mercoledì 25 ottobre 2017

Bisturi

Non lo si può raccontare con parole precise, ma si può comunque dire che questa donna cammina per le strade con passo leggero, lo sguardo alto verso le finestre che al momento sono ancora cieche: sembra quasi che la forza non debba mai scemare da quanto elastico è quel passo, leggero e senza fatica. Ella è giunta a casa, lungo quella strada, ma non può entrarci, non è più tempo: ella deve morire. Il corpo, all’apparenza così leggero, reca in sé la malattia che lo distrugge. Ella agisce come se questa non fosse che una prima volta di una lunga serie di volte, la prima di innumerevoli volte, volte che disegneranno una linea in cui ogni momento (basta che lo si voglia) ci si potrà fermare e riflettere sul fatto delle volte e delle linee; una linea lunga, che con la sua lunghezza garantisce la permanenza della vita.
Questa è l’ultima volta, e lei lo sa: sa che la serie di volte che doveva scandire il passaggio verso la morte è arrivata alla fine; dopo di questa non ci sarà più nessuna volta, né ci sarà una possibilità di abituarsi al pensiero. Eppure (si dice) è la prima volta; però, cedere a questa prima significa aver già accettato tutto il peso della serie di volte, peso che doveva essere diluito nel tempo per permettere l’accettazione della morte alla fine della serie. - Se io (dice) piego la testa sottostando a questa prima volta, allora è come se fossi già arrivata all’ultima; non importa quanto lunga dovrà essere la serie, io (dice) muoio già da oggi. Io (dice) entro per non uscire mai più. Il tempo in cui potevo entrare pensando a quando sarei uscita, e lo sarei stata presto, più presto del previsto, è trascorso. Adesso io (dice) entro per non uscire mai più, e non importa quanto io mi senta ancora in grado di farlo, non sono più viva da tempo, così come da tempo le cose mi sfuggono dalla mente e dagli occhi; da tempo, le mani non afferrano più nulla. Sono giunta alla fine (dice) e dico questo con la lucidità necessaria a soffrirne, a far pesare d’un immenso peso queste parole.
La calma con cui si prepara sorprende tutti: com’è possibile che non esista un modo per fermare questo scrivere? È che voi (dice) non ve ne accorgete, ma anche voi siete soggetti alla medesima legge, solo che non ci pensate e continuate a camminare come se niente fosse, ben disposti ad essere colpiti dalle inezie che quotidianamente vi colpiscono, distraendovi. Ma la mia condizione (dice) che a voi fa disperare così tanto, è la stessa vostra, e fa specie che non ve ne accorgiate, che continuiate a credervi liberi, addirittura compiangendo il mio ultimo passaggio da quella porta; io, perlomeno, sono precisamente sicura di ciò che mi sta accadendo, e lo stesso non si può dire di voi. Vi disperate (dice) di non poter fermare il flusso delle cose, ma ciò accade perché accade a me, sta accadendo a me. Non è, questa mia, una visione della realtà? E non è questa una visione mia? Dunque, non si capisce perché non dovrebbe sostenermi. Essa è una verità in quanto io (dice) la uso per piegare il reale ai miei voleri. Essa è la mia personale macchina sminuzzatrice di Realtà.
Ella sente, nel piede e nel cuore, l’avvicinarsi dell’ultimo battito, ma non ha parole per descriverlo precisamente; così, preferisce tacere e aspettare, affrontando il passo successivo con il distacco necessario, di chi sa ma non distintamente. Del resto (dice) non lo sapevo già dall’inizio? Allora, ciò che ho da fare è porre un piede innanzi all’altri e continuare così finché avrò forza, al resto penserò, se sarà il caso, quando accadrà. E poi (dice) ho pensato abbastanza quando ne avevo la possibilità, quando questo momento era lontano, così lontano che quasi non c’era bisogno di pensarci. Se non l’ho fatto allora (dice) adesso è tardi.
