Egli è un cacciatore di iddii. Li cerca nel tempo. E quando ne trova uno che è sul punto di morire, proprio nell’attimo in cui la vita lo sta abbandonando, nel momento in cui il dio cessa di essere Dio perché muore, egli lo prende con sé traendolo nel tempo in cui viaggia. Lo cattura ancor vivo, fremente di pensieri e di intenzioni, il corpo e la mente, quella mente divina così piena di succhi nutritivi, ancora funzionante, e lo mangia a morsi, ancor vivo. Se il dio urla quando gli si strappa da dosso la carne a morsi, allora vuol dire che è ancora in possesso della divinità, e per questo motivo è un cibo corroborante, vivificante.
Il dio non si difende: è legato per i polsi, appeso a un albero. Guarda lo scempio con orrore, ma anche con soddisfazione, considerando che quel truce banchetto di cui è l’unica e prelibata portata è prodotto da lui stesso. È contento di rappresentare così la sua morte, non a tutti gli dèi è stato concesso l’onore di essere mangiati vivi. È contento di morire in modo così efficace, conscio di trasformarsi da corpo in parola, da sangue in conoscenza; di poter vedere se stesso mutarsi in dogma trascorrendo lentamente e dolorosamente nella morte. Quelle urla sono il modo più efficace di dire al divoratore di non fermarsi, di non smettere. In questo modo, in séguito non si avrà da dubitare di non aver posseduto la parola, di non essersi con essa nutriti a sufficienza. Inoltre, questo è il modo più efficace di dimostrare la propria divinità.
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