mercoledì 27 dicembre 2017

La febbre

La mente è come un occhio smemorato che guarda e dice: io, proprio “io”, reggo lo spazio creando incessantemente l’accordo fra la terra e il cielo; io sono un vampiro lesbico che nulla sa di ciò che avviene alle mie spalle.
Perché, vedi, il male può colpire senza che la mente se ne accorga. Esso entra nel corpo e lo conquista, ma la mente, eccitata, non se ne rende conto e continua ad avanzare a tutto vapore, conscia solo di se stessa e del suo potere. Poi, la notte, la coscienza si ritira rinchiudendosi in sé, abbandonando i vari investimenti, lasciando temporaneamente il corpo. Al mattino, quando vuole riguadagnare la sua posizione, non ce la fa, la trova occupata dal male - ed è lì che la mente crolla, rendendosi d’un tratto conto che il corpo è malato e che quindi deve comportarsi di conseguenza, soffrendo come se fosse esiliata. Da quel punto in poi, la malattia ha conquistato tutto, non deve far altro che consumare ogni energia finché ce n’è, e infine scomparire con la morte dell’ospitante.
Finché la mente stava su, il corpo aveva un bell’essere malato: essa non se ne accorgeva, compresa com’era nel suo agire; ma quando, a causa del sonno e della notte, si è ritirata, al mattino ha trovato i posti occupati, e si è dovuta arrendere all’evidenza. Andava, andava bene, per inerzia, come chi è al sicuro in casa propria, con la forza immensa di chi cade da un precipizio senza accorgersi di quello che accade. Quella finestrella piccola e quadrata che dà sul retro, sui campi di erbacce che crediamo deserti, è chiusa.
La mente era lì, nessuno la poteva allontanare. Ma ha commesso l’errore di ritirarsi, e quando al mattino ha voluto riprendere il suo posto, l’ha trovato occupato, e la finestrella chiusa, lo sguardo da lì dimenticato. Aveva un bel non farci caso, ormai il male si era installato là dove comandava lei, e non c’era verso di toglierlo da lì. Lasciando le sue conquiste era convinta di ritrovarle al mattino, non pensava nemmeno lontanamente a una cosa del genere; non pensava, alla sera, che avrebbe perso tutto di lì a poche ore.
Questo accade perché la mente è ben lungi dall’essere un perfetto apparecchio - ha un difetto, e anche piuttosto grande: l’evoluzione. Essa è piccola come tutte le cose piccole, e suoi possedimenti non sono che un grossolano sbaglio. Non ci si era resi conto dei suoi intrighi segreti, dei legami con le cose basse, dei compromessi con quelle fatti. Meschina era, quella mente che pareva splendente, e adesso ciò è stato dimostrato.
La sua storia ricomincia ogni volta da capo, e la serie di conquiste si ripete innumerevoli volte, così come la serie di vittorie che la coronano. L’errore la sbalza ogni volta da quel punto, la sua esperienza non la guida, e ogni volta è una volta in più. Basterebbe che volgesse il capo all’intorno per comprendere; invece, piena di potenza e gaia di esserlo, mantiene le sue posizioni senza parere, sospingendosi in avanti incurante di ciò che accade - cosicché infine soccombe, sempre per quella distrazione, per non aver tenuto a mente questa cosa. Non è come il bambino che cade in fallo solo perché ha detto: “Questo, lo voglio anch’io”, ma è come il padre che non si accorge che la finestra sul retro è aperta e sono entrati i ladri, i quali non attendono altro che essa se ne vada a riposare per prendere il comando: ed essa se ne andrà certamente, perché a ciò è costretta dallo scorrere delle ore. Nel frattempo, i ladri attendono nel folto dell’erba l’uscita della padrona. Essi non hanno furia.

mercoledì 20 dicembre 2017

Disegni animati

Il gatto dei cartoni animati è il miglior sorvegliante di bambini; attende il vostro rientro in un camion parcheggiato nei pressi della casa, e quando siete arrivati, conta fino a cento prima di irrompere gaiamente nell’appartamento. Sarete così pronti per uscire nuovamente, lasciando i figli in sua compagnia: sarà facile divertirli. Si arrampicherà sugli specchi e salterà in diagonale le stanze della vostra casa, e altre mille cose, mille esercizi per allietare i bimbi, che a loro volta si sentiranno storditi e pieni di vertigine alle acrobazie del pupazzo. Son così attraenti, quei giovani genitori, vestiti di grigio, spigliati e aperti alla vita tanto quanto i loro figli, piccoli e vivaci; non si periteranno di lasciarli a guardia di un gatto giallo a disegni animati. I loro corpi, asciutti e sfuggenti, magri e flessibili, appena coperti dagli indumenti di lana, quasi come se essere nudi sotto quelle vesti fosse ragione di piacere e di emozioni, sono così impalpabili che quasi paiono non toccare le cose - si muovono con l’eleganza di chi non è di questo mondo.
Staranno buoni, state tranquilli e uscite pure, indossate di nuovo i vostri pastrani e rimettetevi gli stivali, meglio ancora se entrando non ve li sarete tolti, come presentendo una prossima uscita. Andate, adesso, fintanto che siete in tempo; non curatevi più di loro, gli farete un cenno dalla porta e tutto sarà finito lì.

mercoledì 13 dicembre 2017

Il nome Socòmo

- Io mi chiamo… - e sussurra un nome che non capisco. Mi provo a domandarglielo di nuovo, aguzzando le orecchie per carpire in quel suono tutti i nomi possibili, affinando la mente come per coglierlo al volo, per comporre in un insieme coerente quel suono. - Io mi chiamo… - e ancora non capisco, nonostante l’attenzione. Mi azzardo a dirle: - Ti chiami Socòmo -, sperando che quel nome sia giusto, lo dico come se fosse un’asserzione, come se il fatto che dicendo quel nome basti a far sì che quello lo sia davvero, come se la forza della mia intenzione rendesse vero tutto quanto; mentre lo penso e lo dico pensandolo, con l’intenzione tipica di chi ha capito o creduto di aver capito, mi dico che è proprio un nome stupido e inconcludente, e che è impossibile che questa donna si chiami effettivamente così; eppure questo è il nome che ho compreso, il nome che ho estratto da quella sequenza di suoni confusi che lei ha pronunciato, e quindi questo dev’essere: lo dico con convinzione. - No -, dice lei.
- Socòmo -, ripeto, come per farle capire che ho capito, sperando che sia lei che stavolta non ha capito. - No, non mi chiamo così, e non te lo ripeterò una terza volta, non ti dirò più nulla né ti darò più nulla -, e mi volta le spalle.

mercoledì 6 dicembre 2017

Faust, ancora

Faust parla con Mefistofele, ma ha la sensazione di dire più di quanto sia dovuto, più di quanto sia legittimo esprimere in presenza di un diavolo. È turbato dalla consapevolezza, del tutto interiore, di stare perdendo se stesso nel momento esatto in cui ha deciso di parlare e spiegarsi. Faust deve continuamente ripetersi che non esiste un mondo interiore, che lui non lo ha e che quindi non deve temere di rivelarlo mediante il suo discorso - ma il ripetersi mentalmente questa cosa gli fa supporre che un mondo interiore esista, altrimenti a chi il suo discorso si rivolgerebbe? Dirsi che non esiste qualcosa che appare nel momento in cui lo si dice è la grande trappola che imbozzola Faust, consegnandolo mani e piedi al male.