America, terra di conquiste, di fango e di bacilli! Le
tue acque infette hanno corroso le gole dei nostri smartphone, tanto che adesso
nulla possiamo più inghiottire senza soffocare. Avevi promesso luoghi isolati,
come se ne trovano nelle campagne da noi, provvisti di casolari abbandonati in
cui rifugiarsi dall’epidemia, e non l’hai mantenuta. Le nostre bocche sono
piene del tuo fango, un fango a scaglie, poco liquido, simile a calcare, che
non va via con l’acqua ma con lo scalpello delle nostre unghie, dita ficcate in
gola per rimuovere le placche.
Ci avevi fatto intendere che una terra governata da un
presidente nero avrebbe potuto rappresentare un diversivo, e invece proprio di
quel presidente nero siamo divenuti prigionieri, quasi ostaggi, costretti a
comportarci come se nulla fosse mentre la morte ci mangia dall’interno.
È andata così: ci rifugiammo in una colonica, una di
quelle che appunto ci avevi promesso prima che venissimo a te. Stavamo cercando
di determinare la lunghezza d’onda di certi colori del tuo cielo, della tua
terra, e ci accorgemmo lì che i nostri strumenti erano tutti andati, e con essi
anche i nostri corpi, inservibili entrambi, infettati malamente da quel cancro.
Scotendoli, i corpi e gli strumenti, si vedeva come in trasparenza una patina
che limitava i movimenti e i pensieri: era la tua musica, insulsa e priva di
profondità, che si era posata su tutto, inavvertitamente. Ci vollero giorni,
mesi di privazioni e sofferenze per rimuoverla tutta, e quando finalmente, dopo
tutto quel tempo passato nascosti al mondo e a te, decidemmo di uscire per
tentare di tornare ai nostri lidi, incontrammo il tuo presidente, la sua
famiglia felice di neri alti e armoniosi. Ci presero con loro come ragazzi
sperduti, rimproverandoci del nostro ardire, come se quella fuga dal nostro
paese e il nascondimento in terra straniera fossero una marachella di bambini.
Ci costrinsero ad abitare con loro, ma non tutti: solo alcuni di noi, gli altri
sarebbero lasciati andare “alle loro case”, come dissero, ma in realtà alla
deriva e alla disperazione. Ci trattarono come esseri inferiori, cosa che forse
eravamo diventati dopo l’infezione, e non manifestarono alcuna gentilezza, solo
una severità immane travestita da compassione; e nemmeno lo fu davvero,
compassione, perché separarci (dividendoci ci avrebbero condannato, e sono
convinto che dietro le apparenze lo sapevano bene, e che di proposito si
comportarono così) tenendo presso di loro una parte di noi e gli altri
lasciandoli liberi nel nulla, nella wilderness che l’America in quel tempo era
diventata, fu un gesto crudele di condanna a morte e all’oblio. Per i
congedati, e fra quelli ero io, anzi ero io soltanto, non ci fu altra scelta
che tornare alla macchina, e sperare che si sarebbe messa in moto, consentendomi
di lasciare il paese per sempre. Quanto a tornare a casa, non ce l’avrei mai
fatta.
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