C’è sempre, nella costruzione di una scienza, qualcosa
che sfugge e che si vorrebbe invece ritenere. Allora, si torna indietro a
vedere com’è fatta, quella parola che pare dica tutto, e la si rilegge con
attenzione. Ma quello scrupolo non serve a nulla, e la frase ha un senso solo
se la si legge velocemente, la verità si mostra solo di sfuggita e
parzialmente, a nulla serve scorrere lentamente il testo per cercare di
scoprire dove sta il segreto. Il segreto appare solo nella lettura veloce, e
solo per un attimo appare, intravisto e sfuggevole. Si ha un bel maledire il
proprio intelletto dicendolo tardo e incapace a capire: la colpa è nelle frasi,
non nella mente. Di questa scienza di cui si può essere solo apprendisti io mi
spaccio per maestro.
Andare da lui per aiutarlo a capire come funziona
l’istromento e insegnargli a suonare, non è più il caso. L’ha smontato tutto,
destrutturandolo, rimontandolo in proporzione inversa, scambiando dimensioni e
appiattendo volumi, aggiungendogli parti estranee (una delle quali, un calzino
a rete, prende la voce e la ritarda per mezzo di strozzamenti e strozzature).
Ha piantato chiodi su cui ha avvoltolato corde e corde metalliche, ne ha
aggiunte a volontà, di calibri crescenti ed eccedenti, coprendo i gradi cromatici
e gli spazi interstiziali delle note. Ho organizzato tutto come una tavolozza,
montata su un treppiede, un cavalletto di pittore, e con l’istromento così
modificato passa le giornate. Non che lo suoni: piuttosto, sperimenta una
visione che mai ha albergato nell’occhio, che nulla ha a che vedere con
l’ortodossia che io rappresento.
Entro nella casa in penombra dicendo: Sono qui. È per
farmi riconoscere anticipatamente, è un buon modo per non essere cacciati. Ogni
volta che oltrepasso la soglia tremo al pensiero di come mi accoglierà. Spero
sempre che mi lasci stare, che oltrepassi a sua volta la mia presenza corporale
per arrivare al nocciolo della questione: il motivo della mia visita è
l’insegnamento dell’arte. Su questo punto, lo so che non mi ha mai creduto.
Così, ogni volta mi accoglie freddamente, come sottomettendosi a un obbligo,
come se abbassasse il capo di fronte a una forca per superarla poi velocemente,
per lasciarsela dietro e andare oltre. Il disagio che mi coglie ogni volta che
metto dentro il piede è un brutto segno, che dovrebbe farmi recedere. Invece,
vado avanti, sperando che questa volta sia diverso, ben sapendo in cuor mio che
non lo sarà.
Poi, gli ripeto: Sono il maestro. Lo dico per non
generare equivoci, per sgombrare la sua mente da ogni dubbio. Che egli non mi
cacci più da casa, è cosa assodata. Ma nel suo caso, non si è mai sicuri che
non sia un equivoco. Così, ad alta voce dico ancora qualcosa: Sono qui; e poi,
di nuovo: Sono il maestro. Due cose non vere, visto che lì non vorrei essere in
nessun modo, e che non sono nemmeno un maestro, visto che il modo in cui ha
trasformato lo strumento in istromento mi è ignoto. A maggior ragione, entro e
mi avvicino subitamente alla stanza da cui si affaccia. Vive nudo, in penombra,
quasi senza mai mangiare, affaccendandosi attorno all’istromento. Per
migliorarlo, per ampliarlo. Non è più il caso di fingere. Glielo dico: Hai
fatto una cosa che io non so dove mettere le mani, non ti posso più insegnare.
Allora lui, non troppo gentilmente, anzi con il fastidio di chi è inviluppato
in qualche azione losca o indicibile, mi mostra alcune delle particolarità
della sua creazione: i chiodi nuovi che ha piantato, e che sorreggono corde
fuori tonalità, corde che se sfiorate producono un suono enarmonico solo
all’apparenza, senza volume né suono perché la cassa armonica non le sostiene;
le reticelle tubolari; le calze a rete isolanti che a suo dire sono utili allo
scopo. Se si sta a distanza, nulla può seriamente colpire, e nella distanza si
può guardare anticipandolo e scansarlo. Servono a tutto, tutto serve, dice, ma
non mi spiega quale sia questo tutto che lui dice. Ormai l’ho perduto, non è
più mio: pensare che l’amavo così tanto da non poter trascorrere un’ora senza
di lui, e ora mi tocca lasciarlo.
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