L’industriale, separato, padre di due bambini, mi racconta i suoi crucci:
…quando ritornano, li vedo bisbigliare fra loro, e questo mi dà il più grande dei dispiaceri. Allora, mi avvicino a loro, cercando con parole noncuranti di introdurmi in quel bisbiglìo e insieme di far sì che le parole acquistino in volume senso, diventando intelligibili e parte di un discorso che possa riguardare anche me. Mi avvicino e cerco di interessarli alle cose che mi circondano, a questo lusso a cui so che non sono abituati. Li faccio parlare e rispondo loro qualcosa che sia interna, fra noi cioè, che possa interessare noi, me e loro insieme, svegliandoli dal loro torpore. Lo so che a me non sono abituati, che hanno perso l’occhio e mi vedono quasi come un estraneo. Mi spacca il cuore vedere che il loro legame non si rompe, che io nulla posso contro quella forza che lontan da me si è sviluppata. Non so se questo si debba all’atteggiamento della loro madre, quella mia moglie che, disgraziata, ha tutti i difetti di questo mondo, verso di me in mia assenza. Però, è pur sempre la loro madre, e io cerco di adeguarmi a ogni loro visita partendo da questo pensiero, da questo fatto compiuto, provando a usarlo come un cavallo di troia che mi faccia entrare nella fortezza vuota dei miei figli. È una pena indicibile constatare che ogni volta fallisco nell’impresa e ricado indietro nel mio isolamento, lasciando loro nel loro, ben più ricco del mio che è solo lusso.
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