Da
quella parte del fiume, che in quel punto scorre ampio e lento, protetto degli
argini bassi, si nota benissimo il profilo caratteristico della Città, che là
pare sorgere dietro una ribalta formata da palazzi larghi e bassi, in vetro e
cemento, su cui il sole, riflettendosi al tramonto, ci abbacina piacevolmente.
Proprio
lì, accanto alla chiesa, c’è un muro, un muro giallo ocra, alto, interrotto da
un grande portone in legno massiccio. Quel muro, per la sua sobrietà - è un
muro uniforme, alto più di dieci metri, colorato d’ocra gialla, un muro che
nasconde un vasto spazio interno, forse un giardino o un orto annesso alla
chiesa, o più ragionevolmente un seminario, allogato nell’antico monastero
della chiesa, un luogo dunque massimamente rigoroso, quel tanto che basta per
sostenere con quel muro l’attacco sfumato del barbaglio del sole riflesso dalle
strutture di vetro e cemento poste sull’altra riva del fiume - sarebbe piaciuto
a Baruch Spinoza.
Me
lo immagino, il filosofo, che passeggia lungo il fiume nei pressi della chiesa
e del muro, che, mentre medita su alcuni dei più ardui passaggi della sua
Etica, occhieggia distrattamente quei palazzi di vetro e cemento traendo da
essi la luminosità per continuare nel ragionamento, quei palazzi che fanno da
proscenio al profilo antico della Città, riconoscibile anche in questi istanti
di tensione intellettuale dietro alla parata risplendente del sole al tramonto.
Quel
panorama paradossalmente dà un appiglio alle sue idee, gli fa da schermo, da
sostegno, ne permette l’accumulo senza sovraccarico. Spinoza, nei pressi di
quel muro, mediterebbe su Spinoza e perfino sullo spinozismo, male deleterio e
incurabile che sarebbe conseguito da quella filosofia nei secoli a venire,
secoli che Egli, grazie alla vicinanza di quel muro prodigioso, tale perché
racchiude l’atmosfera di tutta un’epoca, riuscirebbe a vedere come in una
lontananza, come quel profilo inconfondibile della Città che si innalza dietro
alla quinta in vetro e cemento; avrebbe, da quel punto del lungofiume, uno
scorcio del tempo avvenire.
Il
libro terzo dell’Etica fu di sicuro concepito in questo luogo, perché in
nessun’altra parte del mondo Egli avrebbe potuto pensare quelle cose, e in
maniera così limpida e netta: il paesaggio della Città, lontano e vicino al medesimo
momento, rappresenta al massimo grado il gioco di addizione delle passioni
volte a formare un’azione. Muro, quinte e profilo della Città sono
l’esplicazione, la raffigurazione più efficace di quella teoria. Il gioco di
prospettive combacia in ogni punto.
Solo
in quel luogo è possibile provare nel medesimo momento la gioia attiva e la
tristezza passiva; solo in quel luogo, un luogo prossimo in egual misura al
muro, al profilo della Città e al fiume, si esprime il delicato accordo di
tutti i sentimenti che concorrono alla formazione dell’intero; solo in quel
luogo si è abbastanza felici di essere vicino al consorzio umano e al contempo
abbastanza lontano da soffrirne la mancanza e osservarlo al meglio.
In
quel luogo, le varie parti sono parti di un tutto, e solo in quel luogo è
possibile rendersene conto: là, le idee non possono che essere chiare e
distinte.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.