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Io mi chiamo… - e sussurra un nome che non capisco. Mi provo a domandarglielo
di nuovo, aguzzando le orecchie per carpire in quel suono tutti i nomi
possibili, affinando la mente come per coglierlo al volo, per comporre in un
insieme coerente quel suono. - Io mi chiamo… - e ancora non capisco, nonostante
l’attenzione. Mi azzardo a dirle: - Ti chiami Socòmo -, sperando che quel nome
sia giusto, lo dico come se fosse un’asserzione, come se il fatto che dicendo
quel nome basti a far sì che quello lo sia davvero, come se la forza della mia
intenzione rendesse vero tutto quanto; mentre lo penso e lo dico pensandolo,
con l’intenzione tipica di chi ha capito o creduto di aver capito, mi dico che
è proprio un nome stupido e inconcludente, e che è impossibile che questa donna
si chiami effettivamente così; eppure questo è il nome che ho compreso, il nome
che ho estratto da quella sequenza di suoni confusi che lei ha pronunciato, e
quindi questo dev’essere: lo dico con convinzione. - No -, dice lei.
-
Socòmo -, ripeto, come per farle capire che ho capito, sperando che sia lei che
stavolta non ha capito. - No, non mi chiamo così, e non te lo ripeterò una
terza volta, non ti dirò più nulla né ti darò più nulla -, e mi volta le
spalle.
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