Le anime si radunano sul tetto del palazzo; non sono
propriamente anime, sono ancora corpi. Sono attratti dal rumore della festa, ma
non è una festa, piuttosto un’insolita vibrazione, la stessa che si ritrova
nelle loro anime. Non sono anime, sono perdute, proprio a causa di quella
vibrazione; ma non lo sanno ancora, e così salgono tutti i piani del palazzo
abbandonato in mezzo ai rovi, dopo aver attraversato il fango, per ritrovarsi
sul tetto; non è un tetto spiovente, ma piatto, provvisto di ringhiere ai
bordi. Più una terrazza che un tetto; là si ritrovano, e tutti insieme si
muovono al ritmo di quella vibrazione che è la stessa per tutti, con minime
variazioni dai individuo a individuo. Non la sentono con l’orecchio, ma con
l’anima, e questo li danna.
I diavoli li aspettano lassù, nascosti dietro ai
comignoli: quando arrivano le anime, gli saltano addosso, strappando i loro
corpi e dannando lo spirito, martoriandoli entrambi, e senza anestesia. Non
sarà la solita scena di dannazione, sarà molto peggio: i diavoli non si
limiteranno a passare attraverso ogni corpo, straziandolo, ma li renderanno
inutili a qualsiasi resurrezione finale – ciò è proprio una dannazione, sicuro!
Guardiamo con orrore e fuggiamo, incapaci di voltarsi
e insieme di continuare a guardare. Solo dalle finestre di casa guarderemo il
paesaggio cercando di riconoscere fra i molti palazzi quel tetto grigio su cui
s’è consumato il misfatto: sarà questo o quello? Eccolo, grigio, ferro, nero.
Nessun ritorno a casa ci potrà mai aiutare, nemmeno il pulire le scarpe lorde
di fango, strappate dai rovi, nemmeno il percorrere strade amiche, nemmeno
essere di nuovo amati. Quel ricordo ci toglie il pensiero a ogni istante.
Eravamo lassù anche noi, e siamo scampati per una forza di volontà, strappandoci
a quel languore senza sapere come – c’è naturalmente qualcosa di sbagliato, in
questo, e il non saperlo dire è un affronto che aggiunge sale alla ferita, già
così profonda.
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