mercoledì 25 dicembre 2019

Barbara

Rientrato a casa, e dopo ore di lavoro, ero così affamato che non avrei potuto dar retta a nulla che non fosse il cibo, e lei non rappresentava, stranamente, un’eccezione a questa regola. L’evidenza era così grande che pensiero e immagine non sentivano il bisogno di essere a vicenda sostenuti. Uno dei due, o anche entrambi, potevano pure scomparire dal foglio della realtà, scivolando via, lasciando inalterata la flagranza della sua, di lei, persona. Era così chiaro che mi domandavo come avrei fatto ad aprire il discorso, con quali argomenti avrei potuto toccarla, risvegliarla, per rendere anche a lei viva quell’evidenza vitale.
- Le qualità dei nostri amici si sono col tempo inasprite. Costoro sono diventati quello che all’epoca soltanto accennavano ad essere. Nulla ha deviato il suo corso.
- Ma questo è anche il tuo caso? o il mio?
I vestiti succinti rivelavano a ogni sua mossa la pelle, la carne percorsa da venuzze azzurre, d’una evidenza sconsiderata e allettante. La pienezza di quel corpo aveva resistito agli anni per arrivare integra fino a me, fino a ora. Non c’era dubbio, quella presenza conservava intatto tutto il potenziale di desiderio che un tempo aveva, pareva quasi che la distanza ne avesse aumentato pericolosamente l’intensità. Come avrei potuto districarmi in tale frangente, agendo come se nulla fosse nel frattempo accaduto, fingendo ciò che non sapevo nemmeno pensare o organizzare, non lo sapevo ancora.
Intanto, continuavo a ingozzarmi di quel cibo immangiabile, una minestra di avanzi e oggetti trovati, giusto quello che mi ci voleva per fermare la fame, recuperare le forze e la solidità. Fra un boccone e l’altro, la ingannavo con domande capziose, come quella di poco prima, a cui lei rispondeva con sorprendente perspicuità, domande seducenti che non avevano altro scopo che confondere le carte e la sua mente, rendendo al contrario la mia dura come un diamante, atta a penetrare quella carne in modo efficace e duraturo, tanto che poi non se ne sarebbe mai più parlato.
I centimetri di pelle che via via i scoprivano nell’accomodarsi dei movimenti del corpo (e che i vestiti a stento riuscivano a contenere) che si muoveva davanti a me, aumentavano a ogni minuto. Dovevo o trovare al più presto un argomento neutro di conversazione ove scaricare tutta la tensione, o saltarle addosso e violentarla – ma qui, non ero sicuro delle mie forse, dovevo continuare a mangiare cercando di non far scemare il desiderio, o nessuna delle due sarebbe accaduta.
Oltre a ciò, e a perderla, non mi venne in mente altro che il suo nome.

