mercoledì 7 febbraio 2018

Le due chiese

Parcheggiamo, nel paese delle due chiese, come indicato dalla profezia che la donna senza gambe ricevette, dopo mille peripezie fra cui l’affrontare una discesa lunga e ripida sprovvisti di freni, usando a nostro vantaggio gli attriti delle gomme sull’asfalto per mantenere costante l’andatura e non finire fuori strada.
Parcheggiammo non lontano da quelle due chiese, e la donna senza gambe, quella della profezia, venne con noi a cercare quella delle due chiese in cui, sempre secondo la profezia, avremmo dovuto trovare il guaritore, colui che avrebbe restituito le gambe alla donna senza gambe. Ella, pur non avendole, camminava veloce spinta dall’idea del prossimo recupero, così veloce che noi non riuscivamo a starle dietro; e sebbene il paese fosse straniero e non lo avessimo mai visitato prima d’ora, ella si districava per i vicoli stretti come se conoscesse la strada, procedendo spedita e senza indugio, come attratta da un odore o un’idea, un sottile filo aereo che le indicava la via più breve e più sicura per giungere all’appuntamento in tempo.
Ma prima di questo, e di come trovammo tutto, devo dirvi della discesa, o non riusciremo ad andare avanti. L’autista, giunto all’orlo della discesa, una discesa ripida, lunga che non se ne vedeva la fine, una strada costeggiata da pini, spense il motore e scollegò il cambio: l’autobus, libero da ogni aggancio meccanico, acquistava velocità ad ogni secondo, tanto che dicemmo al guidatore - e lo dicemmo tutti nel medesimo momento, come obbedendo a un impulso o a una paura: - “Piano!..”, con questo cercando di farlo rinsavire. Ma lui, forse perché era pratico di questo giochetto, o forse per far vedere a noi quanto fosse bravo, non ci dette ascolto, e anzi tolse del tutto la chiave d’accensione dal quadro dei comandi, come a significare che a lui, di ciò che avrebbe fatto l’autobus in caduta libera non gli interessava niente. Si mise addirittura comodo nel sedile di comando, come accade quando si vuole restare da soli in compagnia di un proprio pensiero, un’immaginazione privata che conduca più agevolmente al sonno. Forse, chiuse anche gli occhi per disporsi meglio, ostentando una tranquillità che in quei momenti era davvero fuori posto.
Noi, da parte nostra, decidemmo di non guardare più il paesaggio che sfilava sempre più veloce, una velocità folle che aumentava di attimo in attimo, e sembrava che non la finisse più di aumentare, dai finestrini dell’autobus; spegnemmo lo sguardo convincendo quel senso interno che riesce a dir menzogne se opportunamente stimolato, e gli chiedemmo, a quel senso, di figurarci un paesaggio immobile, un paesaggio senza più quella sensazione di caduta imminente - ed esso subito obbedì, come se si muovesse guidato da un cavo d’acciaio, precisissimo, che non comporta possibilità di scosse.
A quel punto, tranquillati nell’animo e ben disposti verso ogni eventualità, anche la più remota e negativa, anche la più disperata, giungemmo in paese, come vi ho detto all’inizio.

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