perché in qualche imprecisata parte del mondo in cui fortuitamente si è venuta a trovare un giorno ella ha sentito dire: Bella Sulamita, senza capirne del tutto il significato. Il suono le piacque talmente tanto che lo ripete in ogni occasione, rivestendo quel dire di un significato vago e inappropriato. Probabilmente, vuole significare: non sono l’ultima rimasta di certo, una a cui ci si accompagna per pietà ma senza amore. Oppure, più semplicemente: non sono mica una scema. Di più, non riesce a formulare.
Comunque, i due vanno avanti un bel po’ di minuti, e anche indietro, con lei che vuole o deve entrare perché di sopra i genitori la aspettano, e lui che la vuol seguire, e lei che non vuole e lui che si ritira. Non sanno in che altro modo corteggiarsi, così si respingono credendo di fare il giusto. Non importa l’azione, si dicono, importa il motivo, e il loro è puro amore, attrazione fisica, disgusto.
A ogni giro di battute, lei dice quella della Sulamita che lo ammutolisce: non vuole essere preso per un profittatore o un meschino, così ogni volta si ritrae un passo di più, allontanandosi lentamente ma costantemente, finché è distante assai e lei può finalmente entrare. Mentre il portone si sta chiudendo lentamente, prende la rincorsa in una nuvola di polvere caricando quel portone come un bisonte, finalmente entrando per seguirla fin su – dove il nostro sguardo non può arrivare.