mercoledì 29 agosto 2018

Monozite / dobozite

Ci sono due modalità di salita e permanenza: monozite e dobozite. Dipende da come si appoggia il piede sulla piattaforma, se di piatto o leggermente spostato. Ogni altra cosa deriverà da quello. Anche osservando bene è difficile talvolta stabilire di quale modo si tratti, ma di norma è abbastanza chiaro, essendo i movimenti propri all’essere umano in numero limitato, e con non troppe variazioni. Si crede, spesso, che lo spirito sia talmente libero da permettersi qualsiasi cosa, e invece, esaminando quella posizione del piede all’ingresso che determina ogni cosa a seguire, il raggio d’azione del cosiddetto spirito è cortissimo, spesso prevedibile, sempre moventesi entro quei due confini, neppure troppo lontani fra loro. Forse potrebbe essere un sollievo venire a sapere che monozite e dobozite sono due atteggiamenti radicalmente diversi, ma da ciò che si è detto è facile arguire che non è così: quei due gesti che segnerebbero per così dire il minimo e il massimo disponibile allo spirito sono quasi indiscernibili, indescrivibili tanto sono uguali, differendo soltanto per quella particolare maniera di poggiare il piede sul ferro che segna l’entrata.
Nonostante questa somiglianza, i due modi differiscono nel prezzo: monozite costa il doppio, e dato che alla vista si ottengono gli stessi risultati in entrambi i casi, molti adottano il modo dobozite: si sentono in tal modo più sicuri, tutelati contro ogni possibile sfavore o accadimento. Il metodo monozite è però più puro e più freddo, di un freddo metallico, meno visibile all’animo, forse, sempre propendente a una cospicua dose di dubbio. È un metodo ascetico, per così dire, di fare le cose, anche se come si è detto le differenze alla vista sono quasi impercettibili. Ma è quel modo di poggiare il piede, che, a detta di chi l’ha scelto, è difficile, fonte perpetua di dubbi e incertezze, a garantire la salvazione.

