La
strada scorre tra le ferrovie, da cui è protetta da una recinzione, e la
pineta, che inizia subito dopo un piccolo declivio erboso, al fondo del quale
la sabbia disegna i movimenti dell’acqua durante le piogge, ramificandole in
linee serpentine. Al limitare del bosco sono accampati gli zingari. Ripuliscono
le case per pochi soldi, caricandosi di tutti i rifiuti che a noi non servono
più. Non a tutti è dato di parlare con il loro capo, ma ci si può sempre,
trovandosi a passare di lì, intrattenere con coloro che, sul ciglio della
strada, in baracchette improvvisate, formate talvolta anche solo da un tappeto
liso e bisunto su cui sfoderano le loro paccottiglie, predicono il futuro e il
passato affidandosi ai tarocchi e ai pianeti. Sono socievoli, ma il loro umore
cangiante non li rende compagni fidati: essi vivono nel bosco per questa
ragione. Parlando con loro si ha subito un’idea della vivacità del loro
ingegno, che si guasta non appena si sottomette ai sentimenti del momento: ciò
che un attimo prima era espressione pura di cuore, un secondo dopo si trasforma
in scherno pungente e impietoso.
Non
ci fanno del male, né lo fanno a coloro che si trovano a transitare da qui. Ma
sono appunto esseri mutevoli, e in questa condizione di spirito non si sa mai
che cosa aspettarsi da loro, talvolta un piacere insperato, altre volte una
beffa irrimediabile. Ma non hanno memoria dei gesti che fanno, anche se quei
gesti ci appaiono gravi e guidati da un sentimento o da un’idea. In loro, non
c’è nulla di questo, c’è solo il capriccio dell’istante, la fuga precipitosa
del pensiero nel mentre si inganna, l’altro. O il tentativo di tutto questo,
che è lo stesso.
Vorremmo
parlare con il capo-tribù: è occupato in qualche affare, ma sarà subito qui.
Nel frattempo, vogliate farvi predire la sorte. Se siete con il capo non
pagherete nulla, dicono. Ma ecco che si è liberato, e siamo condotti da lui
senz’indugio nella capanna di legno e resina.
-
Noi avremmo, ecco, dei rifiuti per voi: li desiderate?
-
Desiderare? È un verbo insultante, usato da voi. Noi desidereremmo solo vivere
le nostre esistenze nel modo che ci è dato, godendo dell’oggi senza ombra di
rifiuti che lo turbi. E voi, osate venir qui a parlarne?
-
Noi non vogliamo dire male, scusateci se si è detto ciò che non volevate
sentire, non volevo dire ciò che pensavate, anzi: ciò che pensavo.
-
Io vivo all’ombra del taglio di una spada ch’è pronta a recidervi la testa se
non ve ne andate.
-
Perdonateci, capo-tribù, non volevamo parlare di ciò di cui voi vivete. Se dite
che non vi servono, quei rifiuti li getteremo via, così magari vi degnerete di
prenderli senza che noi ve li abbiamo dati.
-
Andatevene, andate a schernire le vostre donne, e uscendo, badate di non
torcere un capello ai miei compagni!
Ci
circondano, i compagni, e sono violenti, pronti a usare le mani a ogni parole
che sia per loro fuori posto. Ci gridano i loro nomi per indurci a dire i
nostri, ma sarebbe un errore cedere all’impulso, perché poi non avremmo più
dove ripararci. Consegnare loro i nostri nomi non è che il modo da loro usato
per scoprire l’anima di chi gli sta davanti: se cedi, sei perduto. Gli diciamo
al posto di quelli veri un nome falso, per confonderli e fuggire senza
conseguenze, ma non ci cascano, come se ci conoscessero davvero. I giorni trascorsi
nella foresta li hanno resi sospettosi, non favorendo le qualità su cui noi
potremmo fare affidamento. La proiezione è una lusinga difficile da evitare. In
essa si nasconde una trappola. Sono volubili, meschini, pare quasi che si
divertano a essere come sono. Non sanno ancora bene come è fatta la realtà, e
così la imbrattano con la loro presenza, insultandola con il vociare dei loro
canti alla sera.
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