mercoledì 1 gennaio 2020

Il dono

La sfinge ha i piedi rotti, zampe unghiute e informi. Dopo tanto camminare sulle pietre, sulla pelle le si sono aperte delle piaghe, dei buchi insanguinati di materia rappresa, dolorosa e orribile a vedersi, che le hanno impedito l’andare tanto che si è dovuta fare ospitare. Nella solitudine della sua camera si controlla le ferite, sfasciando le bende che con il sangue e il pus si sono attaccate tutte, considerando con tristezza la propria condizione.
Il fatto di essere ospitata così riccamente le dà agio di accordarsi, e di sottostare, alla legge non scritta per cui ogni ospite ha il dovere di restituire alla sera ciò che giornalmente gli viene dato, ma mancante di un nonnulla, di una piuma ad esempio, o di un dettaglio. L’ospitante offre il suo avere all’ospite e questi, dopo averlo gustato glielo restituisce, ma non integro. Il gioco di cui si parla consiste nell’accumulare, giorno dopo giorno, i dettagli non restituiti, e con quelli (piume, baffi, ecc..) farsi un dono tutto per sé, che non potrà mai essere chiesto indietro dal padrone.
A manovrare la lama per tagliare quelle piume, quei baffi, quel nonnulla, ci vuole perizia, e occhio nell’angolare precisamente il taglio, recidere di quel poco il più possibile per tenerselo tutto. Si deve fare attenzione a non respirare, o il respiro ossiderebbe il metallo disturbando la rasatura. Ma infine, ci si può anche lasciare andare, affidandosi all’istinto che da lungo tempo ha operato per il bene, prendendo senza pensarci troppo né avere scrupoli.

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