mercoledì 18 settembre 2019

Get back


Si narra che P. mcC., nei periodi di mancanza creativa, abbandonasse i tre compagni e iniziasse a vagare travestito per la città. Prendeva il primo bus che passava fuori dagli Studios, sempre quello da lì, e si metteva alla ricerca del Bivio. Ora, da tempo in città di bivii non ce n’erano più, sostituiti da comodissime rotatorie, e non si è mai capito di cosa si trattasse: pare che non fosse proprio un bivio, ma una strada che curvava dolcemente a destra, dipartendosi dalla maggiore, e che girava dietro all’isolato per ricongiungersi poi, dopo chilometri, alla principale (lo so, lo sapevo molto bene, ma ora non so più, non ricordo più bene). Ma del ricongiungimento non diceva mai nulla, a lui interessava solo il bivio, lo voleva rivedere ancora una volta. Vestito da straccione, sul bus importunava tutti, e quando finalmente scendeva, si metteva a gambe aperte a orinare sulle ruote del mezzo, come se non si rendesse conto o come se fosse una cosa naturale. Tirandosi su i pantaloni, dopo che l’autista aveva atteso che finisse il suo bisogno, e di passeggeri non ce n’era uno che protestasse, si rimproverava aspramente, dicendosi che non avrebbe più potuto mettersi quel paio di pantaloni senza ricordarsi della vergogna provata nell’essere nudo.
Lui, che è un artista, sente che non potrà più vestirsi in quel modo, perché sempre quell’abito gli rammenterà di questo e dell’odore sgradevole dell’orina contro le lamiere surriscaldate, lui, P. mcC… Mentre si allaccia la cintura, sovraccarico di pensieri, si sente d’aver fatto bene a scendere, a togliere il disturbo. Non che lo avessero riconosciuto. Non ci pensava proprio, all’essere riconosciuto, e si sente quasi meglio nel sapere che così conciato non è niente per nessuno, diverso dagli altri tre suoi compari, lontano da loro, dimentico di ogni nozione che lo riguarda, pieno com’è dell’immagine del Bivio, bivio che ancora non ha ben chiaro dove sia, e forse se fosse rimasto sull’autobus ci sarebbe arrivato, altrimenti non si capisce perché l’abbia preso: se non è per arrivare, sarà per allontanarsi, velocemente.
Sempre, una volta sceso, si metteva a vagare lungo la massicciata: bottiglie vuote, scatole vuote, involucri vuoti, tutto il ciarpame conformista che si getta dai finestrini dei treni in corsa, o forse abbandonato da chi, non passando treni, ne approfitta per passare lui al di là. Ma di che bivio sta pensando? D’un bivio che gira a destra mentre la strada principale va avanti, e gira intorno, lontano, appunto deviando, per poi ritrovare la via principale nei pressi della Piazza. Quand’è stato che ha visto il Bivio per l’ultima volta? Non è più nemmeno sicuro che esista, ora che impuntandosi nel ricordo, gli sfugge più che mai… stava laggiù, da quella parte, a ovest forse, ma è tanti anni che non ne sa più nulla.
Poi, di corsa, a piedi, tornava a casa, dov’era nato: voleva dare un’occhiata alla stanza. Sua madre, ella possiede il segreto nel segreto della sua camera, scamera che ha una scala scavata nel pavimento, una scala che dà sul cortile interno. Da lì, si vede tutto. Quella stanza era un cortile interno, quadrato, in cui si trovavano quattro letti, ognuno con la testiera addossata al muro, un letto per parete. Era quella una camera senza porte: si poteva solo guardare dai vetri, uno dei quali dava sulla camera della madre. Solo quella stanza, nell’appartamento, aveva quella finestra, sigillata, una stanza con la scala intagliata nel pavimento che scendeva verso la finestra. Egli guardava e anelava d’esser lì, a pochi passi chiusi da un vetro, alla luce del sole. Tutto questo l’ha visto ch’era bambino, non ancora il P. mcC. che poi sarebbe diventato, e soltanto ora se ne ricorda. Darebbe molto per conoscere la strada che lo riporti là, e vedere ancora una volta quella inspiegabile stanza-cortile con i quattro letti: lì si dorme alla luce del sole, illuminati dalle stelle e dalla luna, e quando piove o fa fresco non ci si bagna né si soffre, perché quella camera è costruita nel modo che ci si può vivere senza disagio, protetti da un tetto aggettante, costruito nel modo più adatto. Se potesse imbroccare la giusta serie di porte, la rivedrebbe, quella stanza. Ma non ricorda più nulla, come se fosse ubriaco. Tornare indietro, qui non c’è nulla da fare, c’è troppa sorveglianza e non c’è modo di completare il viaggio
Gli altri tre, agli Studios, lo stanno aspettando; gli hanno messo da parte le idee e un pranzo, tutto impacchettato in un angolo della dispensa. Glielo fecero notare con un sorrisetto di scherno, come per addolcire quella mania inspiegabile, quell’insopprimibile desiderio di andare a vedere.

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