Ella non rischia la propria vita nel tentativo di scoprire il vero significato del sé, ma deambula su quella linea in compagnia della morte propria perché non può farne a meno: ella stessa è quella morte a cui non può sfuggire. Ha deciso di condurla con sé il più lontano possibile, ma adesso che deve trascorrere da quella porta, ed è arrivata all’ultima stazione, ha paura - una paura che non può dire, ma che tuttavia c’è. Quella visione interiore che doveva sostenerla adesso pare quasi mancante della forza necessaria; ma non esiste più modo di sfuggire alle cose, visione o non visione. Anche se non si è più sorretti da quella forza non c’è che andare avanti; e anzi, una certa cecità è adesso consigliabile se non addirittura necessaria, perché la cosa verso cui sta andando è così inevitabile che è meglio essere incoscienti al momento in cui le cadrà addosso.
Il colpo del destino, se così ancora si può chiamare, è del tutto interno al corpo, ed è paradossalmente un bene che nessun aiuto arrivi dall’esterno a soccorrerla: non esiste soccorso per un tale male che arriva su quella linea. Esso satura completamente il corpo e la vita del corpo.
***
C’è l’ombra di un bisturi, c’è l’ombra di una operazione, di un’apertura o di uno sventramento - come se quest’idea fosse sufficiente ad eliminare il male che mina il corpo saturandolo. In quell’ombra, ristà invece dell’altro male, altra sofferenza che non risolve alcunché. Si vuole intervenire perché così accade nel mondo reale, ma ella non vuole smembrarsi per distruggere il male. Non lo si può evitare, e allora è meglio camminargli addosso, contro, per tuffarcisi dentro ed annullarsi nella morte che il male comporta. Da cento segni si riconosce il suo approssimarsi; lo si può distillare da ciò che si è detto, prima non è possibile.
Se si potesse (dice) allontanare tutti, allora questo passo non costerebbe nulla; lo si potrebbe fare anche senza pensarci, senza far caso al fatto che è l’ultimo; ed è il loro sguardo che rende le cose difficili, perché non è possibile fare quel gesto e insieme preoccuparsi di quegli sguardi - e dicendo questo (dice) significa dire tener conto, interessarsi, temere le conseguenze, fare attenzione, evitare sprechi, tutte queste cose insieme espresse da un solo verbo. Capirete che è difficile fare quel passo quando così ampiamente ci si preoccupa. Essi costruiscono la visione del mondo che io (dice) ho, ma non sanno quanto sia doloroso e impegnativo produrne una, di visione: essi si limitano ad osservare ciò che non va, e a segnalarlo se non con parole dure almeno con pensieri altrettanto duri; così facendo non pensano alla loro, di visione del mondo. Essi parlano di ciò che io (dice) faccio, ma essi non fanno nulla, e non facendolo non sanno quanto dolore stia dietro ad una cosiddetta visione del mondo, una qualsiasi visione del mondo, anche la più scadente del più scadente, incapace di tenersi in piedi - essa è dolore, e loro non lo sanno. Se lo sapessero tutto cambierebbe, ma non lo sanno, ed è da qui, da questo continuo preoccuparsi di cui dicevo che nasce la mia sofferenza. Sapete voi quanto ci vuole per fare una visione del mondo?
