Laggiù, camminando per le strade, si è seguiti da un
corteo di persone formato da individui dei più vari: mendicanti, vecchie
indovine, massaie, tutti vestiti di nero. Ma non si è seguiti immediatamente,
come in un corteo in cui trovandosi davanti tutto il resto vien dietro come una
coda; no, si è seguiti a distanza, come per effetto di una vergogna o di un
rispetto che non si ha voglia di esprimere ma che tuttavia si dice lo stesso,
perché è naturale mostrare pudore per chiunque, anche se non vale nulla.
Le strade, laggiù, sono infestate di insetti: non
volano, sono come instupiditi, infreddoliti da quella stupidità. Se ne stanno
lì senza avere nemmeno la forza di muovere una zampa o un’ala. Sono insetti
speciali simili a cavallette, anche più grossi, somiglianti a colibrì, con una
specie di proboscide sul davanti che serve a raccogliere i pollini. Li si trova
per strada che sono grigi o marroni, confusi con la polvere e la terra, e se si
vuole si possono portare a casa per curarli. Le case, là, sono spoglie, gli
appartamenti privi di mobili: solo un tavolaccio e un paio di sedie. Tutto è
riposto sulle mensole di pietra, non ci sono letti, si dorme per terra. Non c’è
luce elettrica, solo candele o ceri. Questa cura di insetto non consiste in
altro che non sia il tenerli fra quattro mura. Dopo un po’ di tempo, variabile
a seconda dei casi, si rinvigoriscono, acquistano peso e morbidezza, e il manto,
da marrone o grigio che era, acquista tonalità verdi e blu, metalliche. Le
zampe e le antenne, che prima erano ripiegate come a protezione dell’aria, si
estendono ora lungamente dal corpo, rendendo minaccioso ogni piccolo movimento.
Gli occhi, d’un risaltante nero profondo, pare che guardino e studino ogni
cosa, come a preparare un attacco contro di voi e la vostra presenza. Allora, è
tempo di ributtarli fuori. Sono in grado di volare e trovarsi un luogo più
adatto. Laggiù, i mendicanti girano arrancando vistosamente su due stampelle,
trascinando dietro a quelle il loro corpo malandato, come se in questo arrancare
volessero metterci un difficile lavoro, tanto difficile da non lasciare tempo
ad altro. In quel modo attraversano le strade. Le automobili, però, non si
fermano, come se i guidatori fossero avvezzi a tale comportamento. Si arrestano
un poco più avanti, quasi per dimostrare che loro il mendicante lo hanno visto,
ma che non si sono fermati per un principio che è difficile esprimere, ma che
comunque, in ossequio alle regole, hanno adempiuto al loro dovere: adesso, sono
assolti da ogni colpa. I mendicanti, a quel punto, assumono un contegno che
normalmente è detto di umile colpa. Con questo, cercano di stornare dal sé la
maledizione del destino, trasferendola nel contempo sulla testa del guidatore
che non si è fermato per farli passare. Agiscono in questo modo per una ragione
che all’estraneo non è possibile capire. Lo si potrebbe se fossimo nati qui
come loro, e noi invece siamo visitatori, ospiti, e non ci resta che subire
ogni cosa.
Laggiù, è Napoli, la stessa Napoli descritta dal
Goethe o dallo Hebbel. Se non la si riconosce è perché ci siamo dentro fino al
collo.
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