mercoledì 18 gennaio 2017

Gli ultimi, i primi giorni

Al bar della stazione, finalmente un momento di riposo in cui consumare il pasto di mezzogiorno. Qui ciò che mi piace lo sanno, non ho bisogno di ordinare ogni volta. Mi vedono arrivare da lontano e subito mi preparano ogni cosa per la mia soddisfazione. Entro di volata e saluto tutti con un cenno: è una settimana dura, questa, a ridosso delle feste. La cassiera all’entrata voleva darmi il regalo, una cosa speciale, una specie di scultura in stile classico raffigurante una testa, ripiena di dolciumi. Ma le dico di aver pazienza e di tenerla da conto ancora per qualche giorno. La verrò a prendere alla vigilia, ora non mi è proprio possibile. La sciuperei, se la portassi con me nel mio giro di commesse, e finirei per trascurarla o, peggio, dimenticarla in qualche altrove, distratto come sarei dai numerosi impegni, tutti accavallatisi in questi giorni frenetici.
Seduto al tavolo c’è anche il mio amico: è un posto, questo, dove si sta al caldo, ma che, grazie alla vetrina, ci concede di gettare occhiate all’esterno, verso la piazza della Stazione, dove impazza il viavai di gente, travolta dalle incombenze. Subito, mi portano la mia pietanza preferita, un piatto di carote lesse, fumanti e ben condite: è uno spettacolo, questo piatto, arancione al punto giusto, e fa venir allegria e fame solo a guardarlo, pronto com’è per essere divorato. Anche, mi portano un caffè, denso, cremoso e profumato. Qui, posso lasciare tutto sul tavolo nel momento in cui vado in bagno a sciacquarmi le mani: nessuno ruberà nulla, né si avrà da ridire sul mio comportamento. Un posto così, per noi commessi viaggiatori, è una fortuna: essendo sempre in giro, senza un momento di posa, è quasi una benedizione, un paradiso. Tornando dal bagno, mi fermerò alla cassa per prendere delle sigarette, e anche per scusarmi con quella giovane. Volendo, potrei anche servirmi da solo, qui stanno ben attenti a ciò che si fa. Alla fine, non mancheranno di farmi pagare tutto. Mi accingo a divorare il mio piatto di verdure, e il mio amico, anche lui commesso, dice: - Devono essere buone, non pare nemmeno che abbiano tirato troppo latte.
Soprappensiero, gli rispondo di sì, ma d’un tratto, mettendo a fuoco l’attenzione (si deve stare attenti, quando lo si fa, e io in quell’istante non lo ero) mi rendo conto che le carote sono diventate mammelle di mucca, violastre come melanzane, inguardabili, forse immangiabili. Come posso aver fame di questo?, mi dico mentre rimesto nel piatto con la forchetta. Eppure, dovrei proprio mangiarle, visto che mi piacciono tanto. Non è forse questa una consuetudine? Allora, è impossibile che, visto il modo specialissimo con cui sono stato servito, non sia di mio gradimento. Cosa c’è che non va in ciò che vedo? A ben vedere, non ho ordinato nulla, questo mi è arrivata al tavolo in virtù dell’abitudine; quest’abitudine dichiara che questo è il mio cibo preferito, e se le carote lesse si sono trasformate in mammelle di mucca ci sarà certo un motivo, anche se mi è oscuro e non è mai accaduto.
Accade adesso, e chi dice che questo non sia proprio il modo corretto di fare le cose? Poco importa se sia stata la frase dell’amico a mutare la consistenza delle cose, si deve mangiar tutto, dopo che si è riposto il disgusto in un angolo della mente. Mi hanno ingannato i miei gusti, o son mutato io rimanendo quelli sempre gli stessi? In virtù di cosa potrei esser cambiato se al momento sono così impegnato a vivere la settimana prima delle festività, così densa di impegni e incontri?

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