mercoledì 31 ottobre 2018

I settori del cielo

Il panorama dalla finestra parrebbe lo stesso, a quest’ora e con il buio, ma qualcosa che salta all’occhio e lo disturba c’è, e con la poca luce non si riesce a stabilire cosa sia, finché, con un’intuizione soprannaturale dovuta più alle circostanze favorevoli del pensiero che a una reale indagine conoscitiva, il dettaglio stonato salta agli occhi: hanno posato, tralicci e tutto, una nuova linea elettrica.
I cavi si distinguono, adesso, grigi contro il bianco delle case e il nero del cielo, con dei segnalatori a intervalli regolari, messi più per farli meglio notare all’ignaro e disturbare la visione del paesaggio che per ragioni di sicurezza. Il panorama dalla finestra, dopo le ultime costruzioni, non era già più quello delle origini: i palazzi ostruivano la maggior parte dell’orizzonte, e soltanto una piccola parte apparteneva ancora al cielo; guardandola, si poteva predire molte cose, ma non solo; anche, ci si poteva rinfrancare su quel che era nel frattempo avvenuto. Al cielo si guardava in ogni momento per non sentirsi soffocare, ma soprattutto per rievocare un cielo più antico di questo, forse meno amichevole ma con più segni. I segni del cielo confortavano l’esistenza, e più quelli erano veri più il sollievo era forte. I segni indubitabili del cielo erano tali per la sua purezza, che ancora si poteva vedere nel panorama dalla finestra.
E ora: - Ma hanno fatto una nuova linea? - Sì, l’hanno posata ieri mentre nessuno era a casa, in fretta e furia senza dir nulla; delle due, l’una… - Ma sempre questa scelta fra due l’uno, ci dev’essere? - O interravano il cielo, o incielavano la terra. -
Adesso, quelle righe sullo sfondo disturbano assai la contemplazione del cielo; è destino che l’uomo di città non abbia cielo a conforto e guida dei suoi pensieri: elementi sovversivi tendono a disturbare quella visione, e che siano sovversivi lo dimostra il timore con cui gli elementi vengono sostituiti, l’aver agito in silenzio e senza avvertire. Sapevano di fare male e l’hanno fatto ugualmente. Quegli individui hanno le facce dei nostri cari lontani, quelli che non vediamo da anni e che perciò sono più facili da imitare perché meno dettagliati; essi si imbrattano le sembianze a mo’ di costoro e si fanno vicini, sembrando chi non sono. Girano un po’ d’attorno e poi se ne vanno, apparentemente senza aver combinato nulla, e quando se ne sono andati si scoprono le modifiche delle cose, nella trama delle cose, nel tessuto delle cose. E ora, quali segni potranno ancora giungerci da questo cielo?
Adesso, non sarà più possibile osservarlo con tutta l’attenzione possibile, rendendo il pensiero puro: quelle linee ne disturberanno sempre una parte, misurando una visione che dovrebbe essere infinita e senza ritmo. L’occhio, come un pallone bizzarro, si dirigerebbe nell’infinito se non fosse raffrenato da quei cavi che misurano lo spazio. La linee rette dei cavi dell’alta tensione scandiscono uno spazio che doveva restare senza misura. L’occhio conta il tempo di quelle linee e con esse divide lo spazio in settori. Ora, si dovrà andare oltre le apparenze, scagliandoci con il pensiero oltre quei cavi, pensando a un cielo che non si è mai visto, un cielo intoccabile.
Abbiamo incielato la terra affinché possiate camminare tranquillamente e vivere, anche, comodamente. Nessun elettrico ronzio di api vi disturberà, e le strade saranno sicure. Avete perso il cielo, questo è certo, ma esso, nelle belle giornate, sarà pur sempre azzurro. Delle due l’una, come s’era detto.

