Lo stato di Finaia sorge sulle coste d’Africa o di India, ma le radici culturali che lo informano sono europee, belghe o finlandesi. Un sovrano di un tempo lontano e di quei detti luoghi trapiantò la nostalgia di posti a lui cari nel continente nero. Quello stato è una dimostrazione di affetto da parte di un re che volle far conoscere a un mondo ignaro la bellezza del proprio paese. Si limitò ad un apparato scenografico per non avere poi la preoccupazione di governare un paese aggiuntivo, e così costruì in quei luoghi una replica delle cose che secondo il suo regale parere erano le migliori, cose che il paese d’origine offriva già al mondo. Finaia è una cortina teatrale, uno scenario fittizio.
Finaia non ha storia, non può averla, ha a malapena una geografia, non sa neppure attribuire un paese d’origine al suo sovrano, e non sa definire nemmeno i suoi confini effettivi, né stabilire la latitudine a cui appartiene. Finaia è una idea da enciclopedisti, è il tormento di un bambino irrequieto. Sull’enciclopedia, l’articolo dedicato al regno o stato di Finaia è deliberatamente breve e conciso: nulla vi è da raccontare su questo paese senza storia e senza guerre, nato per un capriccio di un sovrano. È una nazione inattiva, non produce né esporta alcunché, né di essa si sa qualcosa oltre al fatto che esiste, e ciò è così non perché la storia di Finaia sia segreta, ma perché ci si ferma al fatto che esiste.
Se l’articolo sull’enciclopedia è stringato, il repertorio fotografico conta centinaia di immagini: là in Finaia ogni cosa rassomiglia ad altro. I comignoli sui tetti sembrano teste di vacca, le case stesse, dai tetti spioventi, paiono sottane indossate da muli docili e pasciuti, i covoni di grano nei campi paiono statue dell’Antica Grecia, i campi stessi disegnano un intrico che è quasi un arabesco, le formazioni di parata dell’esercito sembrano elefanti indiani. Quest’ultima affermazione parrebbe suggerire che Finaia abbia un esercito pronto a combattere, sempre sul punto di attaccare i paesi confinanti, ma non è così: è una falsa percezione delle cose, anch’esse riflessi ingannevoli di un’apparenza. L’esercito di Finaia è un’armata da esposizione, un esercito di parata: è fatto di fasci e nappe, di fez e alamari; quello è un esercito fittizio come fittizia è ogni cosa in Finaia. Credete voi, per esempio, che le case che sembrano muli in sottana siano case fatte per abitarci? Sono case da teatro, case di facciata, con un di fuori che dentro non ha nulla. Tutto, laggiù, è apparenza esteriore senza sostanza; ma non è per cattiveria o svogliatezza che le cose stanno così, ma per suprema necessità: quella di meravigliare chi guarda.
Questa somiglianza portata all’eccesso è un soggetto amato da fotografi di ogni tempo, che in quel luogo hanno scattato più che altrove, ritraendo tutte queste corrispondenze. Forse, è anche questo uno dei motivi per cui del regno di Finaia non si sa nulla: tutti quelli che, passando di là, hanno cercato di studiarlo per raccontarcelo si sono fermati alla superficie, alle somiglianze, e paghi di quelle apparenze non se la sono sentita di approfondire le implicazioni e i motivi di quelle coincidenze, né hanno indagato se esistessero ragioni che legassero con sentimento profondo quelle cose al luogo. Le pagine che parlano di Finaia sono poche: tentano di dire qualcosa sulla parte di mondo in cui si trova, ma i dati sono confusi, le narrazione subito s’inceppa.
Aprendo l’enciclopedia, per abitudine non si sente certo bisogno di approfondire le conoscenze al riguardo: si passa subito al repertorio di immagini, per perdersi nel gioco di specchi delle somiglianze e delle curiosità. I bambini sono solitamente colpiti da queste fotografie senza tempo. Guardano e chiedono: ‘perché?’, ma noi adulti non sappiamo dar loro una risposta, né riusciamo a capire del tutto la natura di quel perché - si tratta forse di capire perché ciò accada? o forse vogliono sapere perché ci si sia ridotti ad uno sterile gioco di somiglianze? Non si sa, non si approfondisce, e del resto anche i bambini, ormai distratti dalla loro stessa domanda e conquistati dal gioco vertiginoso delle apparenze, non vogliono più sapere; la loro era una domanda che riempiva un attimo di disagio: davanti a quelle cose non avevano avuto altro modo per esprimere la vertigine che in un momento li aveva colti quasi di sorpresa, quasi come se una porta si fosse aperta per rivelare che al mondo c’è altro, c’è qualcosa di perverso e affascinante, ci sono le somiglianze di Finaia. Subito, catturati dal gioco di linee, si sono ammutoliti, perduti nell’apparenza.
Finaia è l’occhio di un re nostalgico che, nel periodo storico in cui altri stati conquistarono l’Africa o l’India per impiantarvi delle colonie, sfruttando così al massimo le ricchezze che in quei luoghi si trovavano, impiantò un palcoscenico in qualche luogo della Terra per mostrarci e dimostrarci le sue visioni.
Di che cosa vivono, i sudditi di Finaia? Essi provarono ad andarsene, ma subito tornarono nell’apparenza consolante. Di nulla si danno pensiero se non di godere di quelle somiglianze, perdendosi in esse e ritrovando con il perdersi l’armonia che li lega all’esistenza. Quel re non ebbe la pretesa di replicare il suo paese d’origine: si limitò ad amministrare le apparenze, la facciata. Non ebbe l’ambizione coloniale dei re suoi simili, ma solo la sfrenata nostalgia, e una smodata presunzione che gli faceva credere il suo paese il più bello del mondo, così bello che chiunque avrebbe dovuto conoscerlo, anche soltanto mediante una copia. Ma copiare non bastò, egli volle che Finaia fosse lo specchio del mondo, e che avesse in ogni sua apparenza le immagini di altre cose, rispecchiate in esse come in un rimando continuo. Finaia doveva essere, nelle intenzioni del suo fondatore, lo specchio in cui il mondo, osservandosi, riconoscesse se stesso, e in questo atto di riconoscimento si scoprisse inutile e sovrabbondante, così inutile e sovrabbondante da essere tentato di cancellare la propria storia, quella storia che il regno di Finaia, fin dalla sua fondazione, aveva dimostrato di non gradire affatto, tanto da cancellarla del tutto dalla propria narrazione.
Se l’enciclopedia è il racconto circolare di un mondo, in cui ogni voce rimanda ad altre voci, Finaia è la voce finale di quel racconto, il luogo in cui ogni lemma enciclopedico trova posto e riposo. Finaia è l’asse centrale attorno a cui quel re leggendario - di Belgio o di Finlandia non si sa, anche se la seconda ipotesi per il suono pare la più plausibile, per quel suono e non perché rappresenti la fine - volle che il mondo ruotasse.
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