Partecipare alla Carrera è facile. La Carrera, si sa,
è una specie di corsa di automobili. Ci si mette a correre su una pista, ma non
troppo velocemente. L’urto deve raggiungerci e sorpassarci, come la coda di una
cometa. Ho detto cometa, ma la cosa non è facilmente dicibile. Lessi di questa
parola su un muro mentre pensavo ad altro, e subito mi sembrò adatta,
descrivendo il fatto in modo perfetto. Come la coda di una cometa, l’urto ci
sbatte il cuore dallo stomaco alla gola, e in un secondo, che trasforma la
percezione delle cose nell’opposto, tutto cambia di segno, come se a un tratto
ci dicessero con certezza che Dio non esiste; o che esiste, è lo stesso. Quella
certezza ci angoscia, di un’angoscia subitanea che spezza la realtà senza
ricostituirla, oppure facendone intravedere il disastro. Quando arriva,
sconquassa tutto, lamiere gomme protezioni asfalto. Chi rimane vivo aspetta la
prossima ondata sperando di non cadere. Chi cade, cade fuori, arrovellandosi
nelle lamiere della macchina, e muore terribilmente. La Carrera consiste nello
star seduti in auto e stringere i denti
e la testa quando lo si sente arrivare, e nel momento in cui arriva domandarsi
a ogni secondo: Sono vivo o no? Sono vivo o no? Chi arriva vivo alla fine (ma
c’è, poi, una fine?) non vince nulla. Solo, non ha perso.
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