mercoledì 25 novembre 2020

Capriccio scandinavo

Fra i componenti di questa famiglia, tronco principale e secondario, immissari ed emissari, parenti lontani e stretti, il cosiddetto stalking domestico fu pratica comune e inavvertita. La si metteva in conto e ordine quasi senza pensarci, e senza pensarci del tutto la si superava come faccenda usuale, con metodi spicci e poche parole, ponendolo allo stesso livello del nulla, fino a quando, grazie all’ultima donna di questa stirpe, fu compresa con una gravità dovutale più dalla moda corrente che da un corretto sentire, e chiamata con quel nome davvero poco eufonico.
Stalking domestico, per chi non è addentro al gergo in uso nella stampa e TV, è quel comportamento configurato in modo tale che chi lo subisce sente di non essere considerato correttamente; e qui cominciano i molti dubbi, come se il giudizio non scaturisse dall’intimo ma dovesse invece essere attribuito da un moto di simpatia esteriore e interiore, più o meno consentito.
Nei tempi e nella storia, quando ci si trovava davanti a questo, si usavano modi pratici, nati dall’arguzia e dall’ingegno, e come tali frutto dell’intelligenza. Nessuno si sarebbe mai sognato di lamentarsi per quello, ché sarebbe stato segno di debolezza, anche mentale. Si andava avanti tutto sommato lieti, perché erano altre le cose a cui badare; il cosiddetto stalking domestico non rappresentava nulla di grave o irrimediabile perché era felicemente superato anche e soprattutto non facendoci caso.
Ma che cos’è, insomma? È difficile da dirsi, perché, nella formulazione dei tardi giuristi, quasi ogni comportamento può rientrare, nell’ambito della famiglia, nel raggio determinato da quell’apertura: una parola distratta di critica, un’osservazione, un giudizio non troppo lusinghiero, uno scherzo crudele a mezza voce e mezze parole, tutto può rientrare nel reato. È sufficiente che ci si rivolga a qualcuno con la leggerezza della consuetudine dovuta a anni di matrimonio, è sufficiente un tono un po’ più aspro e ironico come ne usava Strindberg, e subito s’incappa nella restrizione e nella condanna: è tutta colpa di questa donna, l’ultima della famiglia in ordine di tempo e, a quanto sembra dai suoi discorsi, anche di intelligenza e mentalità. Afferma di essere stata vessata da continue osservazioni, dice che le sue parole sono rimaste inascoltate non ostante le abbia ripetute fino a perdere la voce; dice che nessuno le sta dietro a soccorrerla quando sta male e il mondo le par che cada a pezzi; dice che tutti concorrono a gravarle addosso facendola sentire inutile e inetta; e non sa che questo è il modo della nostra famiglia. Queste cose noi le abbiamo sempre tenute in non cale, e ciò non ci ha mai impedito di essere grandi, uomini e donne. Nessuno s’è mai lamentato, ma anzi ha sempre tirato avanti e rigato dritto, con fierezza e nobiltà, consapevole del nome e dell’essenza. E ora costei viene a lamentarsi (del nulla, poi!) e a minacciare di lasciare il marito: non ha costei un briciolo di sé per tirarsi su come con una gruccia e andare? Non sa che siamo tutti soli su questo pianeta, possessori di null’altro che della propria spina dorsale? A quanto pare, è così concentrata sul suo edonismo soffice da non rendersi conto praticamente di null’altro.

 

mercoledì 18 novembre 2020

Spettri

Le voci si schiantano nella testa. Per difendersi, c’è solo da schiacciare la testa del demonio che, urlando, penetra nel cranio facendolo dolere, invischiando il cervello in una rete nefasta. Schiacciare i crani è abbastanza facile: si deve dare l’assalto con tutto il corpo, e il peso deve piombare senza esitazione sull’osso temporale della testa del demonio, spaccandolo di netto con un rumore percettibile. Il sollievo è improvviso, subitaneo: la sensazione di rilascio è momentanea ma gradevole, e tutte le cose acquistano nuovamente peso e densità. Con quell’urlo nella testa, la frenesia è assicurata. Non è che sia un vero e proprio urlo, è più un rumore di sega circolare, lancinante, che prende possesso dei nervi e li manipola a suo modo. Sentire il fischio e subirlo è tutt’uno. L’unica via per salvarsi sono i colpi di tacco alle tempie, ma ora c’è un demonio, forse il più forte di tutti o solo l’ultimo di essi, le cui ossa resistono agli schianti, e il tacco, sebbene piombi con forza su quell’osso, non riesce a spezzarlo. C’è da prenderlo per le spalle e sbatterlo in terra, sulla pietra, ripetutamente con forza e determinazione, ma la tanto liberatoria macchia di sangue non arriva a spruzzare il grigio sasso per liberare di nuovo la mente.

