Fra i componenti di questa famiglia, tronco principale e secondario, immissari ed emissari, parenti lontani e stretti, il cosiddetto stalking domestico fu pratica comune e inavvertita. La si metteva in conto e ordine quasi senza pensarci, e senza pensarci del tutto la si superava come faccenda usuale, con metodi spicci e poche parole, ponendolo allo stesso livello del nulla, fino a quando, grazie all’ultima donna di questa stirpe, fu compresa con una gravità dovutale più dalla moda corrente che da un corretto sentire, e chiamata con quel nome davvero poco eufonico.
Stalking domestico, per chi non è addentro al gergo in uso nella stampa e TV, è quel comportamento configurato in modo tale che chi lo subisce sente di non essere considerato correttamente; e qui cominciano i molti dubbi, come se il giudizio non scaturisse dall’intimo ma dovesse invece essere attribuito da un moto di simpatia esteriore e interiore, più o meno consentito.
Nei tempi e nella storia, quando ci si trovava davanti a questo, si usavano modi pratici, nati dall’arguzia e dall’ingegno, e come tali frutto dell’intelligenza. Nessuno si sarebbe mai sognato di lamentarsi per quello, ché sarebbe stato segno di debolezza, anche mentale. Si andava avanti tutto sommato lieti, perché erano altre le cose a cui badare; il cosiddetto stalking domestico non rappresentava nulla di grave o irrimediabile perché era felicemente superato anche e soprattutto non facendoci caso.
Ma che cos’è, insomma? È difficile da dirsi, perché, nella formulazione dei tardi giuristi, quasi ogni comportamento può rientrare, nell’ambito della famiglia, nel raggio determinato da quell’apertura: una parola distratta di critica, un’osservazione, un giudizio non troppo lusinghiero, uno scherzo crudele a mezza voce e mezze parole, tutto può rientrare nel reato. È sufficiente che ci si rivolga a qualcuno con la leggerezza della consuetudine dovuta a anni di matrimonio, è sufficiente un tono un po’ più aspro e ironico come ne usava Strindberg, e subito s’incappa nella restrizione e nella condanna: è tutta colpa di questa donna, l’ultima della famiglia in ordine di tempo e, a quanto sembra dai suoi discorsi, anche di intelligenza e mentalità. Afferma di essere stata vessata da continue osservazioni, dice che le sue parole sono rimaste inascoltate non ostante le abbia ripetute fino a perdere la voce; dice che nessuno le sta dietro a soccorrerla quando sta male e il mondo le par che cada a pezzi; dice che tutti concorrono a gravarle addosso facendola sentire inutile e inetta; e non sa che questo è il modo della nostra famiglia. Queste cose noi le abbiamo sempre tenute in non cale, e ciò non ci ha mai impedito di essere grandi, uomini e donne. Nessuno s’è mai lamentato, ma anzi ha sempre tirato avanti e rigato dritto, con fierezza e nobiltà, consapevole del nome e dell’essenza. E ora costei viene a lamentarsi (del nulla, poi!) e a minacciare di lasciare il marito: non ha costei un briciolo di sé per tirarsi su come con una gruccia e andare? Non sa che siamo tutti soli su questo pianeta, possessori di null’altro che della propria spina dorsale? A quanto pare, è così concentrata sul suo edonismo soffice da non rendersi conto praticamente di null’altro.