Un tempo, gli incontri fra due persone comportavano uno scambio di oggetti: si supponeva che i due fossero viaggiatori (in un mondo come quello non poteva che essere così) e lo scambio, o anche solo il mostrare quegli oggetti - ad esempio, un ramoscello proveniente dalle rive del Mar Morto, bruciato dal sale - avevano lo scopo di narrare l’esperienza di una vita vissuta al limite dei deserti. Quegli oggetti erano come dei punti entro cui le storie individuali si condensavano: mostrarli significava mostrare la curiosità che ce li fece raccogliere, quelli in luogo di altri perché rappresentavano al meglio la visione del mondo a noi cara; significava dimostrare la nostra presenza in quei luoghi, essendo quelli quasi un testimonio, muto ed evidente; e significava infine anche accennare alla passione che ci spingeva a disegnare il tracciato della nostra peregrinazione in quella desolazione.
Lo scambio di quegli oggetti ci permetteva di indagare nella psiche del nostro simile, facendoci anche noi scrutare in virtù del medesimo principio, i motivi che lo avevano condotto fin lì. Con lo scambio, ci si rassicurava a vicenda delle intenzioni: era sufficiente uno sguardo e tutto andava a posto. Oltre che un metodo di comunicazione era quello anche un modo per non sentirsi soli in tutto quel deserto: raccogliendo gli oggetti, pregustavamo il momento in cui li avremmo mostrati; ma non era per vanità che li raccoglievamo: era un atto dovuto, imprescindibile, e scevro di ogni intenzione che non fosse quella di obbedire a quell’impulso - impulso che veniva prima di ogni pensiero.
Mostrare quegli oggetti: sebbene fosse l’unico modo che avevamo di esistere, tuttavia non commettemmo mai l’errore di riversare in esso le pulsioni e i desideri che ci agitavano; quegli oggetti non erano la nostra vita, essi la rappresentavano soltanto; mostrarli non era un atto di cessione, ma di arricchimento; non era una condivisione, ma una necessità. Mostrarli era mostrare una superficie su cui era inscritta una storia che si radicava in profondità, ma di quella profondità nulla andava perduto nel mostramento. Essa rimaneva ben salda in nostro possesso, protetta da quella superficie.
Oggi vale soltanto la superficie, oggi si mostra soltanto quella credendo che sia sufficiente. Quando piantiamo il coltello in quella superficie, o anche quando a forza di martellate la si manda in pezzi (coltello e martello escono da una piega delle nostre ampie vesti), l’Altro ci guarda con un’espressione incomprensibile, irritato e insieme sorpreso; così accade sempre e inevitabilmente dopo il primo colpo. Egli ci guarda come se non capisse, come se quel nostro gesto fosse l’ultima cosa che si aspettasse dopo tutto quel tempo: non aveva dunque capito la natura del nostro sguardo, non era riuscito a decifrare il fondo del nostro occhio, e sì che il deserto avrebbe dovuto insegnarglielo. Egli ci guarda come se soltanto adesso gli riuscisse di vedere nella luce corretta, come se finalmente si rendesse conto di tutto, adesso che è troppo tardi per correre ai ripari.
La bocca gli si apre in un’espressione di sorpresa che tale non è, o non soltanto, almeno: è anche disperazione, che il suo occhio si premura di emulsionare dal resto indifferente delle cose. Credeva davvero che il tempo lo avrebbe protetto dal nostro desiderio? Credeva davvero di scamparla? La sua bocca, il suo occhio - e il disappunto - dicono di sì. Dell’oltraggio non rimane niente, nemmeno un po’ di sabbia, neppure un pensiero un po’ disturbante, un po’ noioso; eppure, questo è l’unico modo che si ha per accettare il dono.
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