***
Essi non sanno che l’ago del compasso, quando è puntato nell’occhio, buca, e non sanno che al primo colpo è pressoché impossibile trovare il punto giusto. Quindi, si tratta di provare e riprovare, di bucare e ribucare, e quando finalmente si riesce a trovare il punto giusto, l’occhio è ormai inservibile, pieno com’è di vuoti, di buchi, e di sangue e dolore - neanche a parlarne si riuscirebbe a capire. È dura soprattutto quando le parole, che dovrebbero dare forma a quella visione, si sfilacciano in bocca impastando la lingua ed il senso, tanto che alla fine non si capisce più nulla e si deve ricominciare da capo, ben consci che fra dieci parole e non di più le parole ricominceranno a sfaldarsi, senza che nemmeno questa volta si sia riusciti a capirci qualcosa. Poi, dopo innumerevoli volte che la si è detta, il significato appare all’improvviso; ho detto (dice) ‘il’ significato, ma sarebbe stato meglio dire ‘un’ significato, uno che è apparso e che non si sa se sia quello giusto, se sia quello perché lo è o se lo si consideri tale perché nel frattempo, a furia di ripetermelo, mi sembra tale: ci appare familiare e quindi (dice) ci è assai simile. Non si sa mai se quella conoscenza, quella visione del mondo di cui si diceva, sia nostra per elezione o per stanchezza, per abitudine; con gli occhi perforati a forza di compasso e la lingua impastata crolliamo stupefatti (dice) dicendo: - Sì, va bene, ho capito.
Queste parole, cosa significano? Come fanno a significare? Qualcosa le si attacca sopra fino a farle rapprendere. Noi capiamo (dice) ma senza capire perché. È un fatto automatico. Ma: ci si attagliano, quelle parole? Sono proprio nostre? Pare di sì, ma il modo di saperlo con sicurezza non lo si conosce. Accade che capiamo, e questo è tutto, ma non c’è la possibilità di sapere se sia giusto o no.
A far così, ci prende lo sconforto: perché non possiamo anche noi (dice) capire alla prima? Forse, non siamo destinati a farlo, forse non possiamo conoscere il mondo che così, a pezzi scomposti. Ci vuole sempre qualcuno che punti il dito su ogni singola parola, che va - quella parola - letta e riletta come se non ci fosse che quella, di realtà, come se il mondo non  fosse composto che di quella parola. A furia di guardarla, essa sciogliendosi inizia a rivelare il suo segreto, segreto che a noi pareva impossibile, invisibile, mascherato com’era da una fitta rete di parole legate insieme. Noi la guardiamo e diciamo (dice): ma sì, è vero, è proprio così, come non averlo capito prima?
Però, c’è un primo acchito, dove l’occhio si fissa, quando l’occhio s’inchioda su una parola che non è qualsiasi, quella parola, e dice (l’occhio dice): ma questa è come quella volta -, intendendo con ciò che ha riconosciuto, quell’occhio, nella parola, un senso, e pertanto s’inizia a guardare attorno in cerca di altri consimili segni. Accade anche così, ma come son rare queste volte. Riconosciamo una linea, in quelle parole, una linea che è come un germe che nasce dal fondo di uno specchio, rivelandosi come un’ombra, che traccia una fortificazione, un confine, una muraglia, un sentiero su di una carta topografica; e tracciandolo, unisce due punti, due concetti a noi noti, ed è un sollievo dopo tutto quel deserto inconoscibile, dopo tutto quel buio; ci diciamo (dice) dev’esser questa la via, la strada, il luogo, questa e noi non l’avevamo riconosciuto, o riconosciuta, non importa, e l’emozione ci turba il respiro. Questa è la regione a lungo sognata, che da tanto tempo pensavamo e che credevamo estinta e cancellata, oppure impensabile. Sapete voi quanto ci vuole per farsi una visione del genere? Se lo sapeste (dice) mi lascereste andare verso quella porta e - abbandonata a me stessa - accettare così il mio destino.

