mercoledì 28 agosto 2019

La perdita


Sedersi alla mensa del Rabbi è considerato un privilegio. Durante il giorno, si fa qualche lavoretto, e alla sera il pasto è assicurato. Frugale, il pasto, ma bastante a sentirsi considerato. Ora, non è che uno ammesso alla mensa sieda proprio con il Rabbi, fianco a fianco, faccia a faccia, o anche solo alla tavola medesima (le tovaglie sono di lino bianco, i piatti in ceramica, bianchi con un orlo colorato, e le posate di legno). Egli se ne sta in alto, ai piani, e dà ordine di servirci il cibo in una cantinetta accogliente. Vi si accede scendendo una stretta rampa di scale, abbastanza buia, che sbocca in questo seminterrato, attrezzato di tutto, al lato del quale una porta-finestra si apre su di un piccolo cortile interno. Lì, vi si prendono i pasti, quasi senza pensare alla grande fortuna che ci è capitata. È quel genere di fortuna di cui uno si rende conto solo nel momento in cui la perde. Capita, infatti, che per un capriccio o un ordine superiore (indistinguibili per noi, di cui non conosciamo la ragione) che uno d’un tratto perda il lavoro assegnatogli dal Rabbi, lavoro che come si è detto è del tutto incompatibile con il concetto di lavoro, lavoro che ha solo l’apparenza del lavoro, più un piacere che un lavoro, più un motivo per non star fermi che una fatica: allora, quello d’un tratto si trova escluso dalla tavola, senza più posto né piatto né posate.
Mi troverò un altro impiego! -, dice, ma non si rende conto di quanto sia difficile. La sua conoscenza del mondo è scarsa, se non nulla, e non ha nessuna idea sulla sua conformazione, né delle resistenze che questo offre a tali propositi. Costui si limita a una generica disposizione all’azione senza sapere di essere a quella precluso a causa del gran tempo trascorso ai servizi del Rabbi.

mercoledì 21 agosto 2019

Dhurala


How’s going? - . Disse proprio così.
All’epoca, la città era piagata da una guerra interna. Le strade erano cosparse di vetri, gli alberi tutti abbattuti dalle scariche. Lui si avventurava a piedi nudi alla ricerca di passaggi per portare in salvo la famiglia. Dentro, si stava ancora tranquilli. Si potevano allevare figli e animali, senza distinzione, e l’umore generale non era cambiato dai giorni di un tempo, normalmente felici. Fuori, il discorso era del tutto diverso. Gli risposero indicando bande lontane di guerriglieri, seminascosti dalla distanza che confondeva forme e colori. Uscì, dunque, portandosi dietro il poco che gli era possibile. Cercò un passaggio o una via sicura in cui potesse trasbordare ciò che ancora possedeva: un’idea, una donna, un nome di città, Dhurala, in India. Là avrebbe ricostruito la sua vita, e sarebbe stata ricca tanto quanto adesso era povero.
Ti ricordi? -, le disse: Si può far quello che si desidera, non ci saranno rimproveri. È come giocare nella casa in cui sei nato e in cui sei conosciuto al punto che ogni parola contro è contro la vita stessa, colpita nella struttura più intima. Nulla fa da ostacolo, tutto è permesso come ai bambini che nulla sanno e che per ciò non vengono rimproverati. Questa terra è la nostra a tal punto che siamo noi stessi ad esserla.
Quella terra era così ricca da permettere questo ed altro, anche di pagare per gli altri e non risentirne, anche affondare le mani in quelle carni e possederle senza ribrezzo – anzi, sentendosi quasi felici, al settimo cielo.