mercoledì 22 agosto 2018

Seminario

Se la giornata si preannuncia vuota, c’è sempre il modo di passare un pomeriggio al seminario. Arrivando presto, subito dopo pranzo o addirittura proprio a quell’ora, non si troverà nessuno. Si avrà tempo di meditare passeggiando nel giardino, anche cadendo fra le ortiche. A quell’ora, nulla punge né ferisce, e se si cade inciampando in un sasso o in una lapide non ci si fa male, ma si rotola nell’erba per subito rialzarsi con un movimento come di torsione, una mossa che viene facile solo a quell’ora trascorsa nel giardino, quel giardino e non un altro.
Incontrare qualcuno qui non è possibile, o è possibile solo per un remoto caso: gli occhi sono continuamente attratti dalle cose; lapidi incastonate nel muro, muri sbrecciati su cui l’umidità ha disegnato figure che paiono sempre sul punto di rappresentare qualcosa; insetti multicolori che passano accanto sibilando costringendo ad una perpetua ansia, spingendoci a chiederci se ci pungeranno o no; erbe, alti fusti d’erbe sconosciute su cui perdere il tempo nel tentativo di identificarle. Con tutto questo, si deve tenere la mente fissa alla strada che si va percorrendo, rammentandosi ad ogni passo dove di va e da dove si viene. Incontrare qualcuno è difficile, e se per caso accade così non sarete costretti a prestargli attenzione perché egli, novantanove volte su cento, non vi avrà notato, vittima di quel rapimento che aveva colto anche voi un momento prima di scuotervi - e non sapete nemmeno perché.
A quell’ora, tutto è deserto, e se non si vuole passeggiare in giardino tra erbe officinali e libellule, si può salire in Biblioteca a sfogliare qualche antico volume. Il custode, il signor F., sarà così gentile e premuroso da offrirvi una tazza di tè, che però sarà vostra cura rifiutare gentilmente con un pretesto qualsiasi, data l’eccezionale imbevibilità di quell’infuso. Potrete offrire a vostra volta come scusa un improvviso mal di stomaco o un altro qualsiasi disturbo: la cerimonia non sta nel bere il tè, ma nell’offrirlo e gentilmente rifiutarlo, per permettere lo svolgimento del tempo e la dizione di alcune necessarie battute, necessarie s’intende alla costruzione di quel desolato pomeriggio, e che vi daranno l’agio di muovervi liberamente nell’edificio.
Le stanze di sopra, disponendosi su piani differenti, danno l’impressione di un labirinto, illusione che subito scompare se si pone mente con attenzione a dove si sta andando e da dove si è venuti, proprio come nel giardino. È uno sviluppo su un’asse lineare, ed è quanto di più facile si può tenere a mente. Là si possono incontrare alcuni bambini - dico bambini per semplificare, forse proprio loro sono i seminaristi.
Sono bambini-tartaruga, bambini-albero, bambini-lama, bambini-anziano, ruvidi e lisci al medesimo momento, longevi e flessibili come giunchi. I modi sono importuni, come provenienti da un luogo spoglio di convenienze, i gesti senza parole e bruschi per una disaffezione al linguaggio. Ognuno di loro è vestito d’una tunica bianca e ha con sé un gatto, bianco anch’esso.
Spiano i nostri movimenti da dietro le porte, dalle inferriate, dai vetri: le porte non hanno serrature né chiavi, qui nessuno ha curiosità dell’Altro, essendo tutti identici fra loro. I giorni di visita rompono ogni inibizione, osservando ogni cosa con rapacità e fastidio, come se disdegnassero d’essere distratti da noi. Eppure, sono curiosi al massimo grado, di una curiosità animale, che tocca là dove non dovrebbe, ignorando il pudore. È una curiosità da fanciullo idiota, che non sa bene che cosa sia da desiderare, diteggiando tutte le cose come per chiedere loro quale ne sia l’uso. Le tocca non potendone fare a meno, cercando di istituire un principio di causa e di effetto, di cui al momento ancora nulla si sa. Tocca le cose dicendo ah!, ma è un suono riflesso, non voluto. Se per caso gli afferrate le mani in questo toccamento egli le ritira subito come se no  volesse essere toccato ma toccare per primo.
I bambini-tartaruga sono silenziosi: hanno gesti bruschi e fattezze da monaco buddhista, calvi, anzi del tutto glabri, vestiti solo di quella tunica. Non parlano parole, ma solo suoni, bruschi al pari dei loro gesti, inarticolati e dettati da un io interiore che non ha orizzonti. Obbligati alla loro vita claustrale non hanno desideri, ma nei giorni di visita l’inconsueto li turba, e a poco vale dire che un inconsueto che si ripete ogni settimana non è inconsueto; essi vedono solo la solitudine, e se questa è frantumata dalla presenza dell’Altro, allora essi si frantumano a loro volta in una miriade di gesti incoerenti, messi là per arginare l’invasione. Fuggono, se li si avvicina, ma poi si fanno innanzi mascherati dal cappuccio della tunica. Se si è abbastanza veloci si può prendere loro la mano: sul palmo ci sono delle macchie che li rende simili alla scorza di un albero, betulla o pioppo, simili a una scrittura incisa, ma nessuno ha mai capito che cosa vi sia scritto. Ognuno ha un gatto, su cui riversa il proprio sentimento.
Animali davvero irriverenti diventano essi con questo bagaglio umano imposto loro dai padroni. I seminaristi sono muti, le mani segnate da un codice ignoto, e al pari degli alberi a cui somigliano sembrano eterni e identici l’uno all’altro. Per sfuggirgli, è meglio non permanere nelle stanze ma uscire in giardino. I colori delle libellule, anche se il loro ronzio vi disturba, vi distrarranno a tal punto che non vedrete null’altro.

