mercoledì 15 febbraio 2017

Il Decano

La casa del ritrovo era vicino alla piazza della Santa Croce. Si entrava dal retro; l’appartamento, agli ultimi piani, quasi un attico, si sviluppava in profondità tanto che le finestre all’opposto della porta d’ingresso davano direttamente sulla piazza, mentre il portone d’ingresso era in una stretta via laterale.
Presentarsi a quel modo, dopo aver annunciato a tutti che non avrebbe più partecipato agli incontri, adducendo come scusa una perdita d’interesse, giudicando di scarso valore quelle amicizie, per il Decano fu un gesto alquanto sconsiderato. Non ebbe alcuna vergogna, se si esclude quella iniziale del ritrovamento, del riallacciare un discorso che da tempo giaceva morto privo di argomenti comuni. Non ci riuscì, questo è certo, ma questo è del tutto secondario. Non gli era stato possibile abbandonare il “vecchio stile”, mentalmente se lo trascinava dietro; neppure le cure efficaci di quelle donne che spesso lo circondavano riuscirono a liberarlo.
Gli altri lo accolsero come un eccentrico, a cui si dà corda senza pensarci troppo, sempre pronti a ritrargliela al primo accenno di stravaganze. Fu facile attaccare discorso, bastò una parola casuale, un accenno a qualcosa di passato e di comune a tutti per far aprire le bocche e predisporle al sorriso. Lei, che ospitava la riunione, non accennò nemmeno per un momento al disturbo che poteva egli recare a tutti: una vera signora, una donna davvero in armonia con quell’appartamento, signorile e ricco di storia.
C’era anche X., inaspettatamente. Si appartarono subito, lei e il Decano, senza vergogna, come se fosse una cosa data. Lui la abbracciò assetato, gettandosi su quella carne come se fosse l’unica cosa a questo mondo in grado di dargli piacere. Costei aveva una bocca bruttissima, una ferita sul volto a forma di mezzaluna, piccola e coricata sul dorso; lui morse quello squarcio infetto come se volesse trarre da esso tutto il piacere del mondo.
Si fermò soltanto un attimo come a chiederle se non le dispiacesse, se lo schifo non l’avesse nel frattempo sopraffatta; ma lei accettava tutto, anche questo spregio superficiale. Non l’amava di certo, voleva solo prendersi una rivincita sull’amico che di lei era il marito. Quel corpo era reso desiderabile dall’oscurità dei corridoi che si protendevano verso la piazza: era il movimento architettonico che favoriva la passione, rendendo piacevole quel contatto.
In quel modo di abbracciare, di stringere a sé, c’era la rabbia e l’inesperienza - si poteva agire così per il buio e la scarsa presenza di dettagli, che nel caso farebbero distinguere le cose. Ci si sentiva protetti e autorizzati ad agire così, come in preda a una  febbre d’astinenza - ma, in verità, non era proprio questo che sentiva. Era quella casa, il fatto che appartenesse a lei, a rendere desiderabile quello spregio. Non c’era altro, dietro a quei gesti, se non il proposito di ferire tutti profondamente e nel minor tempo possibile (per avere poi tutto il resto della festa da apprezzare, tutta la serata da trascorrere insieme a loro, con nel cuore il successo derivato da quel disgusto, sentimento intimo e esplicito al medesimo momento).
Lui, durante tutta la serata, non fece che pulirsi la bocca nel tentativo di far sparire i segni della violenza che, con il tramite di X., aveva perpetrato ai danni dell’amico. Quei segni non erano però che nella sua testa, e per questo si accaniva così ferocemente nel cancellarli. Nessuno se ne accorse o, se lo fecero, nessuno ne parlò. Era grande la stima che di lui avevano gli altri, si ricordavano bene ciò che egli aveva rappresentato all‘interno del gruppo. Per questo ricordo, nascondevano ai loro stessi occhi la bruttezza che costui presentava ogni volta al mondo. Egli stesso non riusciva a capacitarsi della natura e della qualità di quel sentimento: lo accettava, ma senza gratitudine, e ogni volta era pronto a ricambiarlo con le più terribili sgarberie, per controllare se quell’amore scemasse o no. E ogni volta ne constatava l’incancellabile profondità.

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