mercoledì 20 novembre 2019

L'ora grigia

Il grido accade alla mattina presto, non appena fa giorno. Il suo apparire ci sconcerta, di quel poco in cui riusciamo a pensare di averlo forse già sentito. Ci sgomenta di nuovo, ed è sempre quello. È passato così tanto tempo che ce n’eravamo dimenticati.
Ha la irrevocabilità del ferro, e una certa gentilezza, come d’inginocchiamento, di preghiera. Il suo svolgersi nel tempo, breve di un respiro, è stabile, tutto d’un’unica nota, chiara e tenuta senza increspature. È una voce allenata al grido, all’urlo, è una voce di qualcuno che alla voce è abituato e spesso vi si affida. La posizione nello spazio, increspato dalle vie e dai palazzi, è invece dubbia.
È un grido d’una voce stabile, dai toni medio alti, da tenore, ma di volume inaudito: arriva da lontano con tutta quella potenza, e pare che a ogni nuova occorrenza si sia fatta più vicina, e invece è sempre distante. Par che dica un nome o un’invocazione, una parola singola in cui si esprime, sempre quella, fu ancora quella (adesso che ce ne rammentiamo) la volta precedente in cui la udimmo, e non per la prima volta. Passano minuti, fra un grido e l’altro, tanto che uno sempre si dice: adesso ha finito. Infatti, in genere quello che si desidera durante quel grido, quando è emesso da una voce così sconosciuta, è che smetta presto. Lo si desidera con tutta l’anima, visto che quell’urlo ci sconvolge a ogni passata. Ce ne ricordiamo dall’ultima volta, che sebbene ce ne fu soltanto uno, poi non dormimmo più ugualmente, e a causa proprio di quella unicità. Adesso è tornato, e solo ora riusciamo a capire quante siano state le volte in cui lo abbiamo sentito. Molte, ecco, e non si sa dire più di così.
A sentirlo, le cose, immerse nella penombra, perdono valore: gli archi della piazza, i portoni, perfino i mobili nella stanza in cui siamo. Non osiamo alzarci a vedere, tutte queste cose (la piazza, i mobili) sono nell’immaginazione: di fronte a quel grido nulla si oppone, tutto si disgrega, anche il desiderio di alzarsi dal letto e mettersi a sedere.
Il grido non si avvicina mai: a ogni nuovo apparire (e quella parola non muta) permane lontano, indistinto eppure limpido nella sostanza di cui è fatto, sebbene non si capisca, a causa dell’estrema deformità della laringe, necessaria all’emissione di una sì grande voce, cosa dice, se sia un nome o una bestemmia, se sia una preghiera o un ordine, nulla di lui. Si è quasi contenti che i rumori della città piano piano sommergano quel grido solitario. Dopo due o tre volte già non si ha più il cuore di sentirlo, potete figurarvi come accogliamo il sole che lo cancella: se è qualcuno che soffre, uccidetelo! se chiama, arrivate! Siamo contenti di alzarci, quasi, e di far sì che i rumori fatti nello spostare le cose ci coprano lentamente. Già ce ne stiamo dimenticando, almeno fino alla prossima volta.  È a te che quel grido s’indirizza.

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