mercoledì 24 ottobre 2018

Gamba-di-cicogna

Tornando a casa dal lavoro, badate bene che nessuno vi scorga rientrare; sgattaiolate nell’andito e poi nell’ascensore per non farvi vedere. Anche avvicinandovi a casa, restate nel cono d’ombra delle luci di strada: siete in mutande, non è conveniente farsi vedere. Rasente i muri, negandovi a tutti, riconquistatevi. Niente segni di elastici.
D’improvviso, i pianerottoli si riempiono di gente: sono i vicini che vi fanno le feste al rientro; si accavallano ad ogni piano davanti alle porte dell’ascensore, battendole e vociando per richiamare l’attenzione o esprimere gioia.
- Elevatevi, elevatevi -, dite; - giungerò al piano in cui non ci sarà nessuno ad attendermi o a farmi festa. Allora, potrò uscire; per adesso, non posso che andare su è giù nella speranza che essi si stanchino.
Fermate, allora, l’ascensore a metà, fra l’uno e l’altro piano, e rovistate nella borsa, se per caso avete un paio di pantaloni da mettervi; anche se non saranno alla moda riusciranno a coprirvi le vergogne e non mostrare le vostre rinsecchite gambe-di-cicogna. Spiate nella fessura della porta per trovare un punto in cui non sarete osservati mentre lo fate. Vedete i piani che scorrono da sotto in su, state ben attenti a non fermarvi al piano, che le porte si aprirebbero senza alcuna discrezione; oppure, sperate che si stanchino presto e che rientrino nei loro alloggi, visto che al braccio non avete che una sporta vuota, o piena di disutili cose.
Finalmente al sicuro dietro la porta di casa vostra, rivestiti e pronti ad accogliere chiunque, scoprite che le stanze dell’appartamento sono occupate dai vicini, tutti svestiti, in mutande o addirittura nudi, tutti che occupano lo spazio che credevate di possedere appieno. Dove vi rifugerete, adesso?
In salotto, dove un’antipatica e chiacchierona signora vi attende per comparare la sua amnesia con la vostra. Raccontatele, per discolparvi, di quella volta in cui, mentre vi cambiavate i calzini nel bel mezzo della via, e stava anche cominciando a piovere, un tipo vi chiese a bruciapelo (Piove, disse lui, e io non ho vergogna né imbarazzo né mi confondo nei movimenti) quale fosse l’autobus per la periferia sud, e voi rispondeste subito dando l’informazione giusta, quasi senza pensarci - ci pensaste, certo, ma questo non si dice né si racconta.
Raccontatele tutto da capo, un’altra volta, che forse non ha capito il grado della vostra prontezza di riflessi. Quel signore in loden che voleva l’informazione sembrava il re del mondo, e non sapeva una cosa così semplice. Ditele che voi, a piedi nudi e con la pioggia battente, non esitaste un istante e gli deste il numero giusto senza indugi né balbettii. Non servirà a nulla: andandovene, proprio mentre sta entrando la figlia, lei le dirà della vostra smemoratezza.

mercoledì 17 ottobre 2018

La verità cantata

La verità è difficile da capire, qui; così, la cantante canta. La cantante, cantando, rende evidente ciò che era nascosto: la filosofia (e la verità) che fu un tempo rivelata, non lo fu abbastanza, e bisognò che fosse cantata per essere compresa e usata. La cantante canta la verità abbandonandosi ad essa, così rivelandola alla gente. La verità qui è difficile, ardua da capire, con mille sottigliezze e ripensamenti, ritorni e rivolti. Essa non è immediata, ma subdola e ingannatrice, e abbisogna di un interprete, piena di nodi che solo in canto può sciogliere. La cantante, liberandosi da ogni legame terreno e affidandosi all’arte sua, senza il pensiero di dover interpretare alcunché, si lancia nel canto mantenendo il pensiero stabile si di esso. Riesce a interpretare la verità senza intenzione soltanto concentrandosi sul canto.
Gli abitanti del luogo formano famiglie allargate: non c’è posto sufficiente per tutti. Sonnecchiano, le donne del paese, nel buio delle finestre socchiuse, schiena allo stipite appoggiandosi alla ringhiera: la verità che si canta, dicono, non è quella che ti commuove, ma quella che ti fa aprire gli occhi e la bocca di dolore e sorpresa. È così evidente che ogni altra cosa perde di valore. I padri, intanto, giocano con i figli. In famiglia, hanno armadi pieni di maschere e mantelli: sono maschere in carta gommata e pressata, con l’espressione stampata a rilievo. Due occhi tondi dall’espressione stupita, una bocca rotonda con un punto esclamativo accanto, quasi a disegnare una “O!” di grande sconforto e sorpresa. Sono cose che un tempo hanno usato e che ora servono a far divertire i bambini. Talvolta, fra adulti, si rinfacciano il possesso di certe maschere, chiedendone all’altro alcune che non hanno mai avuto, di cose di cui i piccoli non hanno mai sentito parlare e che adesso incuriositi vogliono vedere. Sono maschere all’apparenza simili fra loro, se non addirittura identiche. I bambini se le mettono e giocano senza sapere bene a cosa; i genitori sono troppo in là con gli anni per ricordarsene, e hanno bisogno di caffè per restare svegli in quella sarabanda. La vecchiaia di quelle maschere è la nostra, dicono. Quelle sono maschere superate, ma a voi potranno forse andare bene, anche solo per giocare. A noi non ci hanno portato nulla.
Uno di loro dice: Mi metto questa maschera ma mi dimentico perché, così i gesti che faccio non sono accordati al travestimento, bensì dettati dal copione delle circostanze. Questa maschera non riesce più a rappresentare ciò per cui fu creata.
Gli adulti, ritrovando quelle maschere, sono presi da una leggera nostalgia, e per gioco se le mettono sul volto, mimando antichi giochi e scherzi dimenticati. I figli vogliono fare lo stesso ma senza capire: perché, che c’è da capire in un gioco stupido?, dicono. Non hanno paura di nulla, sanno che la verità, come ogni filosofia, va cantata e non recitata a memoria. Quella “O!” disegnata sulla maschera è di dolore, dicono, per quello che la cantatrice canta: è così evidente che ogni altra cosa perde  valore.

