Io ho una figlia, dallo sguardo triste e incrociato, con la tempia gonfia, la sinistra, dolorante, una tempia che chiede insistentemente carezze. Una bambina che ha ancora cinque anni, fecondata da me a me stesso con una contorsione intellettiva, uno sforzo supremo per accedere da me a me, una piegatura che soltanto nei sogni s’avvera, e sempre quando nel sognare si è davanti a uno specchio e nessuno ci è accanto, un atto privato e violento, dove gli estremi si chiudono spingendo con forza, giù in fondo alla gola – ecco che allora accade il fatto, suggellato questa volta da una presenza inquietante della bambina, che parla appena perché il dolore alla tempia la minaccia da dentro. L’unica cosa che chiede è la mia mano, se la porta all’attaccatura dei capelli vicino all’orecchio perché gliela massaggi, forse in questo modo il dolore le passa, o forse è solo il modo che lei ha per esistere. Confondere le acque con la scrittura è una cosa abbastanza facile. Più difficile è dire una cosa in maniera precisa, in un modo in cui non è stata mai detta. Ancora più difficile è dirla una seconda volta.
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