Se la giornata si preannuncia vuota, c’è sempre il modo di passare un pomeriggio al seminario. Arrivando presto, subito dopo pranzo o addirittura proprio a quell’ora, non si troverà nessuno. Si avrà tempo di meditare passeggiando nel giardino, anche cadendo fra le ortiche. A quell’ora, nulla punge né ferisce, e se si cade inciampando in un sasso o in una lapide non ci si fa male, ma si rotola nell’erba per subito rialzarsi con un movimento come di torsione, una mossa che viene facile solo a quell’ora trascorsa nel giardino, quel giardino e non un altro.
Incontrare qualcuno qui non è possibile, o è possibile solo per un remoto caso: gli occhi sono continuamente attratti dalle cose; lapidi incastonate nel muro, muri sbrecciati su cui l’umidità ha disegnato figure che paiono sempre sul punto di rappresentare qualcosa; insetti multicolori che passano accanto sibilando costringendo ad una perpetua ansia, spingendoci a chiederci se ci pungeranno o no; erbe, alti fusti d’erbe sconosciute su cui perdere il tempo nel tentativo di identificarle. Con tutto questo, si deve tenere la mente fissa alla strada che si va percorrendo, rammentandosi ad ogni passo dove di va e da dove si viene. Incontrare qualcuno è difficile, e se per caso accade così non sarete costretti a prestargli attenzione perché egli, novantanove volte su cento, non vi avrà notato, vittima di quel rapimento che aveva colto anche voi un momento prima di scuotervi - e non sapete nemmeno perché.
A quell’ora, tutto è deserto, e se non si vuole passeggiare in giardino tra erbe officinali e libellule, si può salire in Biblioteca a sfogliare qualche antico volume. Il custode, il signor F., sarà così gentile e premuroso da offrirvi una tazza di tè, che però sarà vostra cura rifiutare gentilmente con un pretesto qualsiasi, data l’eccezionale imbevibilità di quell’infuso. Potrete offrire a vostra volta come scusa un improvviso mal di stomaco o un altro qualsiasi disturbo: la cerimonia non sta nel bere il tè, ma nell’offrirlo e gentilmente rifiutarlo, per permettere lo svolgimento del tempo e la dizione di alcune necessarie battute, necessarie s’intende alla costruzione di quel desolato pomeriggio, e che vi daranno l’agio di muovervi liberamente nell’edificio.
Le stanze di sopra, disponendosi su piani differenti, danno l’impressione di un labirinto, illusione che subito scompare se si pone mente con attenzione a dove si sta andando e da dove si è venuti, proprio come nel giardino. È uno sviluppo su un’asse lineare, ed è quanto di più facile si può tenere a mente. Là si possono incontrare alcuni bambini - dico bambini per semplificare, forse proprio loro sono i seminaristi.
Sono bambini-tartaruga, bambini-albero, bambini-lama, bambini-anziano, ruvidi e lisci al medesimo momento, longevi e flessibili come giunchi. I modi sono importuni, come provenienti da un luogo spoglio di convenienze, i gesti senza parole e bruschi per una disaffezione al linguaggio. Ognuno di loro è vestito d’una tunica bianca e ha con sé un gatto, bianco anch’esso.
Spiano i nostri movimenti da dietro le porte, dalle inferriate, dai vetri: le porte non hanno serrature né chiavi, qui nessuno ha curiosità dell’Altro, essendo tutti identici fra loro. I giorni di visita rompono ogni inibizione, osservando ogni cosa con rapacità e fastidio, come se disdegnassero d’essere distratti da noi. Eppure, sono curiosi al massimo grado, di una curiosità animale, che tocca là dove non dovrebbe, ignorando il pudore. È una curiosità da fanciullo idiota, che non sa bene che cosa sia da desiderare, diteggiando tutte le cose come per chiedere loro quale ne sia l’uso. Le tocca non potendone fare a meno, cercando di istituire un principio di causa e di effetto, di cui al momento ancora nulla si sa. Tocca le cose dicendo ah!, ma è un suono riflesso, non voluto. Se per caso gli afferrate le mani in questo toccamento egli le ritira subito come se no volesse essere toccato ma toccare per primo.
I bambini-tartaruga sono silenziosi: hanno gesti bruschi e fattezze da monaco buddhista, calvi, anzi del tutto glabri, vestiti solo di quella tunica. Non parlano parole, ma solo suoni, bruschi al pari dei loro gesti, inarticolati e dettati da un io interiore che non ha orizzonti. Obbligati alla loro vita claustrale non hanno desideri, ma nei giorni di visita l’inconsueto li turba, e a poco vale dire che un inconsueto che si ripete ogni settimana non è inconsueto; essi vedono solo la solitudine, e se questa è frantumata dalla presenza dell’Altro, allora essi si frantumano a loro volta in una miriade di gesti incoerenti, messi là per arginare l’invasione. Fuggono, se li si avvicina, ma poi si fanno innanzi mascherati dal cappuccio della tunica. Se si è abbastanza veloci si può prendere loro la mano: sul palmo ci sono delle macchie che li rende simili alla scorza di un albero, betulla o pioppo, simili a una scrittura incisa, ma nessuno ha mai capito che cosa vi sia scritto. Ognuno ha un gatto, su cui riversa il proprio sentimento.
Animali davvero irriverenti diventano essi con questo bagaglio umano imposto loro dai padroni. I seminaristi sono muti, le mani segnate da un codice ignoto, e al pari degli alberi a cui somigliano sembrano eterni e identici l’uno all’altro. Per sfuggirgli, è meglio non permanere nelle stanze ma uscire in giardino. I colori delle libellule, anche se il loro ronzio vi disturba, vi distrarranno a tal punto che non vedrete null’altro.