mercoledì 18 dicembre 2019

Indizi

Confesso che a tutta prima non riuscivo a capire perché non mi desse ascolto. E sì che avevo rischiato di fare tardi, smarrendomi nel buio, confondendo due punti opposti della città con un altro, terzo, che nulla aveva a che fare con quello dell’appuntamento, evitando conoscenti incontrati casualmente per strada che mi avrebbero forse fatto perdere tempo e perfino umiliato per il fatto di avermi incontrato, concedendo a me stesso un riposo solo là dove le condizioni per riposare ci fossero effettivamente, riuscendo infine a ritrovare la strada grazie a quel meraviglioso orologio-bussola che proprio lui mi aveva donato (un oggetto unico, come unico era lui, come unica e terribile era quell’oscurità che a un tratto mi aveva avvolto facendomi perdere tutti i riferimenti).
Lo chiamavo tendendogli le cose che aveva dimenticato andandosene, e non dava segno di capire quello che continuamente gli dicevo, né tendeva la mano alla mia mano tesa per prendere ciò che gli davo. Non capii la ragione del suo disinteresse finché non scesi come lui la rampa di scale che portava al piano di sotto.
Qui, gente disperata aveva preso possesso del pianerottolo. Eravamo tutti fermi sui gradini, ad altezze diverse, a contemplare la scena che ci si presentava davanti, cercando da quell’enigma di trarre una qualche parvenza di significato che sciogliesse la mente da quell’incomodo blocco. La cosa era così insolita che perfino i bambini erano attoniti, nella speranza che qualche adulto li sollevasse dal dubbio. Purtroppo, nemmeno noi riuscimmo in quei momenti imbarazzanti a dare un senso alla scena, nemmeno io che con costoro vivevo gomito a gomito, giorno dopo giorno, sopportando il disinteresse. Da questo punto in poi, e sui vari punti che riguardano la scena, le testimonianze discordano. C’è chi dice di aver visto ciò che in realtà era solo nell’immaginazione, stimolata dalle circostanze e eccitata dalla novità, e dice il falso. A ben osservare, gli elementi erano:
a) Un divano, bianco, su cui varia gente sta seduta, quasi accasciata, in varie pose, disperante, silenziosamente.
b) Un climatizzatore da muro completamente divelto dalla parete, come se un gran peso lo avesse strappato dal telaio (dalle crepe si intravedono tubi e meccanismi).
c) Un volume di storia della musica, ediz. Einaudi con copertina ocra rossa, usatissimo e molto sottolineato, soprattutto nei capitoli dedicati all’Ottocento francese.
d) Qualcuno che disse che qualcosa, al momento non ancora ben identificato, aveva la curvatura, o forse le dimensioni, diverse. Forse un violino, di certo uno strumento.
Tutto il resto è fantasia degli astanti, che colorivano la scena dei più inconsci significati, facendole raccontare ciò che non doveva. La cosa più importante è che gli era riuscito di uccidersi, dimostrando così un coraggio e un’iniziativa di cui non avevamo sospetto. Spesso diceva di sé e dei suoi quadri: So bene che non valgono niente, ma io ne ho dipinti centinaia, migliaia.


mercoledì 11 dicembre 2019

Iconologia

Il primo emblema rappresenta una serpe che si avvicina con un rumore di treno a vapore, striscia in mezzo alle gambe e da dietro entra nel corpo senza che ci si accorga di nulla; gli occhi guardano avanti, solo gli orecchi si sono accorti di qualcosa, ma non sono riusciti ad identificarla.
Il secondo emblema raffigura il suo ritorno dopo anni: chiede fune e chiodi, tutte le funi e i chiodi che si riesce a trovare nel laboratorio, ché deve metter su casa di nuovo, stavolta vicino a noi. Nel radunare quel materiale, si trovano fotografie che la ritraggono. Lei non vuole saperne nulla, vuole solo quel che ha chiesto, soprattutto chiodi di ferro a testa quadrata.
Il terzo emblema è una cosa di questuanti allo sportello del direttore: attendono che arrivi, l’orologio della sala segna un’ora che non è quella dell’apertura degli uffici, ma loro anticipano tutto, così da avere poi tutto il tempo per parlare con comodo. Arriva poi un impiegato che avverte che oggi non ci saranno colloqui, e la coda si dissolve. Uno solo rimane, ma lui ha altri affari da sbrigare.
Il quarto è simile al primo, solo che la serpe arriva dal davanti e nulla accade, essendo stata notata: non entra nel corpo a tradimento ma scivola via, con effetti di rimpianto.

mercoledì 4 dicembre 2019

I nomi sul libro

“Voi ragazzi siete iscritti sul mio libro paga. Dovete fare quel ch’io vi dirò al momento, senza discutere né pensare se quello che vi chiedo sia poco o troppo. Alla fine, per il fatto di essere un nome nella mia lista, sarete pagati tutti, senza tener conto di quel poco o troppo. Di nulla vi dovete preoccupare se non di obbedirmi, e se lo farete il premio sarà che rimarrete nomi nel mio libro. Altrimenti accadendo, i miei occhi si poseranno su chi avrà trasgredito, e costui non sarà più un semplice nome anonimo su una lista, ma avrà una faccia e una qualità che lo renderanno evidente, e inviso ai miei occhi.”
Così il Boss.