mercoledì 10 ottobre 2018

L'inferma

Il vento soffia forte, ma Aureliano dice che tutto andrà bene. Aureliano è il custode di casa, ed è zoppo. Vive in uno stanzone da basso con sua figlia, Aureliana, inferma anch’essa. Ma mentre egli può andarsene il giro sulle proprie gambe, la figlia è paralitica ed è costretta a starsene immobile in un letto. Nella stanza, il letto è addossato al muro. La stanza è grande, ma è una sola, ed è umida: ha l’apparenza di uno scantinato anche se è all’ultimo piano. Fare le scale con quelle gambe gli provoca dolori ogni volta.
Il padre, amorevole, le sta dietro per quanto può, ma il suo ufficio di vaticinatore e l’impiego di custode non gli lasciano molto tempo per Aureliana. Così, al mattino la abbandona a letto alla meglio e se ne va al lavoro, tornando a pranzo per un po’, e soltanto definitivamente alla sera, quando la stanchezza è un ostacolo all’armonico svolgimento della vita famigliare. La morte è morta da tempo e la figlia giace a letto dalla nascita: le sue braccia paiono stecche, e il corpo è ripugnante al tocco e allo sguardo. Sta lì tutto il giorno, e se vuol cambiare posizione non lo dice chiaramente, ma si lamenta.
Allora, qualcuno di buon cuore che si trovasse a passare di lì, superando il disgusto, la aiuterebbe a muoversi. Talvolta vuole alzarsi, e allora va guidata come un burattino, adagiando gambe e braccia nelle posizioni successive necessarie alla deambulazione. Quando Aureliana si lamenta emette suoni inarticolati, come i deboli di mente. In realtà, lei ragiona meglio di tutti noi, meglio anche del padre, superandolo di gran lunga nell’arte della predizione, ed è solo lo schifo che proviamo di fronte al suo corpo ulcerato che ci impedisce di accettarla e di comprenderla appieno.
Aureliana, il volto deformato da una smorfia, e la poca carne marcia che le rimane, è un povero essere che ha di sé sempre più coscienza di quanto le sarebbe necessaria. Com’è possibile amarla? Eppure, guardatela: ella ha un padre. Significherà di certo qualcosa. Se le cose sono stabili e ben salde, il vento non dovrebbe impaurire. Ciò che ci fa paura è invece l’immobilità della povera giovane, la cui sporcizia ci narra un disagio insopportabile. Tuttavia, ella continua a vivere.
Forse toccarla sarà contagioso: allora, prendiamo mille precauzioni e ancora non ci decidiamo. Ci è stata affidata, e che scarsi custodi siamo! Cercando di mitigare lo schifo, evitando di pensare alla scarsa consistenza del corpo di Aureliana, la mettiamo in una posizione che assomiglia allo stare seduti, e con quel genere di corpo non si è mai sicuri della postura; poi, lentamente la mettiamo in piedi badando che non ci sfugga di mano tanto è viscida. Aureliana al nostro operare risponde con mugugni e urla, di cui non si è mai certi del significato. Si sa che quei desideri di movimento finiscono sempre in qualcosa di sudicio. Poi, di nuovo a letto, sperando di aver fatto tutto quello che c’era da fare.
In quel mentre, il padre rincasa. Ci osserva in silenzio, come se approvasse. Poi, ci dice: - Un tempo si badava a vivere, e non ci si curava della morte. Si sapeva che c’era, ma era naturale. Oggi ve ne preoccupate troppo, ci pensate ad ogni ora, e non vivete più.
Aureliana ci guarda come se capisse quel che ha detto il padre, e quello sguardo pare mettere un punto fermo a quei discorsi.

