La macchina per punzonare le anime è composta da piccole piastrine, di forma rettangolare e allungata, uno dei bordi più piccoli arrotondato; da quella parte, provvista di foro, ci si aggancia al perno verticale. Ogni perno sostiene quaranta piastrine, e i perni sono disposti in una fila orizzontale, come i denti di un pettine, in schiere di quaranta o sessanta. Sulla piastrina vi è una foto e un nome. Le piastrine sono infilate nel perno in serie di venti o quaranta elementi.
La macchina è molto simile ad una macchina da scrivere antica; la tastiera, che forma un angolo ottuso con la schiera dei perni, è provvista di tasti a martelletto, con cui si presumibilmente si mettono in funzione le piastrine, descrivendo con la pressione dei tasti la loro sequenza su un immaginario foglio, foglio che disporremmo sul carrello se quella fosse una macchina da scrivere. Il fatto che ogni perno contenga dalle venti alle quaranta piastrine può far supporre che tali anime, dato che ogni piastrina identifica e raffigura un’anima, essendo raggruppate su un medesimo perno abbiano un destino comune - non è così.
Un meccanismo laterale permette di allentare la tensione dei perni mediante lo sganciamento di un telaio, posto superiormente ad essi, liberando così le varie anime per eventualmente ridistribuirle fra i vari perni, operazione questa che va compiuta con la massima cura e competenza: si deve essere dei veri esperti per spingersi così in là, compiendo un lavoro di tale fatta. Si deve possedere, per farlo, una scienza profonda.
La macchina ha una tastiera composta di lettere e simboli, come una comune macchina da scrivere. In verticale, come un leggio di pianoforte, si alza il sistema di perni su cui sono infilati i punzoni: lo ripeto affinché si sia, nell’immaginazione, più che sicuri dell’aspetto del meccanismo. Non devono sussistere dubbi al riguardo.
L’insieme ricorda una di quelle colossali primissime macchine, con l’anfiteatro dei martelletti (i martelletti formano un teatro che è anfiteatro in quanto doppio, anfi-, duplicato su se stesso in virtù delle maiuscole e delle minuscole) a circondare il palco del foglio bianco. Qui, si nota la schiera dei perni su cui sono inserite, come lamelle di un’armonica, i punzoni in collezioni di venti unità, ognuno di quelli rappresentante un’anima individuale. La serie dei perni è in numero multiplo di venti, di solito quaranta, ma talvolta può arrivare anche a sessanta o ottanta.
Una volta che la macchina è rimontata, con i punzoni al loro posto e il telaio serrato in modo da garantire una solidità a prova di uso e priva di cedimenti (se il telaio non è ben chiuso le giunture della macchina giocano negli incastri di collegamento producendo il caratteristico ondeggiamento che prefigura il crollo imminente) allora tutto va miniaturizzato, ridotto alle dimensioni di una capocchia di spillo, di vite o di bullone, dal diametro di un centimetro, massimo un centimetro e mezzo; una vite in ottone che racchiude centinaia di vite, di anime tutte punzonate a dovere e in ordine rigoroso, serrato.
Soltanto alcuni fra di noi, i cosiddetti ripulitori (che fra loro si chiamano tecnici) possono accingersi a scollegare i perni dal telaio per liberare i punzoni e ridistribuirli all’interno della macchina, seguendo le regole di un gioco che agli individui comuni è proibito addirittura pensare. C’è sempre la possibilità che, una volta rimontata, la macchina non funzioni più, a causa del rilasciamento degli incastri o per una cattiva redistribuzione.
Questi tecnici sono così abituati a un tale lavoro che operano quasi senza pensare: è necessario infatti sgombrare definitivamente la mente da ogni ingerenza, affinché il conto e la permutazione delle tessere non inciampi, ovvero che non ci si scosti troppo dalle contingenze. In altre parole, ciò che accade non deve distogliere dal compito che le mani (i muscoli, i tendini, i nervi) hanno imparato a svolgere così bene. Nomi e simboli, incisi indelebilmente sui punzoni, sono contrassegni che al tecnico non interessano. La redistribuzione delle anime dev’essere al contempo casuale e guidata, in un insieme di alea, riflessi condizionati e ispirazione, tre fattori che sono slegati dal fatto che sotto gli occhi accade.
(Con un inganno - mi sono fatto passare per tecnico ripulitore - ne ho rubata una, tanto era il desiderio, e ho iniziato con molta cura a smontare i punzoni, che ho riposto in luogo sicuro e nello stesso ordine in cui li ho rimossi per eventualmente rimetterli a posto; e già non sto capendo più nulla di ciò che faccio, di come funzioni la macchina. Ricomporrei volentieri tutto, ma giunto fin qui non capisco più come fare).
La vite (il bullone, lo spillo) va agganciata alla base dello sterno, proprio sopra lo stomaco - anzi, fra questo e l’osso, come un collegamento fra le due sezioni. È sufficiente appoggiarla, si stringerà da sé, serrandosi al plesso. Di qui, la macchina è pronta all’uso, ed è un uso incognito, di cui nulla si sa. Basta appoggiarla nel luogo che le è proprio, darle un colpo con la punta delle dita, quasi ad accomodarla nella sede deputata, ed essa comincerà a funzionare: la bambina che l’ha ricevuta è pronta per qualsiasi escursione, qualsiasi evenienza. Quale strana perversione ci rende incapaci di star fermi e sopportare l’inevitabile effetto (di quella causa)? Che cosa ci spinge a controbattere scompostamente quella spinta? È la vite, diciamo, ma non ne siamo mai del tutto sicuri.
Non è necessario che questa macchina funzioni, è sufficiente che sia stata pensata. La descrizione accurata serve ad evitare i dubbi derivati da tale pensamento; vista la facilità con cui queste macchine si sottomettono allo smontaggio, quasi come se fossero accondiscendenti in riguardo a quest’atto di violenza, senza opporre resistenza, neppure quella dei materiali che la costituiscono (ferro, acciaio, ghisa, bachelite), che cosa impedirebbe a chiunque di smontarla e manometterla? La corretta descrizione, invece, ne garantisce la ricostituzione e il rimontaggio nell’ordine preciso in cui deve trovarsi per funzionare.
(È un piacere fisico liberare i punzoni dai perni, ammonticchiarli sul tavolo alla rinfusa, farseli scorrere tra le mani chiuse a pugno, fra le dita leggermente aperte come se fossero granelli di sabbia, schegge di ottone cascame di una fresatura, leggerissime: raramente è possibile un godimento sensuale di questo tipo. Sentite, il suono leggero che fanno quando si urtano l’un l’altro. Che suono è mai questo, verrebbe da dire.
È questo, ciò che intendiamo e cerchiamo quando sentiamo quell’attrazione improvvisa: schiodare l’armatura che trattiene questo piacere, gustandoselo in un continuo rimando dei sensi; per salvaguardarci dalle conseguenze e preparare il terreno a qualsiasi evenienza, si cominciato con l’osservare in che modo queste macchine si presentavano all’occhio, ad uno sguardo ignaro di tutto. Cosa c’è di più bello e dolce che perdersi in quello sguardo osservatore? Dobbiamo perciò porre un freno, schermare questo piacere, camuffarlo con il dovere o con un compito così complesso che la sua esecuzione sia ritardata o impossibile: ecco il motivo di questo discorso. Dimenticare da dove si viene, avere sempre sott’occhio l’attuale, mai prefigurare il futuro: ecco le tre qualità dei tecnico perfetto).