mercoledì 13 dicembre 2017

Il nome Socòmo

- Io mi chiamo… - e sussurra un nome che non capisco. Mi provo a domandarglielo di nuovo, aguzzando le orecchie per carpire in quel suono tutti i nomi possibili, affinando la mente come per coglierlo al volo, per comporre in un insieme coerente quel suono. - Io mi chiamo… - e ancora non capisco, nonostante l’attenzione. Mi azzardo a dirle: - Ti chiami Socòmo -, sperando che quel nome sia giusto, lo dico come se fosse un’asserzione, come se il fatto che dicendo quel nome basti a far sì che quello lo sia davvero, come se la forza della mia intenzione rendesse vero tutto quanto; mentre lo penso e lo dico pensandolo, con l’intenzione tipica di chi ha capito o creduto di aver capito, mi dico che è proprio un nome stupido e inconcludente, e che è impossibile che questa donna si chiami effettivamente così; eppure questo è il nome che ho compreso, il nome che ho estratto da quella sequenza di suoni confusi che lei ha pronunciato, e quindi questo dev’essere: lo dico con convinzione. - No -, dice lei.
- Socòmo -, ripeto, come per farle capire che ho capito, sperando che sia lei che stavolta non ha capito. - No, non mi chiamo così, e non te lo ripeterò una terza volta, non ti dirò più nulla né ti darò più nulla -, e mi volta le spalle.

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