mercoledì 18 ottobre 2017

Sogno di Pegasus

Tutto è racchiuso in ciò che esce dal collo di Medusa, una cosa che cade come sabbia bagnata, uno spruzzo di sangue e materia ributtante alla vista, dalla consistenza d’alghe appena tratte dall’acqua, di acqua e sabbia che gocciola lentamente, rapprendendosi nello scendere, di sangue e vene da cui nascerà Pegasus - ma che cavallo potrà mai venir fuori da questa materia immonda? Cose schifose escono dal collo di Medusa, vene ed escrementi, tutti i pensieri che ha pensato rivolgendo alle cose colano giù dalla canna del collo, dalla carne e dalle vene, sgocciolando senza più freni, come da una bottiglia stappata.
Il nome Pegasus è scritto sopra la porta, in lettere blu su fondo bianco. È l’insegna che denomina il luogo. Nessuno entra, entrare significa conoscere, sottoporsi volontariamente allo sguardo di Medusa, un’operazione che è un taglio profondo alla base del collo, la chiusura dei rubinetti che incanalano sangue e pensieri al cervello. È uno sguardo perverso, quello di Medusa, è un occhio che tutto vuole indagare e sapere, un occhio che stana le cose dal nascondiglio per osservarle alla propria luce e guardarle mentre si distruggono, tratte fuori dal buio che le nutriva. Chi ha voglia di sottostare a questo rito deve sapere che esso non ha mai termine, ma continua indefinitamente finché ci saranno oggetti e pensieri da stanare. Sopporterete voi un tale pensiero? Sottoporsi alla fatica di esaminare anche il più piccolo dettaglio per estrarvi qualcosa in grado di dare una ragione a ciò che accade, che sappia spiegare il perché di ciò che si pensa, è difficile, duro.
Per questo, nessuno entra, nessuno varca le porte scorrevoli che, con movimento leggero, tolgono perfino la fatica di spingere i battenti: sono automatiche, basta un passo per aprirle, un passo facile. Ma una volta che si è dentro non c’è più uscita. Per questo, tutti stanno al di qua, fingendo di parlare l’un l’altro di chissà quali interessantissime cose. Quando si cade, è meglio non guardare le facce di quelli che si affacciano alla finestra da cui vi siete gettati - non è gentile nei loro confronti, e a voi quell’ultimo sguardo non servirà a granché. Meglio armarsi dello sguardo di un cieco, che non si posa direttamente sulle cose ma le circonfonde in un alone di visione; uno sguardo così, se non si è ciechi, non lo si può fingere.
Smettetela di guardare, smettetela di chiedervi cose, non è quella la verità. Pegasus mente, Medusa è una mentitrice: che cosa vi aspettavate da una il cui sguardo pietrifica? Quello che guardate non è quello che credete che sia: lo sguardo è troppo vicino per distinguere i dettagli, figuriamoci le connessioni fra quello e il resto; Medusa aveva un difetto: mentiva. Ma il suo sguardo aveva la necessità della pietra, e rendeva le cose esattamente quello che erano, senza bisogno di fingere. Quello sguardo di pietra era la sua anima.
Entrando, da quel momento dovrete sottoporre ogni cosa a quello sguardo senza mai rilassarvi un momento. A che serve un telescopio o un binocolo quando l’impegno di quel guardare è così gravoso? Prima di porre il piede sulla soglia, pensateci bene - e ci pensano infatti così bene che ancora nessuno entra.
Che cosa mai sarà quella porta se non una convenzione umana, e come tale reversibile. Che cosa mai rappresenterà quall’insegna sopra la porta, insegna che porta il nome di Pegasus, se non una cosa che occorre fra gli umani, e come tale negoziabile. Se davvero fosse così, non ci sarebbero più dubbi; e se non ci fossero davvero, allora si entrerebbe. Ma se nessuno entra, allora vuol dire che qualcosa, su quella soglia, c’è, ed è così forte da impedire il passaggio. È una inibizione, e come tale a misura d’uomo, al pari della porta e dell’insegna - ma anche qui, è meglio non fidarsi.
Medusa: tutto quello che ha veduto e di cui ha ritenuto, l’immagine o il pensiero, cola da quella ferita irreparabile, sporcando la realtà del mondo, costringendo il nostro occhio a guardare lo spettacolo senza il conforto dell’impietrire, che ci salverebbe dall’orrore e dallo schifo; invece no, guardiamo e ancora guardiamo, e ciò che vediamo è il nostro pensiero che, al pari di quello di Medusa, colerebbe sulle cose se anche a noi tagliassero le connessioni che passano per il collo.
Si dovrebbe allora usare quel collo mozzato come una canna di un telescopio per vedere più lontano, o come un collo di bottiglia da cui versare il pensiero che ci cola dal cervello non ancora raggrumato, e raccoglierlo in un bicchiere. Per fare ciò, la vista non deve impegnarsi in nulla, ma restare sulle cose, prossima alla loro gioventù, al tempo in cui ancora non si erano formate le membra e le memorie che costituiscono la realtà, quando ogni cosa era ancora molle e plasmabile, digeribile. Questi sono i consigli; se poi proprio vorrete entrare, dovrete farlo non di fronte ma di schiena.

