Come si faceva in tempo di Guerra?
Lo scrittore si avvicinava, la borsa aperta a tracolla, allo spacciatore; questi diceva poche parole precise: “Quattromila fogli usati, ottomila per archivio nuovi, qualche avanzo normale”, e si doveva essere ben pronti a capire questo linguaggio sminuzzato, dicendo in risposta ciò che si desiderava, decidendo al momento sulla base delle poche parole che ci venivano dette; e senza tener conto che qualcuno si sarebbe dispiaciuto, ad esempio quelli che giunti dopo di noi si rivolgerebbero allo spacciatore di risme di fogli speranzosi di trovare della buona merce, merce che invece abbiamo preso noi perché siamo arrivati prima - e poi, ci serviva.
Per questo, dissi subito: “Ottanta, da archivio”, prendendo velocemente il pacco che egli mi tendeva, mettendolo subito al riparo nella borsa, protetto dalla rapacità dell’altrui sguardo, e senza farmi vedere da nessuno, nemmeno da quel plotone di soldati dell’esercito occupante che sta attraversando la piazza. Le strade deserte ci rendono evidenti, impedendoci di confonderci tra la folla: ogni gesto è amplificato dallo spazio vuoto.
La busta di plastica blu scuro in cui sono avvoltolati quei preziosi fogli, ottomila!, rappresenta la possibilità di vita che ci viene offerta proprio nel momento in cui le speranze stavano per tracollare; sarebbe da pazzi rifiutare, lo spacciatore per primo non capirebbe il motivo della nostra inquietudine al riguardo. Egli, offrendoci la merce, sa che saremo spietati, che non ci fermeremo a pensare ricevendola - altrimenti, non muoverebbe un dito.
È un movimento rapido, quello con cui prendiamo il pacco e lo nascondiamo, più rapido degli occhi, perché in quel movimento sta la possibilità della vita o della morte, entrambe nostre. Per questo, lo si fa quasi senza pensare, con quella assurda determinazione che caratterizza le spinte volte a mantenerci in vita, sempre persistenti nell’essere. È un gesto che decreterà la morte dell’Altro che verrà dopo di noi a chiedere merce allo spacciatore di risme, ma non c’è tempo per rammaricarsi. Siamo arrivati prima di lui, prima di lui scegliamo e conquistiamo ciò che a noi va bene, senza pensare alle conseguenze . Di quest’indugio, si diceva poc’anzi.
E dopo lo scambio, e una breve assicurazione che avremmo presto pagato, prestissimo, non appena avremo i soldi, scappare velocemente ma senza dare nell’occhio, come dopo un incontro fortuito, sparendo dietro l’angolo per poi correre, non visti. Così si faceva in tempo di guerra, senza scrupoli e con decisione. C’era la possibilità, in seguito alla frenesia della fuga, di smarrirsi nelle viuzze del centro, a ridosso della piazza, vicoletti tutti simili fra loro: si percorreva quelle vie rapidamente, con il pensiero altrove per non pensare di essere forse inseguiti, tesi a far perdere le tracce senza far capire dove si stava andando. In quelle manovre, talvolta ci smarrivamo anche noi, tanto che si perdeva l’orientamento come in un labirinto.
C’è infatti in noi una particolarità: la cancellazione intenzionale delle tracce, pratica che è sconosciuta ad ogni altro animale - esso può aggiungerne, di tracce, ma non cancellare un discorso appena fatto. Una traccia, per noi, è sempre un discorso. Ne avevamo proprio bisogno, di quei fogli: ora siamo pronti, con una tale quantità, a scrivere il discorso che ci permetterà di dominare il mondo, da grande altezza, con la promessa di una riscrittura.
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