Sono
giunto qui con mia moglie. Ella mi ha accompagnato sempre, in ogni occasione,
sebbene nulla conosca dei miei pensieri al riguardo di questa lunga marcia. Si
è sempre accontentata di star là, rivendicando un possesso che a prima vista
pare inutile e affaticante. Per lei tutto è dato, per me nulla è dovuto, e io
stesso sono un usurpatore. Ella non sa che le parole che descrivono la
filosofia descrivono anche il dubbio e la fatica di apprenderle, facendo
coincidere punto contro punto lo sforzo e la dottrina. Per lei questo è sempre
stato incomprensibile e inutile, per me è la vita stessa. Eppure, mi è sempre
stata vicina, come un baluardo.
Ella
non sa del faticoso Libro primo, non sa nulla di come fare per apprenderlo, non
sa nemmeno che esista. È difficile vedere in quelle parole il nostro agire
mentre cerchiamo di comprenderle. Gli indugi del testo corrispondono agli
indugi del nostro ragionare, e le speditezze la speditezza. Se di questo non si
è abbastanza informati, non lo si nota. Da un lato, vorrei discutere con lei della
cosa, ma dall’altro comprendo che non può farlo. Davvero non si capisce perché
siamo sposati. Questo modo di pensare lei lo disprezzerebbe, ne sono sicuro.
Lei non sbuccia il reale per vedere cosa c’è sotto, non inventa parole apposite
per descriverlo. Per lei non c’è che la superficie. Eppure, in questo lungo
viaggio mi ha accompagnato silenziosa e inscrutabile some al solito. Una pagina
scritta lei la abbandona, io torno a rileggerla.
Siamo
venuti qui in molti, ognuno per conto suo, formando una moltitudine di singoli
individui senza rapporti con l’altro. Il miraggio di un frutto colto dalla
pianta, forse un grappolo d’uva, ci ha adescato, e ora tutti ci arrampichiamo
sui tralci per cercare di raggiungerlo.
Il
palazzo si allunga verso l’orizzonte senza parere d’aver fine. È un ammasso di
tubi di acciaio e vetro e portelloni di cemento. Persone si affollano attorno a
certi punti strategici, forse effettuando controlli sulle perdite di gas o di
fibra di vetro o sulle pareti stagne che lasciano passare l’aria. Sembra una
rampa di lancio posta orizzontalmente, a perdita d’occhio.
La
incontro, sdraiata sul triclinio come una principessa egizia esule.
-
Quanti giorni di permanenza hai vinto? Duecentocinquanta, forse, non potendo
arrivare al massimo di un anno, avrai certo conquistato una cifra
ragguardevole. - Lei fa no con la testa, ammiccando.
-
Allora, forse, duecentocinquantuno, intendendo con quell’uno in più non un
premio di maggior valore ma un’aggiunta risibile, fatta solo per distinguersi
dagli altri. -
-
No, dodici. Dodici giorni. -, e mi stringe la mano, sinceramente sopraffatta
dall’ironia della situazione, tanto che entrambi non possiamo che riderne.
-
Come faremo a sopravvivere a questi attacchi di fortuna sfacciata? Pensa un po’
che ho traversato il deserto soffrendo la fame e la sete, con la speranza di
arrivare qui e guadagnarmi un posto in questo paradiso. Mi dicevo: più
soffrirai più sarai contenta, e con questo andavo avanti. Dodici giorni,
proprio un bel risultato! -
-
Che vuoi, forse un anno intero sarebbe troppo, e in quel periodo
dimenticheresti cosa accade quando accadono le cose. Una privazione di un anno
non è un premio ma una punizione. Guardali, i vincitori: si arrampicano sulle
piante cercando di scavalcare il reticolato, guadagnandosi un posto al di là.
Non hanno capito che non è per sempre.-
-
E anche così, sarà orribile. -, aggiunse lei.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.