mercoledì 11 ottobre 2017

Finaia

Lo stato di Finaia sorge sulle coste d’Africa o di India, ma le radici culturali che lo informano sono europee, belghe o finlandesi. Un sovrano di un tempo lontano e di quei detti luoghi trapiantò la nostalgia di posti a lui cari nel continente nero. Quello stato è una dimostrazione di affetto da parte di un re che volle far conoscere a un mondo ignaro la bellezza del proprio paese. Si limitò ad un apparato scenografico per non avere poi la preoccupazione di governare un paese aggiuntivo, e così costruì in quei luoghi una replica delle cose che secondo il suo regale parere erano le migliori, cose che il paese d’origine offriva già al mondo. Finaia è una cortina teatrale, uno scenario fittizio.
Finaia non ha storia, non può averla, ha a malapena una geografia, non sa neppure attribuire un paese d’origine al suo sovrano, e non sa definire nemmeno i suoi confini effettivi, né stabilire la latitudine a cui appartiene. Finaia è una idea da enciclopedisti, è il tormento di un bambino irrequieto. Sull’enciclopedia, l’articolo dedicato al regno o stato di Finaia è deliberatamente breve e conciso: nulla vi è da raccontare su questo paese senza storia e senza guerre, nato per un capriccio di un sovrano. È una nazione inattiva, non produce né esporta alcunché, né di essa si sa qualcosa oltre al fatto che esiste, e ciò è così non perché la storia di Finaia sia segreta, ma perché ci si ferma al fatto che esiste.
Se l’articolo sull’enciclopedia è stringato, il repertorio fotografico conta centinaia di immagini: là in Finaia ogni cosa rassomiglia ad altro. I comignoli sui tetti sembrano teste di vacca, le case stesse, dai tetti spioventi, paiono sottane indossate da muli docili e pasciuti, i covoni di grano nei campi paiono statue dell’Antica Grecia, i campi stessi disegnano un intrico che è quasi un arabesco, le formazioni di parata dell’esercito sembrano elefanti indiani. Quest’ultima affermazione parrebbe suggerire che Finaia abbia un esercito pronto a combattere, sempre sul punto di attaccare i paesi confinanti, ma non è così: è una falsa percezione delle cose, anch’esse riflessi ingannevoli di un’apparenza. L’esercito di Finaia è un’armata da esposizione, un esercito di parata: è fatto di fasci e nappe, di fez e alamari; quello è un esercito fittizio come fittizia è ogni cosa in Finaia. Credete voi, per esempio, che le case che sembrano muli in sottana siano case fatte per abitarci? Sono case da teatro, case di facciata, con un di fuori che dentro non ha nulla. Tutto, laggiù, è apparenza esteriore senza sostanza; ma non è per cattiveria o svogliatezza che le cose stanno così, ma per suprema necessità: quella di meravigliare chi guarda.
Questa somiglianza portata all’eccesso è un soggetto amato da fotografi di ogni tempo, che in quel luogo hanno scattato più che altrove, ritraendo tutte queste corrispondenze. Forse, è anche questo uno dei motivi per cui del regno di Finaia non si sa nulla: tutti quelli che, passando di là, hanno cercato di studiarlo per raccontarcelo si sono fermati alla superficie, alle somiglianze, e paghi di quelle apparenze non se la sono sentita di approfondire le implicazioni e i motivi di quelle coincidenze, né hanno indagato se esistessero ragioni che legassero con sentimento profondo quelle cose al luogo. Le pagine che parlano di Finaia sono poche: tentano di dire qualcosa sulla parte di mondo in cui si trova, ma i dati sono confusi, le narrazione subito s’inceppa.
