Tutto
è racchiuso in ciò che esce dal collo di Medusa, una cosa che cade come sabbia
bagnata, uno spruzzo di sangue e materia ributtante alla vista, dalla
consistenza d’alghe appena tratte dall’acqua, di acqua e sabbia che gocciola
lentamente, rapprendendosi nello scendere, di sangue e vene da cui nascerà
Pegasus - ma che cavallo potrà mai venir fuori da questa materia immonda? Cose
schifose escono dal collo di Medusa, vene ed escrementi, tutti i pensieri che
ha pensato rivolgendo alle cose colano giù dalla canna del collo, dalla carne e
dalle vene, sgocciolando senza più freni, come da una bottiglia stappata.
Il
nome Pegasus è scritto sopra la porta, in lettere blu su fondo bianco. È
l’insegna che denomina il luogo. Nessuno entra, entrare significa conoscere,
sottoporsi volontariamente allo sguardo di Medusa, un’operazione che è un
taglio profondo alla base del collo, la chiusura dei rubinetti che incanalano
sangue e pensieri al cervello. È uno sguardo perverso, quello di Medusa, è un
occhio che tutto vuole indagare e sapere, un occhio che stana le cose dal
nascondiglio per osservarle alla propria luce e guardarle mentre si
distruggono, tratte fuori dal buio che le nutriva. Chi ha voglia di sottostare
a questo rito deve sapere che esso non ha mai termine, ma continua
indefinitamente finché ci saranno oggetti e pensieri da stanare. Sopporterete
voi un tale pensiero? Sottoporsi alla fatica di esaminare anche il più piccolo
dettaglio per estrarvi qualcosa in grado di dare una ragione a ciò che accade,
che sappia spiegare il perché di ciò che si pensa, è difficile, duro.
Per
questo, nessuno entra, nessuno varca le porte scorrevoli che, con movimento
leggero, tolgono perfino la fatica di spingere i battenti: sono automatiche,
basta un passo per aprirle, un passo facile. Ma una volta che si è dentro non
c’è più uscita. Per questo, tutti stanno al di qua, fingendo di parlare l’un
l’altro di chissà quali interessantissime cose. Quando si cade, è meglio non
guardare le facce di quelli che si affacciano alla finestra da cui vi siete
gettati - non è gentile nei loro confronti, e a voi quell’ultimo sguardo non
servirà a granché. Meglio armarsi dello sguardo di un cieco, che non si posa
direttamente sulle cose ma le circonfonde in un alone di visione; uno sguardo così,
se non si è ciechi, non lo si può fingere.
Smettetela
di guardare, smettetela di chiedervi cose, non è quella la verità. Pegasus
mente, Medusa è una mentitrice: che cosa vi aspettavate da una il cui sguardo
pietrifica? Quello che guardate non è quello che credete che sia: lo sguardo è
troppo vicino per distinguere i dettagli, figuriamoci le connessioni fra quello
e il resto; Medusa aveva un difetto: mentiva. Ma il suo sguardo aveva la
necessità della pietra, e rendeva le cose esattamente quello che erano, senza
bisogno di fingere. Quello sguardo di pietra era la sua anima.
Entrando,
da quel momento dovrete sottoporre ogni cosa a quello sguardo senza mai
rilassarvi un momento. A che serve un telescopio o un binocolo quando l’impegno
di quel guardare è così gravoso? Prima di porre il piede sulla soglia,
pensateci bene - e ci pensano infatti così bene che ancora nessuno entra.
Che
cosa mai sarà quella porta se non una convenzione umana, e come tale
reversibile. Che cosa mai rappresenterà quall’insegna sopra la porta, insegna
che porta il nome di Pegasus, se non una cosa che occorre fra gli umani, e come
tale negoziabile. Se davvero fosse così, non ci sarebbero più dubbi; e se non
ci fossero davvero, allora si entrerebbe. Ma se nessuno entra, allora vuol dire
che qualcosa, su quella soglia, c’è, ed è così forte da impedire il passaggio.
È una inibizione, e come tale a misura d’uomo, al pari della porta e
dell’insegna - ma anche qui, è meglio non fidarsi.
Medusa:
tutto quello che ha veduto e di cui ha ritenuto, l’immagine o il pensiero, cola
da quella ferita irreparabile, sporcando la realtà del mondo, costringendo il
nostro occhio a guardare lo spettacolo senza il conforto dell’impietrire, che
ci salverebbe dall’orrore e dallo schifo; invece no, guardiamo e ancora
guardiamo, e ciò che vediamo è il nostro pensiero che, al pari di quello di
Medusa, colerebbe sulle cose se anche a noi tagliassero le connessioni che
passano per il collo.
Si
dovrebbe allora usare quel collo mozzato come una canna di un telescopio per
vedere più lontano, o come un collo di bottiglia da cui versare il pensiero che
ci cola dal cervello non ancora raggrumato, e raccoglierlo in un bicchiere. Per
fare ciò, la vista non deve impegnarsi in nulla, ma restare sulle cose,
prossima alla loro gioventù, al tempo in cui ancora non si erano formate le
membra e le memorie che costituiscono la realtà, quando ogni cosa era ancora
molle e plasmabile, digeribile. Questi sono i consigli; se poi proprio vorrete
entrare, dovrete farlo non di fronte ma di schiena.
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