“Tutto
questo non vuol dire nulla, nulla, nulla. Sono parole morte, e io ho bisogno di
parole vive”. Questo fu il discorso fatto prima di scendere.
Dei
tre modi classici, solitamente viene usato il terzo, la bellezza, per giudicare
dell’insieme, trattando ogni elemento come se fosse un corpo a sé stante,
verificando se la posizione di quello risponda o no a quei criteri assunti come
guida, come ad esempio la flessibilità o il sudore, assommando poi le varie
parti fino a ricomporre l’intero.
Esiste
un altro modo per giudicare, e questo è la ripercursione, intesa come
percorrere di nuovo: ripercursione e non ripercorrimento, perché la parola,
terminando in -ione, deriva da un participio passato; ripercursione perché in
questo modo viene ad assomigliare alla ripercussione, che è il percuotere
nuovamente. In questo modo corrotto e inconsueto, i vari concetti espressi la
quella singola parola sono raddoppiati. Ripercursendo, cioè rifacendo il
cammino a ritroso, lentamente e a piedi, si riescono a cogliere dettagli che
altrimenti sono invisibili, e la lentezza del passo permette di assimilarli
pienamente. Il passo, poi, non sempre è costante, ma rallenta con l’accrescersi
dell’attenzione, mutando con il mutare degli elementi che di volta in volta
arrivano ai sensi. Così, la ripercursione offre il modo di fissare e
rammemorare cose in modo permanente, consentendone il superamento, perché si sa
che nell’analisi un elemento non superato tende a ripresentarsi, mentre al
contrario con questa pratica esso è assimilato, digerito; non scompare, ma
entra a far parte della persona in modo organico.
Passando
il ponte di pietra, ampio e breve, ci giungono dall’oltre i parapetti voci
amiche: non si può ancora gettare uno sguardo al di là, per le grate in acciaio
rinforzate la lastre che chiudono la vista. Sono note gaie, conosciute. E ora,
un momento, perché il punto del ponte è critico: ci vogliono nervi saldi e
penna altrettanto salda, che non scivoli, che segua ordinatamente il pensiero.
Si
è detto che le voci al di là del parapetto sono amiche: in che modo lo sono?
Per una qualità cristallina, che allevia lo spirito dalle noie quotidiane. Sono
toni che ricordano altri toni, armonici che ne fanno vibrare altri, e le parole
sono piene di chiarezza, anche se non si capisce che cosa dicono. È il suono,
che spezza l’aria mattutina in mille schegge, che dispone al sorriso. Le voci
vengono dai meandri, dai balconetti e dalle rientranze degli edifici che in
quel punto si riuniscono a formare un pozzo. L’audizione, grazie a quel pozzo e
all’artificio delle grate di ferro, ne esce rafforzata, netta e non confusa.
La
strada, dopo il ponte, digrada dolcemente, piegando verso destra con una curva
ampia e accogliente, il piede è accompagnato nella discesa tanto che il passo
non pesa più, ed è comodo procedere in tal modo osservando i dettagli che
prima, nel passaggio veloce in vettura, ci erano rimasti ignoti. Proprio a metà
della curva, sulla destra, si apre una piazzetta in cui stazionano venditori di
lucchetti e borse. Espongono la merce su pali di cemento provvisti di uncini,
ad ognuno dei quali appendono un articolo: centinaia di modelli di lucchetti o
borse, in vendita a poco. Se si abbandona la via principale in questo punto, si
potrebbe, piegando dolcemente a destra con un angolo di circa centotrentacinque
gradi, ritornare al punto di partenza, seguendo una via più scomoda, stretta da
palazzi aggettanti l’uno sull’altro tanto che non rimane quasi spazio: il
valico che sulla strada maestra è rappresentato dal ponte, seguendo questa via
sarebbe la ferrovia, che andrebbe allora attraversata a piedi con grande
pericolo. Rimanendo invece nella piazzetta, nonostante la minacciosa presenza
di mercanti orientali, di cui è notorio che nulla si sa né si è mai saputo a
causa del loro linguaggio incomprensibile e violento, si gode una piacevole
atmosfera: le luci del giorno si smorzano in un continuo crepuscolo di luci al
neon accese, una temperatura colore dove il contrasto di luminosità induce alla
malinconia temperante, uno stato d’animo di dolcezza che tritura l’io a dovere,
predisponendolo a più benevoli pensieri; una luce soffusa, non ancora notturna,
può fare questo e altro. Dispone perfino all’acquisto di cose inutili come i
lucchetti o le borse. Giureremmo che questi commercianti impiantarono qui la
loro attività sicuri di far buoni affari con oggetti cattivi grazie a questa
luce.
Se
volessimo, potremmo imboccare quella stradetta, e certamente altre cose
vedremmo che non vedevamo da molto: ripetizioni di cose e impressioni che si
annunciano come già esistite, quando la visione recente rinfresca una più
precedente visione; un luogo in cui siamo stati in un tempo in cui la ragione
non era ancora sviluppata, un luogo la cui vista ci colpisce come la vista di
qualcosa che è già stato. Ma se prendessimo la stradetta, non potremmo sentire
di nuovo, al ritorno, il suono di quelle voci amiche, voci invisibili che
solleticano la mente invitandola a dolci pensieri, a pensieri pacificati.
Quelle voci rappresentano la migliore approssimazione a quella parola di vita
che, in questo paio d’ore e incamminandoci lentamente ripercursendo ogni cosa,
cercammo ansiosamente.
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