Lentamente, il treno sta entrando in stazione. Ci sono ancora alcune gallerie da superare, passaggi di scambio e sicurezza che assottigliano il convoglio predisponendolo all’arrivo. Se uno, infervorato dalle aspettative che stanno per realizzarsi, si avventura e scende in corsa, deve sapere che sarà poi inevitabile addentrarsi in varchi difficili, ricchi di ingranaggi e ghiaia scivolosa (se non fai attenzione potresti perdere i denti inciampando sulle lamiere), e che l’illuminazione sarà così scarsa che ad ogni istante si interrogheranno i sensi per capire se si è ancora vivi. Può capitare che uno non lo sia più, ed è come un peso che all’improvviso arriva sulla schiena: si fa appena in tempo a raggiungere il letto per liberarsene, e c’è tutto l’agio di percorrere lo spazio che ci divide da quel sollievo. Una volta giunti alla mèta non rimane che sedersi e aspettare.
Il treno non può che sottostare alle leggi dell’inerzia, e, come spinto dal proprio peso, della massa che esso è, godendo di quella massa, del peso e della velocità senza opporsi, e con questo schiantarsi sulla schiena di chi già sopporta il peso che gli è proprio. È un peso morto, come di una donna anziana che cade all’improvviso, una vecchia il cui piede è distratto da un sassolino insignificante (per noi). Ella non oppone resistenza, ma asseconda il movimento lasciandosi andare, come una pera cotta, per così dire, senza contrapporre alcuna volontà di restare in piedi, quasi rassegnata a quella caduta incipiente. Si lascia andare a braccia mollemente distese mormorando un oh di sorpresa - una finta sorpresa, in realtà non aspettava altro che finalmente cadere - schiantandosi a terra con un tonfo sordo (anche quel tonfo è umido e molle dalla pesantezza che d’improvviso è calata sulla schiena), accettando tutto senza restrizione.
Sta’ in piedi, sta’ pronto, ogni attimo potrebbe spiarti, colpirti distruggerti. Prevenirlo è il segreto. Questo passaggio è formato da tante parole da capire, da trasformare nell’anima in nutrimento, da macinare e da rileggere, tutte queste parole da comprenderne a fondo il meccanismo e i legami, da meditare; tutte parole che sono inutili, e non ci salveranno dalla stazione di arrivo. Le dovremmo gettare via e non pensarci più, non provarci nemmeno; scagliandole si avrebbe almeno l’impressione temporanea di liberarci di un peso. Invece, son sempre sulla schiena, pesanti, che schiacciano la faccia a terra e costringono all’umiliazione, a rendersi conto che si è del tutto inutili.
E poi, questi doppi occhiali, doppie lenti che affaticano i nervi e muscoli del cervello, che dolgono e bruciano nella girandola di lettere che formano parole da capire, trasformare e meditare senza mai riposo, son del tutto inutili. Togliendoseli, ci potremmo liberare dal giogo della lettura obbligata, che si muove come un respiro, un fiato che se cessa un momento subito si soffoca. Non farebbero più così male, almeno questo. Come si fa a voltare l’anima verso il sole? Ovvero, a predisporla alla luce, al farle riaprire le correnti dello spirito e del pensiero, che fluiscano nuovamente i nuovi modi di vedere parole e cose? A far sì che funzioni di nuovo? Ci si deve costantemente dire, a ogni rollio del vagone, che ogni fatto è una verità metafisica, oppure ricordarsi delle parole del poeta che di parola è morto - egli la chiave l’ha posseduta, e c’e il caso che anche noi questa volta la si possa scampare.
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