mercoledì 22 febbraio 2017

K.

Questo K. non è forse degno di stima. Lo vedo mentre toglie i manifesti, e questo è l’unico lavoro che gli ho visto fare. Si inquieta se mi fermo nel cortile a fumare, e anche se non gli rivolgo lo sguardo comincia a dar segni di nervosismo, tanto che anche io subito mi riscuoto e cerco di non farmi vedere e darmi un tono, facendo le mosse di salire ai piani alti, fingendo di aver dimenticato qualcosa che dovevo invece portare con me, per poi scendere subito, roso dalla curiosità di sapere che cosa sta facendo e se la situazione è cambiata in quei secondi di assenza - è sempre lì, intento al suo lavoro, con lo sguardo perso nel vuoto, come uno che senta un gran freddo interiore.
K. toglie i manifesti dai telai di ferro dei portoni interni delle scuderie. È un lavoro umile, inadatto a lui che parrebbe destinato alle cose più alte. Entrò in questo luogo come sospinto da una nuvola di raccomandazioni delle genti più rinomate, che vedevano in lui un genio. Non si sa se  l’attuale ridimensione del suo ruolo sia dovuta a una particolare disposizione di costui al non farsi notare, o se invece siano stati i datori di lavoro a sistemarlo in quell’angolo perché non li disturbasse con le sue visioni. Era quello un modo efficace di renderlo innocuo e nel contempo di dargli la possibilità di coltivare quei pensieri insensati che tanto lo rallegravano nell’infelicità. Quello era un compromesso che andava bene a tutti, ma non a me. Non mi piaceva che stesse lì, come appoggiato a quel portone, intento a seguire con occhi ciechi il lavorio inutile delle mani. Delle cose, ne carezza il bordo levigato, dissigillandole con cura dal resto, avvolgendole su loro stesse a formare un tubo, che diligentemente ripone in un angolo. Il suo luogo di lavoro era davanti a una porta di ferro battuto e vetro che dava su una piccola corte interna, corte che nell’edificio si trovava nell’ala più estrema. Come poteva un uomo così essere un genio? A passargli vicino si provava un freddo inspiegabile: se si tentava di attaccar discorso con un pretesto, egli non parlava se non raramente. Se ne stava lì, tutto ripiegato, il viso rivolto al muro, a far quel lavoro di attacchino, togliendo i manifesti per ripiegarli con cura. C’era forse un segreto in quei cartelli che a me sfuggiva per le troppe sensazioni, naturali per una persona normale come io mi ritenevo? O era quel luogo che gli si addiceva così tanto? Adesso lo sapevo con certezza.
Mi raccontò, tanti anni fa, una sua disavventura. Lo fece con parole smozzicate, con voce inudibile. Ripeterò la storia qui di seguito, usando le sue stesse espressioni, come se fosse lui a parlare, comunicando come attraverso una cortina che, pur falsando l’immagine di quel poco che basta a renderla irriconoscibile ne mantenga inalterate le proprietà organolettiche, gli spessori e i codici. Per facilitare il racconto, integrerò le sue poche parole con le mie, al fine di farvi capire tutto.
***
La storia narra sempre di un nome, di un titolo scritto su un taccuino, insieme nome e titolo di cui si vuole avere notizia; e con questo desiderio ci presentiamo al banco. Non si sa come, il nome o il titolo spariscono dalla scrittura in virtù di un’occhiata rapida e rapinosa: di chi è la colpa? Perché con la scomparsa di quella scrittura si sente il bisogno di distruggere il nostro nome? Amico mio, tutto è collegato.
Si tratta ancora della chiave sopra cui è scritto un nome: quella chiave, per il fatto di essere tale e di possederla attraverso l’incisione di quel nome, garantirebbe il passaggio al di là. Che cos’è una porta se non un diaframma che chiude lo sguardo? La chiave lo apre e permette la visione al di là. Chi ti ha dato la chiave? Qualcuno, ma più precisamente, essa deriva dall’uso continuato di un gesto, che si assolida quasi senza far mostra di sé. Essa accade, e da quel punto in poi si è immemori delle difficoltà fino a quell’istante sostenute. Una chiave, una tessera, un nome - ecco, tutto si chiude attorno a quel nome, diventato improvvisamente una garanzia; quel nome che, al punto in cui siamo, non dà più affidamento.