 

mercoledì 11 novembre 2020

Glossario

 Un la-la-la-la emesso in falsetto non troppo acuto, un falsetto rilassato, sopranile, come per provare una tonalità, è forse un esercizio per sciogliere la gola in vista di una futura eloquenza? È un artificio tecnico per ottenere una bella voce scorrevole mediante la stimolazione delle corde vocali, della glottide e della lingua, insomma di tutti i muscoli della fonazione che devono sopportare il grande peso di una allocuzione?
Più che un esercizio è un tic, un riflesso condizionato dallo stress e dall’ira. L’autista d’autobus ne è affetto, e guidando la pesante vettura per le strade cittadine emette il suo la-la-la-la quasi senza prendere fiato, in circular breathing, dal naso e poi dalla bocca, più che altro dal naso. È stupefacente verificare quanta aria abbia nei polmoni: egli non fa una pausa. Di quest’uomo non si sa che pensare: dapprima si è imbarazzati perché pare il riflesso di un’asma, un respiro che nel farsi fischia inavvertitamente sfregando con dolore malcelato lungo le pareti dei polmoni e della canna, una cosa che si vorrebbe tanto mascherare.
Che sollievo nello scoprire parte della verità! Richiesto se quello sia effettivamente ciò che appare, un esercizio appunto, egli spiega quel la-la-la-la essere un riflesso nervoso dovuto all’ira: lo spiega con voce baritonale, ben impostata, di grazia superba, e nel farlo non interrompe quel suo la-la-la-la emesso dal naso: ha una doppia voce, una che ripete il la-la-la-la e l’altra che spiega, entrambe ben assortite. In qualche punto gli riesce difficile mantenere entrambi i flussi sonori, come se non potesse sostenerli entrambi con il medesimo sforzo, e allora è il la-la-la-la ad affievolirsi in certi passaggi complessi, come ad esempio nelle consonanti fricative ed occlusive. Ma la voce non cede mai, continua gentilmente a spiegare e dire, e senza vergognarsi di quel la-la-la-la, anzi quasi armonizzandosi a quella, di quel suo difetto, di come talvolta lo angusti e lo spinga a digressioni umilianti e ritardive come questa, che a questo punto non appare più come un difetto ma come meraviglia da guardare e ascoltare, nelle pause del viaggio, fino a che non sopraggiunga la noia.

 

mercoledì 4 novembre 2020

L'ultima cena

Ecco, caro Veladian: di fronte a un buon pranzo siamo tutti più disposti alla verità, anche lei e io. Dobbiamo quindi, mentre mangiamo questi cibi ottimi, fare un bel discorso per controllare punto a punto se ci siano state mancanze nel suo sistema di insegnamento. È vero che lei, essendo un rinomato istitutore, può essere in questa disamina il meno soggetto alla colpa e all’errore, ma quando lo sbaglio porta con sé, come in questo caso, conseguenze inevitabili a cui non si può porre rimedio se non con la morte provocata volontariamente, questa esaminazione s’ha da fare, s’impone anzi come un dovere che ha lo stesso valore di quello proposto dai suoi insegnamenti: esso va di pari passo con la sua scienza, per così dire.
Vede, caro Giulio Cesare: l’occhio che lei mi ha spinto a rivolgere tutt’intorno, protetto com’era dalla superba sua conoscenza, ha falsato alla fine il mio sguardo, rendendolo migliore di quel che doveva essere. Esso doveva infatti divenire mio, il mio proprio sguardo, e non il suo. L’insegnamento che mi ha trasmesso ha avuto il difetto di essere perfetto, troppo completo per essere finemente usato nella mia vita di reclusione. Lei, caro, sapeva bene che io non sarei mai uscito dalle stanze del mio palazzo, neppure per pregare, ché un passaggio privato mi unisce al Tempio qui vicino, e anzi quel Tempio ha da essere quasi considerato un’estensione del mio palazzo. Lei doveva istruirmi sul modo a me adatto, leggendo nel mio intimo le necessità a cui dar corpo, in un modo che non dovesse inimicarmi le potenze supreme. Lei mi ha reso troppo mondano là dove avrei dovuto essere spirituale, assai più della media.
Caro Veladian, i suoi discorsi non la difendono. Dicendo questo lei si impastoia sempre di più, dandomi ragione là dove crede di riaffermare i diritti che le spetterebbero. Lei ha sbagliato come non doveva, essendo lei il grande Giulio Cesare Veladian, ma le consento di riparare al suo errore: deve capire che io, con la scienza che lei mi ha trasmesso, non posso vivere. Adesso io so troppe cose d’una scienza inutile fra queste pareti, il mio unico conforto sta nel suicidio. Mi avvelenerò, anzi l’ho già fatto masticando questo cibo che io ho dato ordine di intossicare previamente, e lei mi farà compagnia gustando con me questi ottimi piatti provenienti dalle mie cucine. Sentirà: è buono, così buono che le parrà di non aver mai mangiato così bene. Mastichi, mastichi bene e a lungo, Veladian, lo senta passare e ripassare sulla lingua: questo gusto, questa consistenza, così come a me non sarà mai più dato di sapere con inutile precisione quello che lei mi ha insegnato, così questo sapore non le verrà dato di gustarlo una seconda volta; tanto chiaro è stato il suo dire, quanto velenosa sarà questa bontà.