mercoledì 12 ottobre 2016

Appunti sul campo

Hanno gli occhi mobili, la fronte sfuggente, lo sguardo scaltro; si muovono come se esercitassero l’arte della seduzione, una seduzione volgare e smaccata. Sembra che guardino altrove, che siano per un momento distratti. In realtà, comprendono tutto e tutto è registrato per un uso futuro immediato. Non li si può costringere a nulla perché le loro vite si innestano in territori inimmaginabili. Li si può privare di ciò che per noi sono i diritti imprescindibili, e loro non muoveranno un dito per riconquistarli, perché per loro quelle cose non hanno significato. Essi sono sempre altrove.

Non li si può imprigionare, perché per loro la libertà è cosa assai diversa da noi, e neppure si possono punire, perché non si è capito ancora bene che cosa li faccia soffrire. Li si può, è vero, isolare, ma anche in questo modo essi reagiscono in un modo sconcertante, quasi pigro e rassegnato, quasi come se tutto questo nostro industriarsi attorno alle cose per loro non avesse significato.

Talvolta si riuniscono, e parlano con quella parlata gutturale, di cui non si riescono a distinguere neppure i suoni per quanto diversi siano dai nostri. Qualcuno si è provato ad imitare la loro inflessione, e con questa specie di lingua inventata ha provato a comunicare con loro; ma essi, a tutta risposta, guardano con occhi indolenti, dallo sguardo lontanissimo e triste, e non si sa che cosa replicare a uno sguardo così.

Parlano sottovoce, sottovoce ridono, quasi silenziosamente. Ogni tanto, durante il discorso, alzano lo sguardo tutti insieme, e insieme si guardano intorno, scrutando l’orizzonte che rimane vuoto, desolato. Poi, come se nulla fosse accaduto, si curvano di nuovo gli uni verso gli altri e ricominciano a confabulare in quello strano idioma. Di che cosa parleranno mai, e quale potrà mai essere la filosofia che intesse le loro vite così sfuggenti e fuggevoli non si sa, ed è questa la causa delle nostre inquietudini.

I figli non stanno mai con i genitori, ma gli uni e gli altri si radunano tutti insieme in luoghi separati, e là svolgono i loro giochi impudichi, con movimenti lascivi e sguscianti, poco simili ai passatempi consueti ai nostri bambini. La loro fronte è ancora più piatta e sfuggente di quella degli adulti, i loro occhi più guizzanti, meno malinconici. Non si sa che cosa intervenga nel loro sviluppo che muti il tal modo il loro sguardo. Gli adulti sono assai più malinconici, solitari.

Li vedi negli accampamenti che vagano da soli, seguendo vie note solo a loro. Una questione, da noi spesso discussa, riguarda i loro morti: dove li seppelliscono? Con quali cerimonie? Infatti, nessun anziano è presente nel loro stanziamento; forse che muoiono giovani, condannati da un morbo a noi sconosciuto ma a loro tristemente noto? Si spiegherebbe così la sottile e pervadente tristezza degli adulti. Ma non è uno sguardo cosciente, dietro di esso permane un’acquosità un po’ animale, calorosa.

Hanno essi una metafisica, una religione? Ed esiste nella loro lingua una parola simile? Sono molte le domande che si affollano al confine del campo presso cui questa popolazione vive, ma questa è la più bruciante, la più urgente: in che modo sperano e continuano a vivere costoro?

Accostandosi ai limiti esterni dell’accampamento, si può richiamare la loro attenzione con una voce, e allora si avvicinano a frotte - i bambini e le donne, che escono dalle tende, facendosi appresso con uno sguardo interrogativo, quelle donne sconosciute, inimmaginabili nelle loro esistenze; si avvicinano curiosi, tendono le mani come per ricevere qualcosa in cambio. Ma quello che prendono, quello che noi diamo, non li interessa, e dopo il primo istante di curiosità, si allontanano quasi stancamente, con negli occhi quel costante senso di scoramento e delusione, pensando chissà a cosa.

Avranno un dio, queste genti? E come lo pregheranno, ammesso che lo facciano? Questa domanda si ricollega a quella che riguarda le loro filosofie, la loro metafisica; in che modo, cioè, essi si rapportino alla realtà, alle cose del mondo, se per loro esista o meno, un mondo. Non lo si sa. Ma lo scarso significato che per loro riveste la libertà personale (li si può infatti punire o imprigionare senza per questo ricevere in cambio che quell’incomprensibile sguardo, incredibilmente lontano) fa supporre che non abbiano nulla del genere, e che vivano alla giornata prendendo come un dato di fatto lo scorrere immutato dei giorni.

Ugualmente oscuro è il discorso del possesso di se stessi, ma qui ci spingeremmo molto oltre, e non è consigliabile farlo.

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