mercoledì 30 dicembre 2020

Krapp's last banana

Il fratello di Krapp gli chiede per telefono una banana. -Perché per telefono -, si chiede dapprima; e poi: -Ma non sa egli che le banane servono a me e che se ne volesse dovrebbe chiedermene in anticipo? -.
Glielo vorrebbe dire ma teme che l’altro gli rinfacci la prevedibilità della sua richiesta, e infatti sta in silenzio all’altro capo del filo aspettandosi proprio questa obiezione. Perciò, Krapp tace, non sapendo al momento cosa dire di più. Poi dice: -Va bene -, e riattacca.
Parte alla ricerca della banana, pensa prima di andare al mercato, poi si ricorda che oggi non è giorno e quindi decide di recarsi al magazzino. Sul cavalcavia viene fermato dagli addetti del controllo del traffico: in città si sta svolgendo una corsa, così, nel momento in cui la gara passa nelle vie del quartiere, bloccano le auto per evitare incidenti. Attende, Krapp, dignitosamente, senza opporsi né arrabbiarsi, soltanto facendo mostra di aspettare, e per far vedere quant’è bravo rizza la schiena contro lo schienale della vettura. Ogni tanto guarda dal finestrino lo svolgersi della corsa, se podistica o in bicicletta non è ancora chiaro.
I vigili ostentano la paletta con severità, gonfiando il petto e tenendo indietro la testa, mento in fuori e gambe avanti, con stivali d’ordinanza. Lui pensa bene di ostentare a sua volta la sottomissione a quei segni, per simpatia o forse solo per concordanza. Attende e ripensa a Husserl, il filosofo, a come egli non abbia mai davvero tenuto conto dell’uomo, ma si sia limitato a proporre poche formule dalla pretesa di universalità. Ci vorrebbe Pascal, pensa, o Nietzsche, ma come ottenerli ora mentre si è in cerca di una banana per il proprio fratello, uno che quasi non ha un nome?

mercoledì 23 dicembre 2020

Una donna fragile

La donna dalle membra fini attende in fila con gli altri. La donna dalle membra fini e le ossa fragili scherza con chi fa la coda a quel banco. La donna, probabilmente una danzatrice classica, è volgare e pesante in quei motteggi, rivelando un’anima densa di brutture che mal si accorda e insieme si evidenzia nella leggiadria delle fattezze e dei modi. Dagli altri in coda è soprannominata “Fin’ossa”, e lei si pregia di quel nomignolo ammiccando d’attorno ogni volta che lo pronunciano. È un’offesa, ma lei lo volge ogni volta a suo favore.
La donna dalle membra fini, dalle ossa fragili, dai modi volgari e che è una ballerina, è un diavolo di donna, femmina perversa e cattiva, a cui bisognerebbe ogni momento rivolgersi con la frusta per domare quella malignità aspra che alberga nella sua spina dorsale, a cui lei si aggrappa per star su. Forse, la fragilità delle sue ossa l’ha privata degli arti inferiori, troppo deboli per sostenere un pur così debole peso: il vestito lungo non rivela né la presenza di gambe né quella di trampoli.
Ma quella sua spina del dorso supplisce a meraviglia al bisogno di deambulare attorno e schiaffeggiare gli altrui difetti con motteggi, e a nulla valgono gli epiteti che le si rivolgono: non la turbano per nulla, e più che un difetto è una ragione inconfutabile, una a cui non ci si può sottrarre. 

mercoledì 16 dicembre 2020

Divertimento

Quella testa è un gioco, un trucco: è fatta in modo che, se la si nutre, improvvisamente si gonfia, esplodendo poi alla fine, mutando nella metamorfosi l’espressione del volto, rendendosi prima grottesca, poi terribile, e infine amorfa. Funziona così, ed è un bel ridere se si usa davanti ai bambini, che per loro natura sono ignari e sempre aperti a questo genere di trucchi cinematografici (infatti, la testa è un tipico prodotto da film cosiddetto horror, di quelli raffinati, con dentro un gran numero di ributtanti sconcezze, e tutte realistiche): si mette la testa su un treppiede di fronte a un tavolo imbandito di cibo reale (quello che mangiano gli umani) e con gesto domestico si imbocca con un cucchiaio, inserendolo appunto nella bocca (s’è detto imboccare non a caso) della testa mostruosa, che già così la possiamo definire da certe prime mutazioni che avvengono in profondità. Da un preciso momento, identificabile con il crollo repentino degli eventi, facilmente riscontrabile a vista, a tatto direi, in poi, la testa non va più nutrita forzatamente: essa comincia a gonfiarsi come un corpo che vada putrefacendosi a grande velocità, la testa è scossa da un gran numero di contrazioni che ne cambiano la dimensione, l’espressione e la terribilità. È qui che i bambini gioiscono di più: nel vedere come si gonfia. L’attenzione che essi rivolgono all’oggetto, pregustandone il disfacimento come a opera di un’interiore minaccia, è doppia e piena di giubilo. Aspettano il gran botto, con impazienza, botto che però non avverrà: la testa si affloscerà come uno sformato tratto anzitempo dal forno di sua madre, proprio come Macduff, che però risultò vincitore, e proprio per quella ragione – la testa invece perderà la partita con il mondo reale.
Mica come la folla: è tutt’altra cosa, la folla. Si dirige schierata da un punto all’altro, disegnando come la sabbia smossa dal vento figure di Chladni sull’asfalto, disciplinata da un’idea collettiva: che so, la Massoneria, il Marxismo… di fatto, quell’ordine è un piacere. Costoro giubilano l’agnello del Signore: riga dopo riga, fila dopo fila, ordinatamente ognuna di quelle esprime un’idea, una sola senza curarsi di ciò che segue o precede, ma solo occupandosi di sé e della propria bellezza, della finitudine di quell’idea; per questo, che sia almeno nitida e ben detta, al resto ci penserà l’Agnello. Pare che saranno assolti, ma tutti insieme fanno un tutto ordinato e armonico, come un disegno o un ricamo, filo dopo filo formando un disegno: le perle di vetro disposte nello spazio del gioco disegnano figure che nulla sanno di sé, e proprio per questo esistono.


