mercoledì 14 febbraio 2018

Spinoza

Da quella parte del fiume, che in quel punto scorre ampio e lento, protetto degli argini bassi, si nota benissimo il profilo caratteristico della Città, che là pare sorgere dietro una ribalta formata da palazzi larghi e bassi, in vetro e cemento, su cui il sole, riflettendosi al tramonto, ci abbacina piacevolmente.
Proprio lì, accanto alla chiesa, c’è un muro, un muro giallo ocra, alto, interrotto da un grande portone in legno massiccio. Quel muro, per la sua sobrietà - è un muro uniforme, alto più di dieci metri, colorato d’ocra gialla, un muro che nasconde un vasto spazio interno, forse un giardino o un orto annesso alla chiesa, o più ragionevolmente un seminario, allogato nell’antico monastero della chiesa, un luogo dunque massimamente rigoroso, quel tanto che basta per sostenere con quel muro l’attacco sfumato del barbaglio del sole riflesso dalle strutture di vetro e cemento poste sull’altra riva del fiume - sarebbe piaciuto a Baruch Spinoza.
Me lo immagino, il filosofo, che passeggia lungo il fiume nei pressi della chiesa e del muro, che, mentre medita su alcuni dei più ardui passaggi della sua Etica, occhieggia distrattamente quei palazzi di vetro e cemento traendo da essi la luminosità per continuare nel ragionamento, quei palazzi che fanno da proscenio al profilo antico della Città, riconoscibile anche in questi istanti di tensione intellettuale dietro alla parata risplendente del sole al tramonto.
Quel panorama paradossalmente dà un appiglio alle sue idee, gli fa da schermo, da sostegno, ne permette l’accumulo senza sovraccarico. Spinoza, nei pressi di quel muro, mediterebbe su Spinoza e perfino sullo spinozismo, male deleterio e incurabile che sarebbe conseguito da quella filosofia nei secoli a venire, secoli che Egli, grazie alla vicinanza di quel muro prodigioso, tale perché racchiude l’atmosfera di tutta un’epoca, riuscirebbe a vedere come in una lontananza, come quel profilo inconfondibile della Città che si innalza dietro alla quinta in vetro e cemento; avrebbe, da quel punto del lungofiume, uno scorcio del tempo avvenire.
Il libro terzo dell’Etica fu di sicuro concepito in questo luogo, perché in nessun’altra parte del mondo Egli avrebbe potuto pensare quelle cose, e in maniera così limpida e netta: il paesaggio della Città, lontano e vicino al medesimo momento, rappresenta al massimo grado il gioco di addizione delle passioni volte a formare un’azione. Muro, quinte e profilo della Città sono l’esplicazione, la raffigurazione più efficace di quella teoria. Il gioco di prospettive combacia in ogni punto.
Solo in quel luogo è possibile provare nel medesimo momento la gioia attiva e la tristezza passiva; solo in quel luogo, un luogo prossimo in egual misura al muro, al profilo della Città e al fiume, si esprime il delicato accordo di tutti i sentimenti che concorrono alla formazione dell’intero; solo in quel luogo si è abbastanza felici di essere vicino al consorzio umano e al contempo abbastanza lontano da soffrirne la mancanza e osservarlo al meglio.
In quel luogo, le varie parti sono parti di un tutto, e solo in quel luogo è possibile rendersene conto: là, le idee non possono che essere chiare e distinte.

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