mercoledì 3 ottobre 2018

Un film-confessione

In ogni inquadratura di questo film c’è un dettaglio che non si armonizza con l’insieme, tutti questi dettagli raccontano una storia differente da quella narrata nella pellicola.
Perché questa secondarietà? Non è sufficiente carpire il dettaglio, è necessario metterli in riga a formare un tutto, e se si segue la storia principale non è possibile farlo. Soltanto i sapienti e gli edotti vedono accanto, e anche qui ci vuole fatica. Alcuni esempi chiariranno il discorso: nella scena della sopraelevata, le assi della palizzata sullo sfondo disegnano un motivo che è fuori posto rispetto alla scena: non lo si nota perché siamo intenti a seguire la vicende che si svolgono in primo piano, con i prigionieri che tentano di liberarsi. Nel farlo, si scambiano battute a ritmo forsennato: qui si loda la bravura degli attori, e non si sta certo attenti ai dettagli sullo sfondo. Anche sapendo tutto, la cadenza delle frasi ci distrae ogni volta. Ma quando con grande sforzo ci si fa caso, nulla più viene a staccarci da quel dettaglio, il ricordo del quale pervade le scene successive per memoria e le precedenti per riconsiderazione. La conferma arriva soltanto con la scena finale, nell’agnizione della collana di diamanti da parte dei due protagonisti, l’uno essendo colui che sa e l’altro che è colui che non sa ancora. Dopo il riconoscimento, entrambi sanno, e questo dettaglio va ad aggiungersi a quello delle assi della palizzata. Nulla è lasciato al caso, ma fu seguito fin dall’inizio a designare una storia del tutto diversa. Ciò è ulteriormente confermato dalla carrellata in avanti dell’ultima scena, che segue i due mentre fuggono esilarati giù per lo scalone del teatro: sulla destra, per un attimo, è inquadrato il guardaroba: la visione degli indumenti, tutti impaccati, e la cinta che li serra, cinghia che è la stessa che stringeva i polsi dei prigionieri nella scena della palizzata, è il particolare che mancava. Adesso per lo spettatore non ci sono più dubbi, o meglio: non ci sarebbero se egli fosse stato abbastanza sapiente da carpire tutti questi dettagli, abbastanza forte da mantenere l’attenzione desta e abbastanza sagace da collegare tutto, ordinando quei fatti in secondo piano in una serie che diverge dalla principale di quel tanto che basta a narrare un’altra storia. Una storia che racconta l’angoscia dell’uomo gettato senza dio sulla terra, e del tentativo disperato della riconquista.
Non è facile dire queste cose, perché si notano e si ricordano soltanto mentre si guarda il film, e al termine non si ha la forza di trattenerle con sé. Sfuggono via, e la chiarezza con cui le avevamo accolte nel mentre si guardava si sfarina opacizzandosi, svanendo perfino nel ricordo. Al momento di notarle, tutto è chiaro e non si può che convenirne; però dopo che è passato, quella coscienza svanisce, ma lentamente, in un modo che si ha ancora l’illusione di aver ben capito, di aver catturato tutti i segni, e di averli decifrati. Ma è una coscienza che trascolora rapidamente, e senza che ci si accorga di niente, senza che si possa correre ai ripari annotando velocemente quelle verità di cui si è avuto una così chiara percezione. Annotarla, però, non servirebbe a nulla. La lettura di quelle frasi, senza la visione che le vivifichi, non ci riscalderebbe punto l’animo o la mente, né servirebbe a ravvivare il ricordo. Una volta ch’è sbiadito è andato, non ce n’è più traccia, e le frasi scritte in fretta riuscirebbero solo a confondere ulteriormente le cose.
È un gioco strano di rimandi, quello del regista, difficile a mettere in piedi, difficile da spiegare, ma facile a vedere una volta che ne siano stati compresi i meccanismi: allora, una volta fatto ciò, la verità irrompe nell’animo con la leggerezza tipica di chi compie un arduo esercizio con destrezza. Con la medesima destrezza, una volta scomparse le immagini che l’hanno ravvivata, quella verità svanisce.
Questo fatto è ben esemplificato nella scena del supermercato: immersi nelle tenebre e con la paura di fare un passo e inciampare, gli attori si affidano a un commesso, di cui non si sente che la voce, chiedendogli che faccia la spesa per loro mentre attendono in fila alla cassa. Nel procedere delle inquadrature, si distinguono nell’ordine: un corrimano di corda, come quelli che si usano nel foyer del teatro per disciplinare l’entrata del pubblico (ancora il tema del teatro, presente nella scena dell’agnizione, metafora della scena del mondo), la cassa sullo sfondo, le finestre oscurate da lastre di metallo inchiavardate, una lunga fila di clienti alla cassa.
Si deve aver fede e attendere, confessa il regista, mai accettando ciò che una voce incorporea potrebbe offrire, tendendo invece con tutta l’anima che desidera solo a ciò che essa stessa ha chiesto - questo volle dire l’autore, questo volle significare il film.