mercoledì 14 dicembre 2016

Intimità d'una pozza d'acqua

La casa è un edificio di mattoni, abitato da persone che sicuramente ci stanno aspettando; e anzi, ci si chiede che cosa si stia facendo ancora a metà strada, nudi e incapaci di proseguire per la pioggia e il vento, senza avere il coraggio di dirigerci là. Proveniamo da un luogo confuso, fatto di scale e stanzette frequentate da moltitudini: nessuno ci ha detto nulla, che cosa si potrebbe infatti dire attorno a fatti naturali? Ma di quel silenzio s’intuiva la simulazione: era un tacere su qualcosa di evidente, di cui non si parlava proprio per quella visibilità.
Il freddo ci tormenta; se avessimo una sciarpa, una coperta, un riparo qualsiasi, potremmo anche restarcene qui. L’unico mezzo che abbiamo, non tanto per percorrere velocemente la via ma almeno per non sentire la stanchezza, è una sedia. È difficile far strada seduti su una sedia, ma il motore che teniamo nascosto nei piedi sarà certo di aiuto. Se noi ci sediamo e insieme sorreggiamo la sedia con le braccia, ci sarà certamente un miglioramento. In questa strana posizione, né del tutto eretti né del tutto curvi, ci possiamo affidare a quella segreta energia per giungere a casa, se non fosse che in tal modo daremmo nell’occhio. - Ma a casa ci aspettano -, ci diciamo, pieni di speranza. È con questo sentimento che ci mettiamo in marcia, sperando poi di non dover giustificare il nostro stato miserevole. È difficile anche per noi che al riguardo ne sapremmo più degli altri.

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