mercoledì 27 marzo 2019

Laggiù


Laggiù, camminando per le strade, si è seguiti da un corteo di persone formato da individui dei più vari: mendicanti, vecchie indovine, massaie, tutti vestiti di nero. Ma non si è seguiti immediatamente, come in un corteo in cui trovandosi davanti tutto il resto vien dietro come una coda; no, si è seguiti a distanza, come per effetto di una vergogna o di un rispetto che non si ha voglia di esprimere ma che tuttavia si dice lo stesso, perché è naturale mostrare pudore per chiunque, anche se non vale nulla.
Le strade, laggiù, sono infestate di insetti: non volano, sono come instupiditi, infreddoliti da quella stupidità. Se ne stanno lì senza avere nemmeno la forza di muovere una zampa o un’ala. Sono insetti speciali simili a cavallette, anche più grossi, somiglianti a colibrì, con una specie di proboscide sul davanti che serve a raccogliere i pollini. Li si trova per strada che sono grigi o marroni, confusi con la polvere e la terra, e se si vuole si possono portare a casa per curarli. Le case, là, sono spoglie, gli appartamenti privi di mobili: solo un tavolaccio e un paio di sedie. Tutto è riposto sulle mensole di pietra, non ci sono letti, si dorme per terra. Non c’è luce elettrica, solo candele o ceri. Questa cura di insetto non consiste in altro che non sia il tenerli fra quattro mura. Dopo un po’ di tempo, variabile a seconda dei casi, si rinvigoriscono, acquistano peso e morbidezza, e il manto, da marrone o grigio che era, acquista tonalità verdi e blu, metalliche. Le zampe e le antenne, che prima erano ripiegate come a protezione dell’aria, si estendono ora lungamente dal corpo, rendendo minaccioso ogni piccolo movimento. Gli occhi, d’un risaltante nero profondo, pare che guardino e studino ogni cosa, come a preparare un attacco contro di voi e la vostra presenza. Allora, è tempo di ributtarli fuori. Sono in grado di volare e trovarsi un luogo più adatto. Laggiù, i mendicanti girano arrancando vistosamente su due stampelle, trascinando dietro a quelle il loro corpo malandato, come se in questo arrancare volessero metterci un difficile lavoro, tanto difficile da non lasciare tempo ad altro. In quel modo attraversano le strade. Le automobili, però, non si fermano, come se i guidatori fossero avvezzi a tale comportamento. Si arrestano un poco più avanti, quasi per dimostrare che loro il mendicante lo hanno visto, ma che non si sono fermati per un principio che è difficile esprimere, ma che comunque, in ossequio alle regole, hanno adempiuto al loro dovere: adesso, sono assolti da ogni colpa. I mendicanti, a quel punto, assumono un contegno che normalmente è detto di umile colpa. Con questo, cercano di stornare dal sé la maledizione del destino, trasferendola nel contempo sulla testa del guidatore che non si è fermato per farli passare. Agiscono in questo modo per una ragione che all’estraneo non è possibile capire. Lo si potrebbe se fossimo nati qui come loro, e noi invece siamo visitatori, ospiti, e non ci resta che subire ogni cosa.
Laggiù, è Napoli, la stessa Napoli descritta dal Goethe o dallo Hebbel. Se non la si riconosce è perché ci siamo dentro fino al collo.

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