Ricordo che arrivammo alla Madrasa che era pomeriggio inoltrato. Era un giorno nuvoloso e caldo sebbene fossimo in autunno, e cominciava ad imbrunire. Ero giovane, allora, e affamato, e ricordo che prima di entrare, dopo che avevamo suonato e attendendo che venissero ad aprire, in quei secondi di sospensione, detti a mia madre il cibo che mi era avanzato dal viaggio, due pani di sesamo che avevo tenuto in mano fino a quel momento. C’erano anche le mie sorelle. Una volta dentro, le mie donne scomparvero, forse dirigendosi verso i locali a loro assegnati.
Mi avvicinai al banco del ristoro, che era gestito dalla moglie dell’Imam e dalle sue due figlie, una più bella dell’altra: l’una era al banco a servire insieme alla madre, l’altra sistemava i tavoli disposti nella stanza. Ricordo che ero vestito piuttosto male, e il lungo viaggio sostenuto a piedi non aveva di certo migliorato il mio aspetto. La figlia dell’Imam mi apostrofò aspramente:
-Non ti vergogni? Il tuo vestito è del tutto inadatto.
Non ero certo di bell’aspetto, e l’abito sebbene malmesso non aveva disegni o colori vivi, cose entrambe vietate all’interno della Scuola. Ero soltanto un po’ trasandato, ma ero giovane e entusiasta, due cose che forse bilanciavano la mia scarsa presenza. Io sapevo che ella aveva detto così perché l’avevo in qualche modo colpita, eccitando la sua fantasia. Decisi perciò di replicare alla giovane: il suo corpo era fine, ma i suoi abiti erano dozzinali:
-Forse che tu sei vestita meglio?
Questa frase la impressionò, tanto che stette un attimo in silenzio, immobile, come se il suo onore o la sua intelligenza fossero stati messi in dubbio da questo mio dire. Poi, rispose:
-Sì.
Era sicura di sé, ma io sapevo bene cosa dire, a quel punto. Era certo un po’ sconveniente rivolgersi così arditamente alla figlia dell’Imam, direttore della Madrasa presso cui stavo per essere ammesso, ma decisi di tentare, e di dare una bella lezione a quella ragazzetta che non sapeva tenere pe sé i suoi pensieri:
-No, invece, è il tuo corpo ad essere bello, ma i tuoi vestiti sono più brutti dei miei.
Lei era alta, snella, e sapeva di essere bella e di potersi abbigliare con qualsiasi straccio, e sarebbe stata ugualmente bella e desiderabile.
-Stavolta ha detto giusto! -, sussurrò la madre della giovane dietro il banco. Io quel corpo già lo desideravo pur avendolo visto in quella prima volta, e quando sentii lei che mi si rivolgeva in modo aspro, provai un desiderio fortissimo di soggiogarla, di tenermela stretta in pugno non solo fisicamente ma anche mentalmente. La mia risposta, pescata chissà dove con l’ostinatezza tipica dell’offeso fu la replica perfetta che la conquistò a me senza dubbio o incertezza. Ella fu mia fin da quel primo incontro; ma la cosa, essendo lei la figlia del mio all’epoca maestro futuro, era forse sconveniente, e molti, se non fossero offuscati come lo ero stato io dall’orgoglio, lo avrebbero notato. Ma io ero come accecato da lei, tanto che desideravo annullarla, del tutto, con le mie parole.
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