La
mente è come un occhio smemorato che guarda e dice: io, proprio “io”, reggo lo
spazio creando incessantemente l’accordo fra la terra e il cielo; io sono un
vampiro lesbico che nulla sa di ciò che avviene alle mie spalle.
Perché,
vedi, il male può colpire senza che la mente se ne accorga. Esso entra nel
corpo e lo conquista, ma la mente, eccitata, non se ne rende conto e continua
ad avanzare a tutto vapore, conscia solo di se stessa e del suo potere. Poi, la
notte, la coscienza si ritira rinchiudendosi in sé, abbandonando i vari
investimenti, lasciando temporaneamente il corpo. Al mattino, quando vuole
riguadagnare la sua posizione, non ce la fa, la trova occupata dal male - ed è
lì che la mente crolla, rendendosi d’un tratto conto che il corpo è malato e
che quindi deve comportarsi di conseguenza, soffrendo come se fosse esiliata.
Da quel punto in poi, la malattia ha conquistato tutto, non deve far altro che
consumare ogni energia finché ce n’è, e infine scomparire con la morte
dell’ospitante.
Finché
la mente stava su, il corpo aveva un bell’essere malato: essa non se ne
accorgeva, compresa com’era nel suo agire; ma quando, a causa del sonno e della
notte, si è ritirata, al mattino ha trovato i posti occupati, e si è dovuta
arrendere all’evidenza. Andava, andava bene, per inerzia, come chi è al sicuro
in casa propria, con la forza immensa di chi cade da un precipizio senza
accorgersi di quello che accade. Quella finestrella piccola e quadrata che dà
sul retro, sui campi di erbacce che crediamo deserti, è chiusa.
La
mente era lì, nessuno la poteva allontanare. Ma ha commesso l’errore di
ritirarsi, e quando al mattino ha voluto riprendere il suo posto, l’ha trovato
occupato, e la finestrella chiusa, lo sguardo da lì dimenticato. Aveva un bel
non farci caso, ormai il male si era installato là dove comandava lei, e non
c’era verso di toglierlo da lì. Lasciando le sue conquiste era convinta di
ritrovarle al mattino, non pensava nemmeno lontanamente a una cosa del genere;
non pensava, alla sera, che avrebbe perso tutto di lì a poche ore.
Questo
accade perché la mente è ben lungi dall’essere un perfetto apparecchio - ha un
difetto, e anche piuttosto grande: l’evoluzione. Essa è piccola come tutte le
cose piccole, e suoi possedimenti non sono che un grossolano sbaglio. Non ci si
era resi conto dei suoi intrighi segreti, dei legami con le cose basse, dei
compromessi con quelle fatti. Meschina era, quella mente che pareva splendente,
e adesso ciò è stato dimostrato.
La
sua storia ricomincia ogni volta da capo, e la serie di conquiste si ripete
innumerevoli volte, così come la serie di vittorie che la coronano. L’errore la
sbalza ogni volta da quel punto, la sua esperienza non la guida, e ogni volta è
una volta in più. Basterebbe che volgesse il capo all’intorno per comprendere;
invece, piena di potenza e gaia di esserlo, mantiene le sue posizioni senza
parere, sospingendosi in avanti incurante di ciò che accade - cosicché infine
soccombe, sempre per quella distrazione, per non aver tenuto a mente questa
cosa. Non è come il bambino che cade in fallo solo perché ha detto: “Questo, lo
voglio anch’io”, ma è come il padre che non si accorge che la finestra sul
retro è aperta e sono entrati i ladri, i quali non attendono altro che essa se
ne vada a riposare per prendere il comando: ed essa se ne andrà certamente,
perché a ciò è costretta dallo scorrere delle ore. Nel frattempo, i ladri
attendono nel folto dell’erba l’uscita della padrona. Essi non hanno furia.