Il prigioniero lo si interrogherà almeno quattro volte, a distanza di qualche tempo l’una dall’altra per far sì che le risposte date si accumulino a formare un tutto unico. La perizia usata nell’interrogazione dev’essere tale che le domande hanno da restare attorno a un unico argomento, ma tale artificio non ha da essere mostrato in maniera smaccata ma subdolamente, mascherandolo con la dovuta severità, una severità intrisa di sangue e tortura. E le risposte, che vedremo poi come si articolino necessariamente, dovranno essere quasi essere urlate dal dolore, estorte da una tortura che ben si acconcia all’interrogazione.
Si è detto delle risposte e del loro accordo: infatti, l’inquisitore, nel fare le domande, e tutte e quattro (almeno quattro) le volte, deve far sì che la risposta giri attorno a una sola e unica parola, mai detta se non per attinenza, somiglianza o contiguità. Le domande, velate come urlate sono le risposte, devono coprire tale artificio, tanto che nemmeno il torturato deve rendersi conto dell’attinenza, somiglianza o contiguità, impegnato com’è a farsi estorcere una confessione trattenendo dal crollo il suo mondo interiore. Si deve fare in modo che quelle parole, scritte come su un foglio di carta, perdano la consistenza di parola acquistando quello di carta; e con essa carta, di taglio come se fosse una lama, con un movimento veloce e netto, con il bordo del foglio, aprire ferite invisibili ma dolorose nella carne dell’avversario, per costringerlo, ma non subito, ché il dolore subito non si fa sentire ma dopo, al ritiro, nell’abbandono del campo mediante il sanguinamento di quei tagli piuttosto subdoli, a dire quello, quello e non altro, ciò che forma il sedimento.
Naturalmente, il tono non avrà da essere lo stesso in tutte e quattro le occasioni, ma variando di poco, oscillando anche fra simpatia e comprensione (che possono essere espresse con l’autoinflizione di ferite, per accomunare il male dell’interrogato con quello dell’inquisitore), tono leggero e sottile che concorrerà a inculcare quella svagata somiglianza nella testa del rispondente, rimanere attorno alla questione. Alla fine, si dovrà rendere conto che si parlava di una sola e unica cosa, sempre quella, incessantemente variando il tono, come quando si gettano foglie d’erba in una zuppiera: le erbe possono variare, ma alla fine si otterrà un’insalata – ed è questo ciò che il prigioniero si ricorderà quando verrà liberato, questa tonalità che girava attorno a un concetto, a una cosa, un nome, sempre lo stesso, sempre quello.
La pienezza che rende immobili: ecco lo scopo di quelle domande, ecco la ragione di tanta occulta insistenza. Insistere, perché alla fine il motivo doveva essere percepibile, cantabile, nominabile; occulta, perché non doveva esserlo subito, evidente in modo sfacciato e grossolano. Insistente, perché alla fine tutte quelle ripetizioni dovevano tessere un disegno; occulto, perché quel disegno doveva essere riconosciuto a posteriori, molto dopo la sua paziente esecuzione.
Di che nome si poteva mai trattare se non di ciò che più da vicino lo riguardava, più di tutti? Il nome dell’origine, della nascita, quel nome che unito all’essere liberi dà la forza di sopportare la condizione; quel nome che sostiene l’uomo quando tutto cade, quel nome che al solo sentirlo le vene del corpo si irrigidiscono, rialzandolo tutto e rigidamente sostenendolo quando tutti gli altri nomi hanno ceduto. Il suo nome: ecco cosa volevano dir quelle domande, insistenti, sempre le solite, sempre a battere quel tasto come in una monotonia sconfortante. Il prigioniero, ora libero dopo l’assedio, può riguadagnare il terreno a lui proprio, grazie a quel nome che l’inquisitore, terribile e spaesato, gli ha inchiodato in mezzo al cervello come un riflesso condizionato. Con quello, nessuna tortura lo potrà mai più piegare.
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