Aprendo l’enciclopedia, per abitudine non si sente certo bisogno di approfondire le conoscenze al riguardo: si passa subito al repertorio di immagini, per perdersi nel gioco di specchi delle somiglianze e delle curiosità. I bambini sono solitamente colpiti da queste fotografie senza tempo. Guardano e chiedono: ‘perché?’, ma noi adulti non sappiamo dar loro una risposta, né riusciamo a capire del tutto la natura di quel perché - si tratta forse di capire perché ciò accada? o forse vogliono sapere perché ci si sia ridotti ad uno sterile gioco di somiglianze? Non si sa, non si approfondisce, e del resto anche i bambini, ormai distratti dalla loro stessa domanda e conquistati dal gioco vertiginoso delle apparenze, non vogliono più sapere; la loro era una domanda che riempiva un attimo di disagio: davanti a quelle cose non avevano avuto altro modo per esprimere la vertigine che in un momento li aveva colti quasi di sorpresa, quasi come se una porta si fosse aperta per rivelare che al mondo c’è altro, c’è qualcosa di perverso e affascinante, ci sono le somiglianze di Finaia. Subito, catturati dal gioco di linee, si sono ammutoliti, perduti nell’apparenza.
Finaia è l’occhio di un re nostalgico che, nel periodo storico in cui altri stati conquistarono l’Africa o l’India per impiantarvi delle colonie, sfruttando così al massimo le ricchezze che in quei luoghi si trovavano, impiantò un palcoscenico in qualche luogo della Terra per mostrarci e dimostrarci le sue visioni.
Di che cosa vivono, i sudditi di Finaia? Essi provarono ad andarsene, ma subito tornarono nell’apparenza consolante. Di nulla si danno pensiero se non di godere di quelle somiglianze, perdendosi in esse e ritrovando con il perdersi l’armonia che li lega all’esistenza. Quel re non ebbe la pretesa di replicare il suo paese d’origine: si limitò ad amministrare le apparenze, la facciata. Non ebbe l’ambizione coloniale dei re suoi simili, ma solo la sfrenata nostalgia, e una smodata presunzione che gli faceva credere il suo paese il più bello del mondo, così bello che chiunque avrebbe dovuto conoscerlo, anche soltanto mediante una copia. Ma copiare non bastò, egli volle che Finaia fosse lo specchio del mondo, e che avesse in ogni sua apparenza le immagini di altre cose, rispecchiate in esse come in un rimando continuo. Finaia doveva essere, nelle intenzioni del suo fondatore, lo specchio in cui il mondo, osservandosi, riconoscesse se stesso, e in questo atto di riconoscimento si scoprisse inutile e sovrabbondante, così inutile e sovrabbondante da essere tentato di cancellare la propria storia, quella storia che il regno di Finaia, fin dalla sua fondazione, aveva dimostrato di non gradire affatto, tanto da cancellarla del tutto dalla propria narrazione.
Se l’enciclopedia è il racconto circolare di un mondo, in cui ogni voce rimanda ad altre voci, Finaia è la voce finale di quel racconto, il luogo in cui ogni lemma enciclopedico trova posto e riposo. Finaia è l’asse centrale attorno a cui quel re leggendario - di Belgio o di Finlandia non si sa, anche se la seconda ipotesi per il suono pare la più plausibile, per quel suono e non perché rappresenti la fine - volle che il mondo ruotasse.

mercoledì 4 ottobre 2017

Asa Din

La signora inglese, che si chiama Asa Din, dice di se stessa: “La mia gabbia è ampia ma non è grande; è fatta di cose simili fra loro, talvolta le confronto andando da un bordo all’altro, talvolta le esamino una ad una contando le sbarre, talvolta in esse io mi smarrisco e non so più chi sono”.