mercoledì 26 settembre 2018

Nietzsche for beginners

Tu conduci i tuoi amanti in giro. Quando tu schiacci il loro corpo con il tuo, che occupa tutto il letto ed è pesante e massiccio, tieni forse in pugno anche la loro mente e il loro volere? No, ed è sufficiente allentare un po’ la presa per vederseli sfuggire. Il tuo amore non si ciba di nulla di più di questo, e se di questo tu vivi devi imparare che in ogni istante ti può essere tolto.
Sentire la loro pochezza ti eccita, e non la loro devozione. Questa appare ogni volta che offri loro un gelato o una bibita. Non servono, per piegarli a tuoi voleri, e anzi non si capisce nemmeno, a questo punto, che cosa significhi per te piegare uno ai voleri di un altro: è forse un sentire di potenza, quello che cerchi? Ogni giorno vai a morire e la tua fede non ti basta.
Lo si dovrebbe scrivere a lettere di fuoco, quel credo, su quel corpo che tu ostenti cercando al contempo di nasconderlo, di fuoco o di sangue, per fartelo imparare, per rendere quello scritto, tramite il dolore, vivo e vigente, per rendere visibile quella verità che tu sempre ricerchi nei fugaci contatti con i tuoi amanti. Di una vera fede si ha certezza se è stata divorata e digerita: per far ciò, ci si deve avvicinare fin quasi a combaciare. Se ci si avvicina, si ha la fede a prezzo dello sporcarsi; di lontano, non ci si ustiona ma non si ha credenza.

mercoledì 19 settembre 2018

Graham Cie

La realtà delle cose non si dispiega di fronte a noi con evidenza indiscutibile. Si deve avere cuore saldo, occhi limpidi e mente brillante per carpirne i lati più fecondi, quelli che aprono la visuale sulle cose più nascoste, visibili soltanto a chi ha sufficiente forza per sopportare l’apparente opacità delle cose. La cultura aiuta a far ciò, il sapere cose, e la sapienza di ordinare quelle cose in catena fra loro in un modo mai visto - ma non basta. Cuore, occhi e mente debbono procedere di conserva, ovvero a protezione l’uno dell’altro, nell’esplorazione delle cose, procedendo non con animo stanco bensì con sempre rinnovato stupore, come se fosse la prima volta, come se non lo fosse e si conoscesse già tutto.
Graham Cie è uno di quelli che riescono a fare ciò: egli non opera freddamente, come se seguisse un copione prestabilito che ogni volta va bene e che abbisogna di pochi adattamenti per funzionare. No: egli trae dal flusso delle cose gli elementi che servono ad una visione nuova. Costui lega insieme fatti irrilevanti creando.
Non ci si può affidare a lui ogni volta che si ha bisogno di una filosofia; ci si dovrebbe avvicinare e vedere come fa, in che modo riesce a penetrare i fatti, ogni volta con risultati brillanti, ma non ci riusciamo mai, qualcosa nell’avvicinamento ci interrompe. Graham Cie è di certo un uomo dalle vaste letture, e ciò non basterebbe a far di lui un genio, forse soltanto un erudito. Tali sono diventati quelli di noi che hanno provato a seguire le sue tracce, e poveri di spirito, che non sanno far altro che citare a memoria quegli autori che così diligentemente hanno studiato.
Egli pare che non si applichi nemmeno, che non aderisca neanche di un millimetro alla superficie della realtà, egli non la guarda neppure, ma la coglie d’un subito sguardo, tutt’intero, pronto e articolato in una congerie di argomenti che solo una mente brillante, un cuore saldo riesce a districare in un discorso non solo comprensibile ma innovativo.
Tutti sono bravi, dopo che lo si è detto, a dire che i fatti si organizzano secondo quel metodo, ma il difficile è dirlo quando ancora nessuno l’ha fatto notare, mettendo le mani nel grezzo traendo gli elementi che tendono a un fine, impastandolo e riconoscendo i vari pezzi al tatto, trovando minuzie che confermano quella tendenza. Egli collega insieme tutti quegli elementi, facendoli risaltare l’uno sull’altro, evidenziandone i lati comuni.
Ha un dono, ma per quel dono ha abbandonato il resto. Si è gettato petto in fuori come si fa quando si affrontano le onde del mare, e in quell’istante non aveva protezione, né la sicurezza che sarebbe sopravvissuto: è l’occhio il primo a spingersi avanti, che fruga e subito capisce non accontentandosi del risultato, trattando ogni punto come una superficie ancora da esplorare, nonostante quel punto giaccia a una profondità considerevole. Si sa bene che un appiglio lo si trova, perché non è pensabile che la vita, che è a misura d’uomo, non offra all’uomo un riparo o un salvagente. Soccombe infatti chi vuole, e solo colui che si chiede perché è destinato a superare la fatica, vedendo la chiarezza. Sempre si possono collegare due punti che paiono lontani, e non lo sono, perché è sempre possibile trovare un terzo punto che faccia della linea un triangolo.

