mercoledì 13 settembre 2017

Litopedio

La donna, che porta in grembo un bambino, guarda dall’alto. La donna, che sa che il bambino in grembo è morto, guarda dall’alto di un’onda. La donna con il bambino morto dentro di sé ha uno strano sguardo, dall’orlo di quell’onda: uno sguardo che giunge da lontano, uno sguardo che sa, che sa e non vuole rivelare nulla. Uno che vede quello sguardo sa che qualcosa è accaduto, ma che non può essere riferito perché è un fatto grave ed inspiegabile, e nonostante ciò la donna se lo assume su di sé, in sé, come se ella fosse il mondo e quel fatto la vita che sopra d’esso scorre.
L‘uomo, che nell’onda sta sotto, si tocca il viso con le mani come ad esprimere meraviglia, e attende - calcolandolo con esattezza - al disegno del tracciato lungo cui con il figlio vivo quella donna arriverà. Il padre del figlio vivo e di quello morto intanto si intrattiene con lui, parlando del più e del meno, come se l’orrore del bimbo morto, che è l’orrore di tutto il mondo esistente, non lo toccasse. Quasi si divertono, i due, al di sotto dell’onda cavalcata dalla donna, la madre del bambino morto che è ancora annidato nel grembo come un male incurabile, un male da strappare via.
Ogni pensiero è certamente trascinato in basso da quel fatto del bambino morto; ogni tentativo di uscire da quell’orbita comporta il ricaderci. Con tutto quel peso inconfessato, stupisce che la donna cavalchi con tanta leggerezza l’onda, e che il suo sguardo si fissi lontano sull’orizzonte che da lassù si può ottenere. È un’onda vasta, ampia, di grande respiro; percorrendola con gli occhi si ha l’impressione di esplorare un mondo sconosciuto: è come un monte che, piuttosto che escludere l’orizzonte ne crea uno, di ampiezza sproporzionata; chissà da sopra, se già da sotto ci si sente trascinare via.
Se ella sapesse che la sua storia è raccontata in ogni dove, e con toni non proprio lusinghieri, visto che in quella storia lei appare sempre nei panni di una che erra, e che sbagliando così tanto gli uditori di quella storia già l’hanno ribattezzata l’Errante dimenticandosi del suo vero nome, si risentirebbe assai nell’animo, dicendosi con quello che, sebbene convinta di aver raggiunto un punto di equilibrio in quella erranza, è ben contenta di essere quello che essi credono: l’Altro può sempre rimetterti in riga con un’osservazione su un fatto ovvio e banale, tanto irrilevante che se ne è persa la percezione; e nonostante questo, tenerti in pugno. Quel fatto rimane, ed è il marchio caratteristico di ogni azione in seguito compiuta, di ogni pensiero che ne segue. La chiacchiera, la curiosità e l’equivoco spezzano anche i più forti animi, quello più nobili, quelli che trascinano su di loro il peso di intere morti, di bambini morti e non nati, un peso inconcepibile eppure portato con naturalezza, con gli occhi del pensiero che errano lontani per trarre dal lontano la forza di non dirlo.
Un figlio. Se fosse un foglio, lo si saprebbe usare, scrivendoci sopra. Se fosse una pietra, la si potrebbe lanciare, sbarazzandocene così. Ma un litopedio - come sopravvivere ancora dopo una parola del genere?

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