mercoledì 31 luglio 2019

Salita


Una lampadina non è che un fragile globo di aria, che a malapena si può tenere in mano per via del calore e dell’elettricità che infiammano l’una l’interno l’altra l’esterno – eppure per mezzo di essa noi vediamo. Vediamo non la luce, ma le cose che intessono la realtà. La luce, frangendosi come un’indifferente straniera sugli oggetti, li emulsiona traendoli dall’indistinto. Per acquistarle, è necessario accostarsi dal lato giusto della strada, quello in ombra, dove gli spazi permettono un agevole approccio: stendendo il plaid fino a coprire interamente l’asfalto, mimetizzandolo come con un segnale di colore diverso, la salita sarà facile e senza conseguenze.

mercoledì 24 luglio 2019

Vademecum


L’uomo se ne sta seduto in una cantina, provvisto di ogni bene a lui consono, armato di un prontuario dalle mille e mille pagine che si dividono in spessore all’infinito e che risponde a ogni dubbio. Tu, che vivi nel mondo di sopra, se hai una domanda, avvicinati a lui, forse saprà darti la risposta. In ogni caso, è l’unico che può farlo. Talvolta, capita che sia lui ad avere qualche curiosità sul mondo di sopra, e ti porrà delle domande, ma non con il vezzo tipico di chi vuol sapere, ma con curiosità beffarda, come uno che debba rinfrescarsi la memoria su un fatto noto, come se volesse rendersi conto di qualcosa che sul momento gli sfugge.
Rispondendogli, lui punteggerà le tue parole con esclamazioni, dandoti schiaffi e carezze: sono gesti per lui indispensabili, cose a cui non pensa, a cui non dà importanza. Se non vuoi che lo faccia, diglielo.
Quel suo prontuario talvolta difetta e non trova risposte, nonostante lo sfogli avanti e indietro. Egli lo apre ogni volta nel mezzo, a metà volume, scorrendo le pagine centrali, forse perché le cose che più si cercano sono proprio nel mezzo, e non solo figuratamente. Questa volta, appunto, non ostante lo sfogliare, la risposta cade al di fuori di quelle pagine centrali, e allora si affida alla memoria. Però è una memoria labile, camaleontica: quella memoria assume tutte le caratteristiche del richiedente, volgendosi tutta a soddisfare quella richiesta in ogni modo, dando in risposta quello che più aggrada a scapito dell’oggettività. Ma questo è un difetto facilmente emendabile, se lo si tiene presente.

mercoledì 17 luglio 2019

La via regia


Di quella parola, quasi tutti conoscono il primo significato. La si trova ovunque, ad esempio stampigliata lungo le fiancate degli autobus. Pochi conoscono il significato secondo, di più difficile accesso, perché faticosa è la via di concetti che conduce fin là, e l’arrampicatura non è cosa da tutti. Nessuno ne conosce il terzo.
Dicono: conosco il primo, uso la parola correntemente e vengo compreso, perché dovrei arrischiarmi alla via quando il rischio è, una volta arrivato, di non stringere nulla in mano? Il mio tempo è prezioso, dicono ancora, e lo dedico alle azioni nel mondo, non posso perderlo almanaccando su etimologia e prefissi per cercare un senso che alla fine sarà inutile e impreciso. Così parlano, e non sanno quello che dicono.
La conquista perfetta di quella parola darebbe loro la serenità, permettendo l’accesso alla via regia della comprensione. Se però glielo fai notare, s’infastidiscono, arrabbiandosi fino a lasciare il campo indignati. Succede come a quella madre che abbandonò il figlio. Dopo anni, ritornò, il figlio già adulto, lei come scarnificata, sottoposta ad una cosmesi che l’aveva resa simile a un birillo grigio, lustra come una pietra sacra. Gli disse: Mi riconosci?, e l’altro la vide solo dalla forma degli occhi, era senza età, del tutto malata. Che hai fatto mai?, le chiese, e lei non seppe dire altro che: Mi hanno finalmente scelta.
Oppure, succede come a quelle catene di ferro che d’un tratto si sbriciolano, incapaci di trattenere ancora per un momento, fors’anche cruciale, le cose che hanno tenuto legate. Non solo schiavi, ma anche (per esempio) biciclette ai pali della luce. Quelle catene, tese attorno alle cose, si sbriciolano come calcinate del fuoco. Non fanno rumore, cadendo, diventano inutilizzabili. Non capita una volta soltanto, ma due, tre, cento, e ogni volta è come una sorpresa, tanto il fatto è inconsueto. Oppure, sono come ditte a cui appaltiamo dei lavori: arriviamo alla porta carichi di fiducia, pregustando i carichi futuri di lavoro, e diamo una voce: A che ora siete aperti? E ci vien detto: Ma veramente stiamo chiudendo, come se non fossimo mai nati. Falliscono così, senza motivo, il giorno primo fiorenti, quello dopo già morte. Cosa sia accaduto nel frattempo, non si sa dire né pensare.