mercoledì 14 agosto 2019

L'amato


Quella è un’opera fondamentale, nell’arte di quella nazione: ne fu fatta anche una versione cinematografica, ed è stata portata anche in teatro, ma in origine era un racconto, un romanzo anzi. Di quel film, la colonna sonora, pubblicata su disco fonografico, ebbe straordinaria diffusione in tutto il mondo. In tutti gli strati sociali, si conobbero le vicende raccontate nella storia, la quale divenne con il tempo una specie di simbolo dei tempi dell’umanità, uno specchio in cui tutti amavano guardarsi. Quelle parole, e le musiche che su di quelle furono modellate, ci rendevano migliori, più simili a quello che ancora oggi vorremmo essere. Quelle musiche, incise su disco, ci estasiavano, alcune più di altre, ma tutte indistintamente. Ascoltare il disco era però impossibile, visto il materiale con cui era stato fabbricato. L’alluminio che lo costituiva rendeva i dischi come coperchi di pentole, deformati dall’uso e dai continui lavaggi. Le pieghe e le ondulazioni rendevano impossibile l’ascolto di quelle melodie accattivanti ed eterne. In certi casi, la circolarità del microsolco si trasformava in volute e fogliame, che aveva più del ferro battuto che del disco fonografico: la puntina del giradischi, già seriamente provata da anni di ascolto, trovava un campo impossibile, in cui si muoveva a stento. Tutto si bloccava al limitare della memoria, stimolata dai titoli e dalle fotografie della copertina, senza trovare soddisfazione o compimento in nessuno dei modi consueti.

mercoledì 7 agosto 2019

La condizione


L’isola è una condizione assai particolare. Vi si accede dall’alto, da ampi scivoli in cemento e pietra, la cui costruzione non è ancora terminata. Quell’isola è dei Cavalieri: lo so dall’aria, dalle facciate bianche delle case, dalle chiese innumerevoli che si affacciano sul mare. Lo so da mille particolari che sfuggono alla parola, dalla luce che batte sulle aste delle bandiere, e dal fatto che sono esiliato. Questa, fino a poco tempo fa, era la mia casa, che ho perso per uno scherzo del destino. Dall’alto, la via si restringe fino alle dimensioni di un uomo, quello che sorveglia l’entrata. Se si è espulsi, non si può più passare.
È stata sicuramente una mancanza, che mi ha fatto allontanare. Ora, non potrò più rientrare. I miei appunti, quattro o cinque quaderni, forse sette, sono rimasti là. Fu solo un attimo in cui uscii, e non del tutto per mia volontà, ma per ordini impartiti dalle autorità dell’isola, o almeno così mi pare. Ora come farò, senza il conforto di quegli scritti? Ricostruirli a memoria non è possibile. Non ricordo tutto, e anche se potessi riscrivere, foglio dopo foglio, ogni volta su un foglio senza curarmi del successivo o del precedente, concentrandomi fino allo spasimo sulla pagina raccogliendo le bacche della memoria fin sul fondo della mia testa, non ce la farei: ricostruire tutto è impossibile.
Qualcuno che ha libero accesso potrebbe portarmeli. La porta della stanza in cui ho chiuso i quaderni, lo so, non è serrata: un maggiore impegno porterebbe certo al successo. Dico all’uomo: Sono là, in quella stanza, li vedrai di certo se entri. Va’ e portameli, lo assillo. Gli dico: Portameli, portameli, non puoi non riconoscerli, entra dentro la stanza e li vedrai senza scampo, in tutte le maniere; e ogni volta che quello parte alla ricerca, io attendo trepidante che finalmente ritorno e mi riconsegni qualcosa, anche un foglio solo. Ma da quelle incursioni torna sempre a mani vuote. Se potessi dimenticarmene, non sarei così angustiato dalla mancanza. Di sicuro, non ha cercato abbastanza: quell’uomo è un lupo, dice sempre che non c’è nulla. Pranzando insieme a lui, scopro quasi per caso che non riesce a vedere fin dove io vedo. Io vedo mostri al nostro tavolo dove lui non vede che aria.
Se potessi andare io, percorrere la larga discesa fino al porto e avventurarmi, magari per viuzze ignote, fino alla mia stanza, forse rovistando riuscirei a ritrovare tutto: mi basterebbe un’occhiata, mi ricorderei tutto. Se io potessi… ma quell’uomo all’entrata mi fermerebbe di sicuro. Da quel varco, nemmeno un capello passa inosservato se costui non vuole; e non vorrà di certo chiudere un occhio perché sono io. Lo spazio è così ristretto che del mio passaggio se ne accorgerebbe, e anche se riuscissi a entrare non potrei mai sentirmi sicuro con quel pensiero fisso in testa.