mercoledì 15 agosto 2018

Gli dèi del Kansas

A una ventina di metri d’altezza, le pale si agitano, incrociandosi in un moto continuo, tagliando ciò che gli passa attraverso. È il nostro unico mezzo per difenderci. Essi abitano nell’ultima stanza dell’ultima casa nell’ultima strada di questo triste paesello, venuto su nel dopoguerra nel bel mezzo del deserto americano. Una cittadina quasi senza nome, fatta di case tutte uguali, basse e larghe, e strade che si incrociamo perpendicolarmente e parallelamente.
Le nostre case, basse e larghe, sono parallelepipedi ai lati delle strade, agglomerate nel centro, che è tale per l’agglomeramento e non per la presenza di una chiesa o di un municipio, disperdendosi al margine, che è tale per la presenza del deserto incipiente. Tutte le case sono uguali fra loro, così come le strade, ad eccezione di quella strada e quella casa. Le vie non hanno altro senso che incrociarsi e dividere la sterminata pianura in rettangoli, tutti uguali l’uno all’altro. E, al limitare dell’abitato, quella strade che hanno così ben adempiuto al loro ordine, si disperdono nel nulla deserto, quasi senza transizione. Un niente distingue la città dal deserto, un minimo ordine che è garantito dal reticolo di strade, un reticolo così leggero cha basta un soffio un po’ più forte per disperderlo. Nessun nome, per quelle vie, ma solo numeri, e il cielo è sempre in un eterno crepuscolo, anche in pieno giorno: nuvole grigie e nere schermano il sole, i cui raggi le bucano con un effetto sorprendente anche per noi che qui viviamo da generazioni.
Non ci spingiamo mai fino a quella strada e a quella casa, ce ne stiamo qui a guardare il cielo. “Guardare il cielo” è parola grossa, adatta a una nobile occupazione. I più grandi filosofi hanno guardato il cielo nel tentativo di scoprire ciò che è qui sulla terra, ma quel loro guardare non somiglia al nostro. Il nostro cielo è continuamente tagliato dalle pale del macchinario, e così la visione del cielo è sempre oscurata, mai completa o illuminante come poteva essere quella degli Antichi, che individuarono in esso i loro destini, scrivendo le mitologiche storie che erano loro proprie, storie che esprimevano a fondo quell’anima comune ai molti e ai pochi. Qui, il cielo è guardato con terrore, lo stesso terrore che ci prende quando rivolgiamo il pensiero a quella casa là. Le poche volte che ci siamo avvicinati siamo quasi morti di paura nel vederli.
Si aggirano come fantasmi di tulle, con il frastuono di torri su ruote, agitando le vesti al vento che il loro muoversi produce. Se si avvicinano, è meglio fingersi morti. Si faranno vicini cercando di risvegliare il movimento, perché è a quello che puntano. Dicono di averli visti che si aggiravano con rumore di carri. Alla vista, paiono fantasmi o tralicci semoventi, simili in tutto a una macchineria teatrale. Dicono anche che la miglior cosa da fare se li si incontra è appunto fingersi morti, cercando di perseverare nella finzione mentre loro strappano ogni cosa. Se uno si muove, è finita, ma non si sa in che modo, se uno diventa dei loro o se invece si può rientrare nella comunità. Sono spauracchi, dicono altri, che non hanno nulla a che vedere con quelle pale che agitano l’aria cercando di tagliare il cielo. Quelle, son lì per figura, l’unica cosa che sanno fare è il frastuono, il rumore. Quegli spauracchi e quelle pale sono lì per la cattiva capacità degli uomini di ragionare, anche se noi, per paura o per ignoranza, li abbiamo legati gli uni alle altre in un rapporto di causa e effetto.
Probabilmente, essi sono dèi, e non conoscono la carne, né sanno che è fragile e inconsistente. Non concepiscono altro modo che il loro, non sanno che è possibile scansare di lato e fingersi morti. Essi vanno dritti per la via intorno alla casa.
Ma certo, gli angeli: quale dio non ha una schiera di angeli che lo accompagna? Questi déi-traliccio sono arrivati qui da tempo immemorabile, tanto che le nostre cronache non riportano nulla al riguardo. Non li temiamo, ma ci fanno paura, così li teniamo a distanza standocene alla larga. Ma è degli angeli che scrutiamo con apprensione l’arrivo, ed è per questo che quelle pale tagliano il cielo continuamente, facendo un rumore come di mulino. Se per questi strani déi è sufficiente la distanza per essere al sicuro, nulla potrà salvarci dalla caduta libera degli angeli. Si spera che il meccanismo, quando sarà il momento, funzionerà, ridicendo a brandelli gli ospiti indesiderati. Il cielo carico di nuvole pare un presagio della loro venuta, nascondendocene l’arrivo, ad ogni attimo. Così noi passiamo i giorni con il naso per aria a scrutare.
Con le zampe a gruccia ti rovistano dentro, tirando fuori carne come fosse carta velina. Lo fanno senza ritegno, senza rendersi conto di quello che accade, in risposta a un moto interiore di cui hanno perso la ragione. L’unica cosa, anche con loro, è starsene fermi senza respirare né muoversi, sperando che finisca presto, prima del momento in cui il bisogno d’aria ci costringa a tirare il fiato e mostrare così che non siamo morti e che è possibile rimestare ancora un po’. Il loro movimento si conclude in questo rimestare -, dicono i più visionari fra di noi, che forse hanno capito meglio degli altri come stanno le cose. Devono essere stati loro a progettare quelle pale. Lo spettacolo nelle loro menti dev’essere terribile: immaginatevi di giacere sforzandovi di restare immobili mentre quelli girano attorno come avvoltoi, al di sopra degli déi, facendo quel fracasso come di morte, e capirete subito perché.

