mercoledì 14 novembre 2018

Il pozzo


“Tutto questo non vuol dire nulla, nulla, nulla. Sono parole morte, e io ho bisogno di parole vive”. Questo fu il discorso fatto prima di scendere.
Dei tre modi classici, solitamente viene usato il terzo, la bellezza, per giudicare dell’insieme, trattando ogni elemento come se fosse un corpo a sé stante, verificando se la posizione di quello risponda o no a quei criteri assunti come guida, come ad esempio la flessibilità o il sudore, assommando poi le varie parti fino a ricomporre l’intero.
Esiste un altro modo per giudicare, e questo è la ripercursione, intesa come percorrere di nuovo: ripercursione e non ripercorrimento, perché la parola, terminando in -ione, deriva da un participio passato; ripercursione perché in questo modo viene ad assomigliare alla ripercussione, che è il percuotere nuovamente. In questo modo corrotto e inconsueto, i vari concetti espressi la quella singola parola sono raddoppiati. Ripercursendo, cioè rifacendo il cammino a ritroso, lentamente e a piedi, si riescono a cogliere dettagli che altrimenti sono invisibili, e la lentezza del passo permette di assimilarli pienamente. Il passo, poi, non sempre è costante, ma rallenta con l’accrescersi dell’attenzione, mutando con il mutare degli elementi che di volta in volta arrivano ai sensi. Così, la ripercursione offre il modo di fissare e rammemorare cose in modo permanente, consentendone il superamento, perché si sa che nell’analisi un elemento non superato tende a ripresentarsi, mentre al contrario con questa pratica esso è assimilato, digerito; non scompare, ma entra a far parte della persona in modo organico.
Passando il ponte di pietra, ampio e breve, ci giungono dall’oltre i parapetti voci amiche: non si può ancora gettare uno sguardo al di là, per le grate in acciaio rinforzate la lastre che chiudono la vista. Sono note gaie, conosciute. E ora, un momento, perché il punto del ponte è critico: ci vogliono nervi saldi e penna altrettanto salda, che non scivoli, che segua ordinatamente il pensiero.
Si è detto che le voci al di là del parapetto sono amiche: in che modo lo sono? Per una qualità cristallina, che allevia lo spirito dalle noie quotidiane. Sono toni che ricordano altri toni, armonici che ne fanno vibrare altri, e le parole sono piene di chiarezza, anche se non si capisce che cosa dicono. È il suono, che spezza l’aria mattutina in mille schegge, che dispone al sorriso. Le voci vengono dai meandri, dai balconetti e dalle rientranze degli edifici che in quel punto si riuniscono a formare un pozzo. L’audizione, grazie a quel pozzo e all’artificio delle grate di ferro, ne esce rafforzata, netta e non confusa.
La strada, dopo il ponte, digrada dolcemente, piegando verso destra con una curva ampia e accogliente, il piede è accompagnato nella discesa tanto che il passo non pesa più, ed è comodo procedere in tal modo osservando i dettagli che prima, nel passaggio veloce in vettura, ci erano rimasti ignoti. Proprio a metà della curva, sulla destra, si apre una piazzetta in cui stazionano venditori di lucchetti e borse. Espongono la merce su pali di cemento provvisti di uncini, ad ognuno dei quali appendono un articolo: centinaia di modelli di lucchetti o borse, in vendita a poco. Se si abbandona la via principale in questo punto, si potrebbe, piegando dolcemente a destra con un angolo di circa centotrentacinque gradi, ritornare al punto di partenza, seguendo una via più scomoda, stretta da palazzi aggettanti l’uno sull’altro tanto che non rimane quasi spazio: il valico che sulla strada maestra è rappresentato dal ponte, seguendo questa via sarebbe la ferrovia, che andrebbe allora attraversata a piedi con grande pericolo. Rimanendo invece nella piazzetta, nonostante la minacciosa presenza di mercanti orientali, di cui è notorio che nulla si sa né si è mai saputo a causa del loro linguaggio incomprensibile e violento, si gode una piacevole atmosfera: le luci del giorno si smorzano in un continuo crepuscolo di luci al neon accese, una temperatura colore dove il contrasto di luminosità induce alla malinconia temperante, uno stato d’animo di dolcezza che tritura l’io a dovere, predisponendolo a più benevoli pensieri; una luce soffusa, non ancora notturna, può fare questo e altro. Dispone perfino all’acquisto di cose inutili come i lucchetti o le borse. Giureremmo che questi commercianti impiantarono qui la loro attività sicuri di far buoni affari con oggetti cattivi grazie a questa luce.
Se volessimo, potremmo imboccare quella stradetta, e certamente altre cose vedremmo che non vedevamo da molto: ripetizioni di cose e impressioni che si annunciano come già esistite, quando la visione recente rinfresca una più precedente visione; un luogo in cui siamo stati in un tempo in cui la ragione non era ancora sviluppata, un luogo la cui vista ci colpisce come la vista di qualcosa che è già stato. Ma se prendessimo la stradetta, non potremmo sentire di nuovo, al ritorno, il suono di quelle voci amiche, voci invisibili che solleticano la mente invitandola a dolci pensieri, a pensieri pacificati. Quelle voci rappresentano la migliore approssimazione a quella parola di vita che, in questo paio d’ore e incamminandoci lentamente ripercursendo ogni cosa, cercammo ansiosamente.

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