mercoledì 4 novembre 2020

L'ultima cena

Ecco, caro Veladian: di fronte a un buon pranzo siamo tutti più disposti alla verità, anche lei e io. Dobbiamo quindi, mentre mangiamo questi cibi ottimi, fare un bel discorso per controllare punto a punto se ci siano state mancanze nel suo sistema di insegnamento. È vero che lei, essendo un rinomato istitutore, può essere in questa disamina il meno soggetto alla colpa e all’errore, ma quando lo sbaglio porta con sé, come in questo caso, conseguenze inevitabili a cui non si può porre rimedio se non con la morte provocata volontariamente, questa esaminazione s’ha da fare, s’impone anzi come un dovere che ha lo stesso valore di quello proposto dai suoi insegnamenti: esso va di pari passo con la sua scienza, per così dire.
Vede, caro Giulio Cesare: l’occhio che lei mi ha spinto a rivolgere tutt’intorno, protetto com’era dalla superba sua conoscenza, ha falsato alla fine il mio sguardo, rendendolo migliore di quel che doveva essere. Esso doveva infatti divenire mio, il mio proprio sguardo, e non il suo. L’insegnamento che mi ha trasmesso ha avuto il difetto di essere perfetto, troppo completo per essere finemente usato nella mia vita di reclusione. Lei, caro, sapeva bene che io non sarei mai uscito dalle stanze del mio palazzo, neppure per pregare, ché un passaggio privato mi unisce al Tempio qui vicino, e anzi quel Tempio ha da essere quasi considerato un’estensione del mio palazzo. Lei doveva istruirmi sul modo a me adatto, leggendo nel mio intimo le necessità a cui dar corpo, in un modo che non dovesse inimicarmi le potenze supreme. Lei mi ha reso troppo mondano là dove avrei dovuto essere spirituale, assai più della media.
Caro Veladian, i suoi discorsi non la difendono. Dicendo questo lei si impastoia sempre di più, dandomi ragione là dove crede di riaffermare i diritti che le spetterebbero. Lei ha sbagliato come non doveva, essendo lei il grande Giulio Cesare Veladian, ma le consento di riparare al suo errore: deve capire che io, con la scienza che lei mi ha trasmesso, non posso vivere. Adesso io so troppe cose d’una scienza inutile fra queste pareti, il mio unico conforto sta nel suicidio. Mi avvelenerò, anzi l’ho già fatto masticando questo cibo che io ho dato ordine di intossicare previamente, e lei mi farà compagnia gustando con me questi ottimi piatti provenienti dalle mie cucine. Sentirà: è buono, così buono che le parrà di non aver mai mangiato così bene. Mastichi, mastichi bene e a lungo, Veladian, lo senta passare e ripassare sulla lingua: questo gusto, questa consistenza, così come a me non sarà mai più dato di sapere con inutile precisione quello che lei mi ha insegnato, così questo sapore non le verrà dato di gustarlo una seconda volta; tanto chiaro è stato il suo dire, quanto velenosa sarà questa bontà.

 

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