La bambina è inquieta: piange, si agita, salta sul letto disperata. Quando le si parla, volta di strappo lo spalle e se ne va. Come la si potrà tenere a bada per un pomeriggio se non la si può tener calma per cinque minuti? Forse, con un artificio.
È un oggetto che ha tutte le caratteristiche e i segni dell’oggetto reale, ma in verità è del tutto costruito, artefatto, messo insieme da una varietà di materiali e idee che difficilmente potrebbero raggrupparsi, se non sotto l’ingegno e l’inganno. Finché lo possiederà, non si farà domande; finché gli effetti saranno quelli dell’oggetto reale, non si chiederà se è una finzione.
È un’invenzione, un artificio: stoffa cucita, una misteriosa vibrazione, un colore pieno e puro - è un parto dell’intelligenza, è un trucco, è l’unico sistema per tenerla buona, per farle fare ciò che si vuole, anche i compiti, anche tenerla ferma per interi pomeriggi. Essa siederà in un angolo stringendosi al petto quella finzione: sarà sufficiente a farci trascorrere qualche ora tranquilla.
Ma che fare se quella disposizione diviene vizio, di cui poi non si potrà più fare a meno? Sarà difficile, allora, strapparle di mano il gingillo preferito: non solo ci saranno pianti disperati, ma la bambina non troverà più i modi per sostenere il peso dei minuti che trascorrono. Nessuna parola gentile potrà indurla a lasciar perdere quel trucco inutile, perché la sua vita gira ormai attorno ad esso. La bimba d’un sol tratto risolve il problema, strappandosi di mano l’oggetto, spettro di un sentimento, facendolo a pezzi con gesti caricati, eccessivi, troppo accentuati per essere vera espressione di sentimenti.
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