La giovane donna è contenta: ha trovato casa,
direttamente all’interno del carcere. È di certo un appartamento dei custodi.
Alla domanda se sia al chiuso o all’aperto, ella con sicurezza risponde
all’aperto, segno che quelle stanze danno direttamente nel cortile interno
della prigione, se non addirittura negli orti. Vi è un’edicola e un fornaio,
spiega diligentemente a chiunque le domandi qualcosa, e l’ingresso non è
sorvegliato, nemmeno l’uscita. Certo, si deve sopportare il disagio di attraversare
lunghi corridoi bui e senza indicazioni, però la strada è in linea retta e
senza curve o angoli, così si va alla mèta come un fuso o un treno, e dopo i
primi mesi quasi non ce ne accorgiamo più.
Ha trovato in sé forza grazie alla fiala – o forse
dovremmo dire alla fiaba, un racconto sconnesso che lei da sé stessa ha
generato, proprio al suo interno, per riempirsi di esso come un animale
impagliato. Attinge a quelle gocce come a delle visioni: la mente le desidera
così tanto che non pensa al male di quel liquido che scorre nella fiala; anzi,
in esso ripone tutta la speranza. -Tra poco, lo vedrò di nuovo! -, mormora tra
sé, non chiaro su cosa vedrà e se quello sarà visto di nuovo o per la prima
volta. Ciò che intende è il particolare carattere di fondo di quelle visioni:
un senso di leggerezza e mobilità che allevia il cuore facendogli credere di
poter saltare a grandi distanze. Ma anche se ciò dovesse accadere, e non è
detto che accadrà, al ritorno non ci saranno parole disponibili per raccontare il
viaggio: se le sarà prese tutte quel fluido che, adesso, appesantisce la
schiena e la lingua, rendendole tarde entrambe, inutili e inutilizzabili. Quel
buio da attraversare è molto simile al buio che prende la mente quando la donna
annuncia la grande notizia: già dai giorni precedenti aveva lasciato intuire
alcune cose, nelle sue visite ai conoscenti, ultima fra quelle un giornale a
fumetti la cui protagonista appunto cerca casa, trovandola proprio all’ultima
vignetta.
Quel buio che arriva al suo arrivo e annebbia la testa
è dettato anche dall’invidia: lei, minuta e seminuda com’è suo costume,
disinibita e impudente come una bambina, ha già trovato di che vivere. S’aiuta
da sé, a differenza di quel buio della testa che simuliamo per farci compatire
un po’. Poi, però, le felicitazioni arrivano davvero, e già ce la vediamo
mentre agita la manina dietro le sbarre, illuminata da quel sole da cortile,
finalmente padrona della propria vita. È una cosa che ricorda molto la
metropolitana di Londra sotto i bombardamenti.
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