mercoledì 9 dicembre 2020

Tessuto

Il sarto è un uomo malvagio. Insidia i fanciulli, attirandoli nel suo negozio presentando loro pezzetti di stoffa colorata, trapuntati da lui stesso in meravigliosi ricami. Li mette tutti in una cesta, alla rinfusa, quasi senza costrutto né criterio. Poi li porta al sole, fuor di bottega, e i bambini vanno in visibilio: tuffano le mani nella cesta traendone manciate, di quei rettangolini. Sembra quasi di maneggiare frutta fresca, da quanto quella stoffa è morbida e gentile al tatto e alla vista. È un prodigio della tecnica sua, ed è quasi un paradosso che un uomo capace di tanta sottigliezza sia un bruto inesorabile e malvagio: compartimentalità stagna della psiche, dell’anima che dir si voglia – anche questo è stupefacente. 

mercoledì 2 dicembre 2020

Polygons

L’artista cinese, o giapponese, o orientale -- meglio dire orientale in quanto lei è oriente e orientamento della e per la musica contemporanea, apprezzata ai limiti del culto, ascoltata nei circoli più esclusivi, all’inizio sottovalutata eppure in grado di riempire (come stasera) cantine e palestre di appassionati sempre più attenti e infervorati dalla sua musica, le cui note risuonate attraverso un pianoforte esprimono idee concetti e sentimenti che mai (così dicono) erano stati espressi o raggiunti dall’arte musica – l’artista orientale, dicevamo, si prepara a suonare anche questa volta in condizioni di assoluta simpatia: il pubblico preme alle porte ancora chiuse dell’auditorium, un locale di fortuna, un seminterrato con le finestre alte sulle pareti, con le grate di sicurezza, ansioso di ascoltare ma soprattutto di vedere, che ascoltare lo può in tutta tranquillità nelle case proprie, previo acquisto dell’ultimo lavoro in CD dell’artista, questa occhialuta pianista nipponica, definitivamente del sol levante.
All’apertura del portone, tutti si slanciano alla biglietteria: saranno sì e no trenta-trentacinque persone, ma l’impulso è forte e trascinante. Al banchetto della cassa, una vecchia signora, forse la nonna dell’artista, vende i tickets, come dice in buon inglese il cartello attaccato al banco con nastro adesivo; li vende, ma con lentezza, e l’ansia di vedere o ascoltare è grandissima, e cresce sempre più con il trascorrere degli attimi: perché questa donna traccheggia in modo così esplicito? Che interesse ha a rallentarci nel godimento delle musiche dell’esimia nipote sua? Ci sono tradizioni dure da estinguersi il cui motivo di sopravvivenza sfugge anche alle menti più brillanti. In questo caso, i biglietti venduti questa sera sono per lo spettacolo di domani: ma come, se noi non siamo sicuri domani di esserci ancora? Quale demone della perversità si esprime in questo contorto modo? Eppure è così, e la calma messa in opera dalla vecchia orientale, mentre nella sala accanto già risuonano gli accordi della magnifica musica messa in scena per i seguaci più previdenti ci avvolge la mente e il corpo. Anche noi, vecchia, vogliamo entrare; dacci i biglietti e fa’ presto. No, dice lei, solo domani i biglietti saranno validi, avete più di venti ore di tempo da sprecare, che vi fa se io son così lenta? Vecchia, il desiderio ci brucia, non lo capisci? Domani, vi ho detto.
Di che cosa è fatta, questa musica? Sparse note, vocalizzi sincopati, e una strana meravigliosa atmosfera che non si addice alle nostre vite. Ella è come il suo nome, sfuggente e difficile da ricordare, le cui sillabe mal si accordano l’una con l’altra. La soddisfazione che si ha nel pronunciarlo è nulla rispetto al godimento che si ha nel cercare di rammentarlo. Ma al momento che viene in mente e possiamo finalmente dirlo, ci si accorge che quello è un nome, e come tale nulla dice di più di quel che è detto: la verità sta nell’aspettativa di quel nome, che arrivi alle labbra mentre la mente cerca di ricordarsene, inutilmente macinando quel poco di cui ci si rammenta. La bellezza sta tutta nella preparazione di esso, che attraversa un’innumerevole serie di varianti, ognuna portatrice di un senso che non è il suo ma che tuttavia esprime pur sempre qualcosa. Eppure, costei non è così astratta, e la sua musica è quanto di più concreto esista al mondo: chiedetelo ai suoi ammiratori, che a ogni nuovo show si accalcano alle porte, pronti a far scorrere fra loro il sangue e la violenza.