mercoledì 10 luglio 2019

La storia


Il film è composto di brevi momenti a sé assemblati in modo libero. Si riconosce, però, nello svolgimento un’idea costante, una specie di ronzio, appartenente alla mente del regista, e che dà unità ai frammenti. È certo un nuovo modo di lavorare, e sarebbe destinato all’insuccesso della stessa grazia inconsistente che lo rende invece piacevole alla vista, una grazia priva di legami (due aspetti che pregiudicherebbero tutto), se un cantante pop, J., non avesse deciso di comporre una nuova collezione di canzoni plasmandola su quelle immagini filmiche.
J. costruì le sue idee su quelle, preesistenti, del regista: questa è l’opinione comune. La verità è che entrambi procedettero per vie proprie, senza curarsi l’uno dell’altro, lontani fra loro e sconosciuti, dando forma alla torma di voci interiori che, è il caso appurato del regista, lo infestavano. E il cantante dové forse avere la stessa sindrome. Insieme costruirono la narrazione passo per passo, ogni passo a sé incurante del resto, ogni causa cieca rispetto all’effetto, che era con forza disconosciuto.
Passo dopo passo, il lavoro si compì, e senza nemmeno l’assillo del gesto, in piena libertà: immagini e musica si abbracciarono da lontano, e l’unione fu felice. non è stata la necessità a unirli, non fu il caso a guidarli. Non c’è la fame, in quelle opere, né l’ansia di fare per sopravvivere; c’è solo un giochetto fatto nella spontaneità dell’anima, scritto nel momento stesso in cui usciva fuori e mai più ritoccato, mai più riveduto. È una reazione naturale, come naturali sono il respiro e la defecazione, testimonianze della vivezza di un organismo, ma niente di più.
In quelle musiche e nel film che le accompagnano (dico così per farmi capire e farla semplice, in verità si deve tener conto sempre della separatezza delle due cose, che nacquero nel modo che si è detto) non c’è nulla di artistico. Eppure, furono lodate.
Questa decadenza non ha a che fare con Vico e le sue età, ma piuttosto con Spengler, e non per un’oziosa pignoleria dettata dalla vanità dell’apparire, ma per l’angustia degli orizzonti che affligge il secondo autore. W., il suo editore, ebbe ragione di costui dicendo che non gliene piaceva la scrittura, salvandosi così dall’onta di una conoscenza, seppur superficiale. Noi, però, non sappiamo cavarcela così brutalmente, e siamo costretti ad ammirare i due praticoni, definendoli artisti in modo talmente improprio che in un’epoca che non fosse la nostra si dovrebbe render conto di tale giudizio. Nella nostra, tutto appare normale. Forse, il tempo ci riscatterà, imponendoci l’oblio.

mercoledì 3 luglio 2019

Larvatus prodeo


Il negozio vende fiori. Apparentemente fa solo questo, ma lo fa con grande sapienza. I mazzi in vendita sono composti equilibratamente, con percentuali precise riguardo alle forme, i colori, i profumi. Ogni bouquet è pensato molti giorni prima della sua messa in opera, del suo mescolamento. Ogni fiore è veduto in una prospettiva speciale, nata dall’occhio e dall’esperienza dei padroni. Quando costoro vendono un mazzo, si premurano che non venga in un secondo tempo distrutto, smembrato nelle parti che lo compongono: la margherita, il fiore blu, il tulipano, la pervinca e la rosa, soprattutto rose in tutte le varietà, descrivendo nelle composizioni floreali un chiaro messaggio, essendo quei fiori simboli precisi di parole o segni. Il tutto è rilegato in proporzioni diverse, esibito dietro al vetro, pronto per il dono. Si assicurano che quei fiori, assembrati in un certo modo, non si disperdano inutilmente perdendo il senso che tanta fatica è costato al compositore. Tutto è venduto sotto sigillo, come dentro a una campana di vetro che faccia ammirare ma non toccare. Quei fiori debbono venire accarezzati dall’occhio, non dalla mano né dal naso. Eppure, in quell’arrangiamento, sono tenuti in considerazione anche il profumo e la consistenza al tatto. Tutto, però, deve risolversi nello sguardo.
Guai!, a chi sparge per il mondo il contenuto di quelle ampolle. Guai!, a chi tocca i fiori: chi li tocca muore; figuratamente, ma pur sempre muore. L’intuizione selvaggia dice: tagliate i cordoni che cingono i mazzi, sparpagliate il contenuto di quelle composizioni, prendete, e senza proteggervi col cellophan e la carta argentata, il covone di fiori così sfrangiato e, uscendo dal negozio in strada, novelli Mercurio, donatene ai passanti, un fiore per ognuno, invitandolo a prenderlo e odorarlo, gustandolo appieno.
Non si era mai fatto, prima, ma è arrivato il momento di dire: Prendi questo fiore!, dicendolo a chi ci viene incontro, prete o suora, uomo o donna che sia, bambini non se ne vedono. Osserviamo i loro occhi mentre si atteggiano a sorpresa o stupore. Forse, così, quei fiori saranno accolti dagli sconosciuti, sconosciuti voi stessi, più volentieri, con una maggiore disposizione alla scoperta. Dopo il prim’attimo, tutto riprenderà il suo corso naturale, e costui o costei lo prenderà, il fiore, portandoselo al naso per odorarlo, riscoprendo così un fatto dimenticato. Muovetevi, in strada, avanzate mascherati dal mazzo di fiori, lasciando che il dono d’uno d’essi, uno dopo l’altro, spogli lentamente il bouquet, rivelando al passante ignaro l’angoscia dei fiori, rivelando anche la vostra faccia che certamente ora emerge da dietro il mazzo.