mercoledì 18 agosto 2021

La fiala

La giovane donna è contenta: ha trovato casa, direttamente all’interno del carcere. È di certo un appartamento dei custodi. Alla domanda se sia al chiuso o all’aperto, ella con sicurezza risponde all’aperto, segno che quelle stanze danno direttamente nel cortile interno della prigione, se non addirittura negli orti. Vi è un’edicola e un fornaio, spiega diligentemente a chiunque le domandi qualcosa, e l’ingresso non è sorvegliato, nemmeno l’uscita. Certo, si deve sopportare il disagio di attraversare lunghi corridoi bui e senza indicazioni, però la strada è in linea retta e senza curve o angoli, così si va alla mèta come un fuso o un treno, e dopo i primi mesi quasi non ce ne accorgiamo più.
Ha trovato in sé forza grazie alla fiala – o forse dovremmo dire alla fiaba, un racconto sconnesso che lei da sé stessa ha generato, proprio al suo interno, per riempirsi di esso come un animale impagliato. Attinge a quelle gocce come a delle visioni: la mente le desidera così tanto che non pensa al male di quel liquido che scorre nella fiala; anzi, in esso ripone tutta la speranza. -Tra poco, lo vedrò di nuovo! -, mormora tra sé, non chiaro su cosa vedrà e se quello sarà visto di nuovo o per la prima volta. Ciò che intende è il particolare carattere di fondo di quelle visioni: un senso di leggerezza e mobilità che allevia il cuore facendogli credere di poter saltare a grandi distanze. Ma anche se ciò dovesse accadere, e non è detto che accadrà, al ritorno non ci saranno parole disponibili per raccontare il viaggio: se le sarà prese tutte quel fluido che, adesso, appesantisce la schiena e la lingua, rendendole tarde entrambe, inutili e inutilizzabili. Quel buio da attraversare è molto simile al buio che prende la mente quando la donna annuncia la grande notizia: già dai giorni precedenti aveva lasciato intuire alcune cose, nelle sue visite ai conoscenti, ultima fra quelle un giornale a fumetti la cui protagonista appunto cerca casa, trovandola proprio all’ultima vignetta.
Quel buio che arriva al suo arrivo e annebbia la testa è dettato anche dall’invidia: lei, minuta e seminuda com’è suo costume, disinibita e impudente come una bambina, ha già trovato di che vivere. S’aiuta da sé, a differenza di quel buio della testa che simuliamo per farci compatire un po’. Poi, però, le felicitazioni arrivano davvero, e già ce la vediamo mentre agita la manina dietro le sbarre, illuminata da quel sole da cortile, finalmente padrona della propria vita. È una cosa che ricorda molto la metropolitana di Londra sotto i bombardamenti.

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