mercoledì 21 febbraio 2018

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Nel secolo diciassettesimo, ma più ancora in quello seguente, fra i rabbini ortodossi d’Italia ci fu un’ondata di eresie; la nuova dottrina si diffuse a partire dalla Puglia, per opera di qualche rabbino orientale arrivato con le migrazioni, spingendosi fin oltre le Alpi, come accadde nei casi della Spagna e dell’Olanda. Questi eretici, nel seno delle comunità che sbocciavano al seguito di quella dottrina, erano soliti compilare un documento in cui raccoglievano i frutti dei loro studi sotto forma di pensieri, abbreviazioni, massime e apologhi, corredando questi scritti con disegni e diagrammi che illustravano la loro visione del Mondo e di Dio. Pochi di questi documenti, che avevano la forma di taccuino o libello, sono arrivati fino a noi, e quelli che son giunti fino a quest’epoca sono per lo più dei falsi, redatti in base a dicerie o detti del popolo, che quelle lezioni ha ancora ben viva nella memoria: sono ricordi che la gente ha tramandato nei secoli per mantenere viva la tradizione apocrifa e ricordare così vivamente la figura di certi Rabbi che si erano distinti per la loro mente spirituale, o per virtù taumaturgiche. Quegli scritti sono di difficile decifrazione, perché procedono per enigmi e scorciatoie, per abbreviazioni e sottintesi, ed è assai difficile per chi non è addentro a queste cose risalire da queste sigle al detto o alla massima soggiacente. I disegni e i diagrammi, poi, lungi dall’esser d’aiuto, complicano oltre ogni misura la comprensione di quegli apologhi; e le massime che dovrebbero confortare i fedeli nei periodi di carestia spirituale spesso si riducono ad accozzaglie insensate di lettere, che formano frasi impronunciabili e che hanno con i detti divini contenuti nella Bibbia solo una somiglianza vaga e indistinta, così tanto vaga e indistinta che non sempre si riesce a risalire alla fonte.
Un uomo, che chiameremo il Falsario, ha riprodotto uno di questi scritti. Gli ha dato una forte apparenza di vero, ed è così sicuro dell’opera sua che la vuole sottoporre al giudizio di un Rabbino ortodosso. Il luogo dell’incontro è in una bottega di cambiavalute, dove dietro il banco polveroso si affaccendano nell’oscurità del negozio alcuni commessi, intenti a segnare su carta millimetrata i grafici dell’andamento della borsa. Sul lato più lungo del negozio vi è una panca su cui sono seduti alcuni Rabbini, vestiti di grigio come i commessi, quasi indistinguibili tra loro: essi discutono animatamente fra loro di complicate questioni. Uno di quelli, all’apparenza il più saggio, di certo il più vecchio, in compagnia di un suo giovane pupillo, accetta di buon grado di esaminare quel documento con lo scrupolo necessario a certificare la sua validità. Ma non sarà lui ad esaminarlo, bensì il giovane Allievo.
Questi, somigliante in tutto e per tutto all’ombra del suo anziano Maestro, è già saccente e presuntuoso, tracotante come può esserlo un allievo. È sicuro di sé e di farcela, e con questa sicurezza serenamente si avvicina al Falsario per vedere di cosa si tratti.
- Ecco, vede -, dice il Falsario tendendogli il taccuino.
- Ah, un documento degli Eretici! Interessantissimo, davvero assai curioso il modo in cui è redatto.
Discorrendo, escono nel cortile da una porta a vetri laterale, passando per un atrio dove alcune ballerine vestite di tulle rosa salmone stanno provando una coreografia. La vicina Sinagoga dà a tutta da scena una strana atmosfera, come se si stesse preparando una festa pagana.
- Che cosa c’è scritto, qui? -, chiede l’Allievo: - “Avant’e ndreo so’ annato e lo studio m’ha focato”: ma che significa, che tutti i giorni se ne andava su è giù?