mercoledì 8 agosto 2018

San Pietro

C’è forse una via d’uscita? Non c’è una via d’uscita. Questi sono imitatori, di corpo e di voce, e anche se il loro volto non corrisponde a quelli che sono imitati, l’impressione che se ne ricava è di essere in presenza dell’originale. Poi, però, il punto di vista si sposta, e si capisce di essere di fronte a degli imitatori. Quel ciuffo lungo, ad esempio, non apparterrebbe mai a un Papa, quel dettaglio lo tradisce. Costui si vuol fare intombare nella cupola di San Pietro, dice, sottoterra perpendicolarmente alla lanterna, ma si capisce che è tutto uno scherzo, architettato da valenti scenografi e truccatori. - Non lo riconosco -, dice, - quella piega del naso e la bocca carnosa, non la riconosco, non è mia. Eppure sono io. Quello sono io, e fino a qualche tempo fa, un paio d’ore, ne avrei certamente convenuto, ma ora (e non che ora io lo guardi meglio o abbia maggior attenzione nello sguardo, è solo che finalmente lo guardo) no. Quello non sono io, è impossibile che quello sia stato io. Se fosse vero, la mia mente lo avrebbe rifiutato. L’avrebbe dovuto rifiutare ogni volta, solo che io non me ne ricordo, ricordo solo che tutto era normale, o almeno non da creare dubbi. Adesso, però, tutto ciò mi ripugna, e mi pare impossibile che sia accaduto. - Se non puoi guadagnarti la fiducia degli ultimi della terra -, dice l’altro, - di coloro che sono uno sputo nell’occhio del mondo, se non puoi portarteli dalla tua parte, che te ne fai della stima dei potenti? Se i deboli non saranno con te, nulla reggerà alla prova del tempo.

mercoledì 1 agosto 2018

Tubetto


Quando il sole della ragione viene a penetrare tra le nuvole nere, l’arcobaleno che ne esce è bianco, fatto di toni diversi di bianco, tanto luminoso che il colore alla sua vista scompare. Spremiamo il nostro essere dal tubetto e con quello stucco riempiamo ogni interstizio della realtà, badando bene a non lasciare scoperto nessun punto. Mentre facciamo questa cosa difficile, in sottofondo scorre un disturbo, sempre lo stesso, formato da una ventina di parti distinguibili fra loro, al termine delle quali ricomincia da capo. Lo diciamo disturbo ma non si sa bene cos’è. È composto di parti differenti, come vignette stilizzate di una storia, che non scorrono fluidamente ma inceppandosi, e mai nel solito punto. È una cosa che scorre dietro allo scorrere delle cose che costituiscono la realtà: potrebbe essere una colonna sonora se vi fosse del suono in esso. Invece, si tratta di un disturbo, e nonostante l’azione disturbatrice di questo sottofondo dobbiamo sforzarci di spremere l’essere dai nostri tubetti, e con quello stucco riempire ogni anfratto. Voi dite: di certo la memoria vi sosterrà. Ma ogni fatto che accade sembra nuovo, appena fatto, senza legame con ciò che è venuto prima, tanto che non sappiamo più che fare per tenerli a bada. Si fanno avanti spaventandoci, e confusi come siamo da quella serie di fatti sullo sfondo che continua a ripetersi, non si sa come comportarsi.
La serie si sovrappone ai nostri atti disturbandoli, mettendo in essi una cosa che non è della stessa razza, un elemento eterogeneo che mal si combina al resto, nonostante gli sforzi fatti per ignorarlo. L’irradiazione di disturbo non è assoluta, ma s’infrange nei dettagli come uno stucco che non riesce a penetrare bene in tutti gli anfratti e le pieghe che la realtà fa nel suo esplicarsi. L’inadeguatezza dei nostri strumenti non può essere rinforzata da un entusiasmo idiota - anzi, l’idiozia viene evidenziata dalle difficoltà.