In città dev’essere arrivata una nuova cura, un nuovo
dottore. Il risultato è che i vecchi ringiovaniscono, i morti (anche da tempo)
tornano a darsi da fare, rubando spazio prezioso a chi da tempo s’arrabatta.
Suonano alle porte e vogliono essere ricevuti nelle case dove hanno vissuto:
entrano e si fanno ammirare con noncuranza, non si peritano di incedere a passo
sicuro, tanto che non chiedono neppure permesso. È roba loro, e a maggior
ragione ora che hanno abbattuto il confine. Quando erano vivi quasi non
sapevano parlare o scrivere, e ora: che proprietà di linguaggio, che sicurezza!
Pare davvero che la morte abbia loro insegnato qualcosa.
Sono belli, d’un fascino speciale, questi morti, e più
alti e retti di quando vivevano con noi. Adesso arrivano pieni di fierezza,
pronti a prendere ciò che è nostro. Ogni famiglia si trova ad affrontare un
ritornante, e le questioni che quel ritorno suscita sono dappertutto le stesse,
riassumibili in una domanda diretta: Ma come ci sono riusciti?, intendendo con
questo non solo il fatto del ritorno, ma anche che in questo ritorno, o seconda
invasione, sono più belli, come se avessero vissuto quell’esperienza in grado
di dirozzare lo spirito, rendendolo retto e inossidabile, inattaccabile dalle
cose del mondo. Questi ritornanti sono così fieri che solo una razza di
guerrieri addestrati può tener loro testa, cosa che noi non siamo. Sono
tornati, grazie a quel dottore maleficentissimo e inconsapevole, anche per
schiaffarci sul muso la nostra impreparatezza: Come potete voi, malati e
difettosi, approdare a questo mondo? Guardate noi, invece: approdare è il verbo
che a noi più si addice; a questo punto in cui siamo, nulla ci colpisce, nulla
ci spezza, tutto abbiamo visto e fatto, e il mondo lo serriamo nel pugno di una
mano, destra o sinistra non ha importanza.
Potrebbe essere una speranza, ma parlare di loro ci
mette a disagio perché dicono tutto loro senza lasciarci spazio. Con che cosa
potremmo interessarli? Hanno visto tutto, o almeno cose che a noi sono ignote.
Quando si prendono da mangiare e da bere alle nostre dispense con la scusa che
sono di famiglia, li lasciamo fare perché non si sa con quali parole
redarguirli, e se è davvero giusto rimproverarli. Sono stati carne e sangue
nostri, son tornati dal più lontano che si possa immaginare, così li lasciamo
saziarsi delle nostre cose, sperando che passi presto. Pensiamo anche ai nostri
malati, se quella volontà incrollabile di cui son permeati questi ritornanti
dovesse prendere anche loro una volta andati, e davvero ci fermiamo a questo
pensiero pieni di tremore.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.