Entrando nella casa, a destra c’è un lungo corridoio, che si restringe via via che procede all’interno; in fondo, piegata ad angolo verso sinistra, c’è una piccola stanza, non più larga di un metro e profonda poco più, provvista di un’unica finestrella, in alto sulla parete, da cui piove una luce brunastra, come se il vetro sporco oscurasse parzialmente i raggi del sole, una luce spenta, una specie di greve penombra che però farebbe ben distinguere gli oggetti che si troverebbero, se ce ne fossero.
Invece, laggiù sono rinchiusi i cinque; quando entro per vedere come stanno, ognuno si accalca sull’altro cercando di sopraffarlo nel farsi notare. Ognuno di loro ha un comportamento ben riconoscibile, preciso: c’è quello che dice sempre “io” e che vede anche quello che non dovrebbe; c’è quello che si atteggia a medico saggio e che invece è stupido come una iena; c’è quello che si nasconde dietro agli altri perché si crede il più bello di tutti e non vuole abbagliare chi lo guarda; c’è quello silenzioso, sempre sdraiato lungo per terra, che non parla mai neppure se è interrogato; c’è quello che pur di apparire normale finisce per essere invisibile, anonimo.
Mi chiedevo perché da tempo le mie passeggiate fossero diventate così insoddisfacenti, tanto da non riuscire a riportare a casa qualche notevole osservazione. Per molto tempo mi sono arrovellato sulla questione, finché ho conosciuto questi cinque. Ho detto conoscere, ma meglio sarebbe stato dire riconoscere, perché di questo si tratta: riconoscerli e rinchiuderli nell’ultima stanza della casa è stato un tutt’uno.
Adesso se ne stanno calmi, e anche se si agitano non possono più farmi danni. Metterli tutti insieme è stato un colpo da maestro, di cui vado fiero. Adesso, intenti come sono a stuzzicarsi l’un l’altro, non mi infastidiscono più, non mi distraggono più con le loro ossessioni, gli sciocchi desidéri sempre da soddisfare, sempre minacciandomi di farmi passare dei brutti momenti se non li accontentavo.
A dire la verità, io non ho fatto nulla per imprigionarli; gli è che sono così inquieti che talvolta si muovono a caso, ed è per questo caso che si sono ritrovati tutti quaggiù, nell’ultima e più povera stanza di tutta la casa. L’unica cosa che ho fatto davvero è chiudere la porta e girare la chiave. Sono cascati nel tranello a causa della loro inquietudine; ora sono in mano mia, non me li lascerò sfuggire.
Adesso sì, che le mie passeggiate hanno un senso: al ritorno, non manco mai di far loro una visita: si accalcano furiosamente come bestie, nudi e sudati, cercando di farsi notare nei modi e negli atteggiamenti che si è detto. Ma le visite che rendo loro durano pochissimo, un’occhiata e via. È impossibile resistere di più ai loro attacchi e provocazioni, imbastite a bella posta per ingannare. Sempre scappo via, esasperato da quello spettacolo: i loro discorsi, e sono sempre gli stessi, fanno venire la pelle d’oca; e non cambiano mai, tanto che ognuno dei cinque è diventato la caricatura di se stesso, eccessivo, petulante, noioso. La fuga da loro non è solo una necessità, ma anche un piacere. Riassaporare il silenzio dopo quei minuti in loro presenza è una gioia indescrivibile.
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