mercoledì 18 aprile 2018

Il ritorno


Sebbene il pranzo sia finito da ore, non possiamo andarcene per non turbare la bambina. La figlia dei nostri ospiti non sopporta di vederci andare via, così dobbiamo attendere il momento in cui sarà mentalmente più debole: approfittando di quella mancanza, potremo andarcene a casa.
Il pensiero è inquieto, come quando si è inquieti in un sogno mentre fuori, nel mondo reale, scoppia un temporale: i tuoni e i fulmini passano nel sogno, ma non nella forma a loro propria, ovvero come fulmini e tuoni, ma trasfigurati, modificati per adattarsi al sentimento generale del sogno. Questa angoscia è simile a quella che si proverebbe se si fosse nel mezzo della tempesta, ma senza la pioggia che alla tempesta compete la sensazione è impoverita e adattata alle circostanze, ovvero a questo fatto che stiamo assistendo a una scena messa su da una bambina capricciosa e un po’ isterica. Eppure, anche se non riusciamo a riconoscerlo, il sentimento è lo stesso. Poter fare questo discorso mentale è già un sollievo, perché ci si libera un poco di quella tensione; ma non è abbastanza, si dovrebbe fuggir via senza indugio per scamparla del tutto.
Nel frattempo, sopportiamo i giochi che la bambina inscena nella convinzione infantile che sia l’interesse ciò che ci trattiene, mentre invece l’indugio è dovuto ad una elementare forma di pudore verso i poveri genitori. Ella canta, esibendosi con mossette che dovrebbero deliziarci e che invece, dopo il copioso pranzo e le chiacchiere scambiate, ci spossano terribilmente. È una bambina sensibile, anche troppo; si attacca, anche fisicamente, a chiunque le dimostri un certo interesse.
È un interesse che lei provoca, con cognizione e metodo, in chiunque le capiti a tiro. Così, continuiamo a fingere, anche se solo per buona creanza, sempre ben attenti ad ogni piccolo segnale di cedimento, necessario alla fuga, che nel caso sarà rapida e senza spiegazioni.

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