- No, vede, adesso le spiego. Questo passaggio vuol dire “togliere dalle cose del mondo le nostre idee che le sorreggono per vedere se stanno ancora in piedi”. Dice proprio così; sapete, io l’ho studiato un po’, questo manoscritto, nei giorni che seguirono al suo ritrovamento, e mi sono familiarizzato alquanto con questi strani modi di dire che egli ha usato nello scritto.
- Ah, bene, dunque è anche lei uno studioso, mi fa piacere.
Quest’ultima frase è detta con un tono che fa capire al Falsario, il quale credeva di aver fatto un buon lavoro e pensava con ciò di ingannare chiunque, anche uno studioso, d’essere stato superficiale, e che la ricerca che svolse sugli Eretici del diciottesimo secolo fu incompleta e svagata; queste doti negative, riflettendosi sul suo lavoro, mostrano più che mai un aspetto raffazzonato, rendendolo inutile, quasi un’offesa per il giovane Allievo che gli sta dedicando così tanto tempo per decifrarlo, e smascherarlo. A un esame così, nulla può resistere. Così, Egli si dispone al seguito con animo fortificato.
- “B, S, Q, R”: ma che sono, queste lettere? - chiede l’Allievo, come per sincerarsi di non essere preso in giro.
- Mah, non saprei -, dice l’altro, contraddicendosi. - Come sa, io questo taccuino l’ho solo rinvenuto in una soffitta; gliel’ho portato appunto per sapere qualcosa sulla sua autenticità. Non so di cosa si tratti, però ho sentito dire che in ebraico ci sono delle lettere chiamate lettere-madri, alef, lam, lim…
- Forse è meglio dire Alef, Lamed e Mem. Comunque, le lettere-madri sono Alef, Mem e Shin.
- Si, ecco, Mem; sa, anch’io ho studiato l’ebraico, in gioventù. Sono ebreo, sa?
- Ah, dunque, anche lei! Però, forse, a lei farebbe bene un ripasso. Le farebbe davvero bene, smetterebbe forse di gridare. Siamo in un luogo sacro, non se ne rende conto?
- Ma se siamo in un cortile! E poi, lei mi confonde: è così giovane, e così implacabile. Invece di mostrare interesse per il lavoro che ho svolto, io così povero di dottrina come dice lei, sono arrivato fin qui senza Dio e senza religione, e lei non fa che dileggiarmi con quel tono da saputello. Invece di congratularsi non fa che rimarcare i miei errori. Sono errori, sì, ma li ho fatti io che non so nulla. Sono bravi tutti a sbagliare sapendo tutto. Lei non sa nulla di cosa significhi divenire, con il poco che si ha a disposizione, una cosa diversa da ciò che si è, una cosa che crediamo possa soddisfare l’impulso sentito in profondità. No, lei giudica e impone in base alla giustezza delle prove risultanti dall’operato, in base all’imposizione di un ruolo mentale basato su quella giustezza. Ha forse studiato, per far questo? O le viene del tutto naturale, e quindi lo studio non è che un rafforzamento di ciò che esiste ab origine? Forse, questa storia degli Eretici è una montatura, architettata come un richiamo per farmi uscire dalla tana e confrontarmi con il suo Maestro. Bene, se era così, il trucco non le è riuscito.
L’Allievo scuote la testa, come a dire che la storia dei Rabbini eretici è campata in aria; fu un’idea che nacque dall’aver scorto, in circostanze mai del tutto chiarite, delle vecchie incisioni d’epoca che raffiguravano il saggio Shabbatai Z’vi; da ciò, da quella figura, nacque tutta una storia, una storia incomprensibile e funesta, che ancora oggi - come nel caso del Falsario - trova adepti pronti a diffonderla nuovamente, in nome di un’appartenenza che è soltanto virtuale, un sentimento superficiale e fugace, incapace di un pensiero profondo e profondo sentire. Che questa storia corrisponda alla realtà, poi, è un caso fortuito ma non impossibile.

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