mercoledì 12 settembre 2018

L'espansione

Egli era un grande pensatore, un grande artista: creava oggetti sensibili dal suo pensiero. Poesie, canti, opere. Dal momento in cui il suo corpo, esplodendo, è raddoppiato in volume, non ha potuto fare più nulla.
Deve stare costantemente attento a non debordare dai vestiti, che ormai non riescono più a contenerlo nonostante la continua aggiunta di bottoni, fibbie e cerniere faccia di tutto per arginare l’imbarazzo. Ma gli capita, e accade sempre più spesso, di sentirsi chiedere se non sia per caso un esibizionista, e tali domande gli sono rivolte sempre in malo modo o in maniera pungente, con un’ironia del tutto superflua; e tutto perché qualche centimetro di pelle del suo corpo ormai irrefrenabile si mostra attraverso le pieghe dei vestiti.
Questa nuova condizione gli provoca, soprattutto quando è solo e non è distratto dal disagio, un sapore, in gola e in bocca, un gusto che non ha mai sentito quand’era artista. Adesso, gli pare il giusto complemento a quella dottrina, o così gli parrebbe se gli fosse possibile averli entrambi, l’arte e il sapore.
Si ostina a usare abiti di taglio tradizionale: pantaloni, camicie, maglie, mentre a lui servirebbe più una tunica, o meglio una tuta, uno scafandro. Così, osserva mestamente lui stesso, non riuscirei davvero più a pensare, distratto da tutto quell’armamentario. Quando è solo, si spoglia di tutto e si ammira mestamente allo specchio. Perché, si dice, non posso più pensare ma devo trascorrere il mio tempo a dar retta a questo corpo? Traevo così tanta gioia dalla mia arte, e adesso sono un fenomeno da baraccone, oltraggiato dai miei stessi simili. Però, mentre si riguarda, non può fare a meno di ammirarsi. È talmente grosso che non ci si può distrarre nemmeno un istante. La sua presenza è così evidente, e non solo alla vista, che è impossibile pensare ad altro; il suo peso è così considerevole che non si può fare a meno di ammirarlo, almeno come proboscide. È l’incubo dell’Artista che non può più creare in virtù di una tale evidenza. Non ha importanza di quanta cura egli metta nel vestirsi per coprire ogni punto, anche il più sensibile, che potrebbe creare imbarazzo. Il volume è così fuori misura che c’è sempre un punto scoperto, un punto che sarà immancabilmente preso di mira dall’altro, e che lui non aveva notato nonostante la cura estrema con cui si è scrutato.
A nulla vale affidarsi agli automatismi alla cieca per raggiungere i punti invisibili all’occhio, come la schiena o i lombi: non è lì che si scopre la mancanza, ma sempre di fronte. La mente, che già a stento si tratteneva, infiammata da sé alle fantasie e agli incesti, cade in basso trascinata dalla gravità di una chiara evidenza. Egli non vorrebbe farvelo notare, ma si vede ugualmente.

mercoledì 5 settembre 2018

Ricompensa

Denunciando il malfatto si avrà certo una ricompensa, in denaro, s’intende, che sarà consegnato subito dopo aver detto ciò che era necessario. Non è propriamente una delazione, quella denuncia, ma è più una disdetta, o anche un dire qualcosa a proposito di un fatto che al momento dalle autorità non è ben conosciuto o da chiarire. È certo che non basta presentarsi là e dire parole a caso: ci sono faccende ancora sospese di cui si chiederanno informazioni, cose che sono a perfetta conoscenza del personale addetto. Le denunce devono riguardare quelle cose e non altre, a caso o a piacere. Il personale, una volta ricevuta la comunicazione verbale, consegna un premio in denaro come ricompensa, proprio come si farebbe con uno stipendio arretrato o una mensilità aggiuntiva in vista delle festività. Quel denaro inaspettato è assai gratificante in virtù del buon dovere compiuto nei rispetti dell’autorità.
Costoro contano i biglietti di banca, di vario taglio, e li consegnano, dopo aver raggiunto la cifra richiesta, così, a nudo, senza nemmeno metterli in una busta al riparo dagli sguardi indiscreti. È tutto così chiaro che ci si domanda come possa accadere, e ogni volta siamo sorpresi dalla limpidezza e dalla velocità con cui la cosa è disbrigata. Con i soldi stretti in pugno si discende lo scalone pronti a tornare alla quotidianità, che nel caso nostro si svolge fra interstizi e scale interne di palazzi, scale che corrono lungo il lato interno delle pareti che danno su strade secondarie. I vari portoni sono collegato da passaggi che disegnano una geometria regolare ma complessa, fatta di ricorsività e di ripiegature nello spazio.
Movendosi lungo le direttrici, quello spazio lo si conquista facilmente: se si vuole tornare sui propri passi, però, l’attenzione da prestare ai gesti dev’essere doppia; una strada percorsa in avanti non può essere percorsa all’inverso semplicemente retrocedendo. La strada dovrà essere trascelta fra le molte che sono presenti, e ogni deviazione (anche se non voluta e inavvertita) porta a percorsi del tutto differenti. Ciò che va avanti, tornando indietro non necessariamente va all’indietro; ci va se e solo se lo snodo è catturato precisamente, altrimenti si va altrove. Siamo pratici, noi, di queste cose, d’una pratica campale.
Spesso, nei giorni in cui il tempo scorre pieno di noia, sbagliamo di proposito la strada per assaporare la sorpresa di quell’errore, che ogni volta ci porta in un luogo nuovo. Alcune volte, capitiamo in una scala interna che, quando ci vorremmo ritornare perché quel posto ci era piaciuto, non ritroviamo mai più. Altre volte finiamo in appartamenti deserti o abitati clandestinamente, e allora, in questo secondo caso, si deve uscire il più velocemente possibile prima che l’abusivo ci colga in fallo. Altre volte, e sono le più frequenti, si finisce nel solito buco, solito per dire perché è sempre diverso, pur essendo sempre un pozzo in cui ristagnano gli umori e gli odori di quel luogo. Quando succede non si vede l’ora di andarsene, anche se non è sempre facile o possibile.
Che fare se, arrivati a quel punto, ci si accorge che i soldi ricevuti per la denuncia sono banconote fuori corso? Riguadagnare la strada fino a tornare agli uffici in vetta allo scalone non si può più: non si è stati attenti alla via, eccitati com’eravamo da quel piccolo capitale; e indietro, anche se con attenzione si potesse, non si torna più, perché si è fatto tardi, lo sportello sarà chiuso, i funzionari non si ricorderanno di  certo d’averci dato quel premio. L’intenzione in loro doveva certo essere malevola, pagandoti con carta straccia. Sarebbe utile andar fino là per rimarcare ciò che è stato evidente fin dall’inizio.