Quel nome sulla chiave, e la chiave stessa, non hanno più valore; possiamo agitarli come uno spauracchio davanti agli occhi del mondo, ma la minaccia non è più terribile - è passata, trascorsa. La porta rimane chiusa, a noi non rimane che la soddisfazione di sbatterla per fare più rumore possibile, e nel farlo pestare i piedi. Tutto si ferma lì, siamo al di fuori di quella soglia, il diaframma per noi si è chiuso. Forse non c’è nemmeno bisogno di una chiave, ma di un nuovo tipo di occhio che penetri le nebbie al di là della porta. Il fatto che ci si arrabbi e si pesti i piedi significa che non si è ancora capito nulla. Lo credevamo acquisito, invece era un fatto provvisorio.
Per recuperare quel nome, e con esso i privilegi dell’esistenza, siamo disposti anche a mostrare il lato peggiore di noi, quello che per vergogna teniamo nascosto. Lo esponiamo come a voler ricatturare l’interesse dell’Altro per la nostra permanenza in vita. Si sa che la coscienza del discepolo, quando egli è interrogato, si sente già colta in fallo come l’infante, e ciò accade perché per prima cosa non sa parlare, e poi perché non deve  mai rispondere. L’Altro lo sa, e si richiude: non è disposto a darcela vinta, corre su differenti binari, agisce secondo differente causalità. Così intenti come siamo a custodire il nome, non ce ne eravamo mai accorti, e adesso non si sa più quali carte giocare per riguadagnare ciò che si è perduto.
Da quel punto, la curva descritta dai movimenti dell’Altro comincia da allontanarsi, e a nulla valgono le grida di richiamo. Egli se ne va, la chiave nominale di cui si era possessori non ha più valore, se mai lo ha avuto, ci vien da dire. Quello che dichiaravamo immutabile, e chissà con quale coraggio lo si diceva, è invece mutato. Il nome sulla chiave o sul taccuino ce ne garantiva il possesso: ma si è mai sufficientemente scaltri per conoscersi e capire che quel nome inciso indelebilmente non vale nulla? E che la chiave apre una porta aperta? Dicono: che cosa sta facendo, crede forse di essere a casa sua? L’errore è di crederlo, e deriva dalla convinzione che esista un tutto che si possa comprendere in una singola occhiata rapida e rapinosa. La risposta dell’Altro cancella totalmente questa credenza. Attraverso quel nome si era imparato a condursi nella realtà, costeggiando il bordo legnoso delle cose fino a rintracciarne l’apertura.
E l’arrabbiatura? Essa veniva dal contrasto sussistente tra il possesso di un nome e la scarsa cura con cui fui ricevuto al banco, essendo stato servito di ciò che non avevo chiesto. Abbandonare il luogo perché le premesse non sono mantenute è sempre una questione di mercato. Chi si avvicina a una porta sentendo di essere destinato a oltrepassarla, e di fronte ad essa si ritira, rimane irrisolto. Quel discorsi resta in sospeso, e con esso anche il peso che finirà per gravare sulle cose come un freno o un’àncora, che aggancia il flusso all’istante con cui si vuole impedire lo scorrimento. Ma se l’unica risposta possibile davanti a quella soglia fosse il darle le spalle, non lo si saprà mai. A trattenerci in quell’istante è la mancanza di sapere. Si ha un bel pestare i piedi: il dubbio ci appartiene, e sarebbe stato così anche se quella soglia avessimo deciso di passarla. L’inconscio, si sa, è un notes magico dove la scrittura si conserva e si cancella da sé, dopo averci messo sull’avviso riguardo a quel limite da oltrepassare. L’insulto che segue allo sbattere della porta, insulto a cui teoricamente non è più possibile rispondere perché siamo al di qua, insulto che ci scaccia con cordiale e arrogante disinteresse, non è che il punto alla fine della frase, punto che non permette al discorso di recuperare il suo capo affinché con tale mossa si rivaluti. Non è più il tempo, ed è un bene che quel punto sia una porta chiusa che non è più possibile passare. In caso contrario, quel punto ci trascinerebbe via. È bene anche che tutto, nome chiave soglia e punto, sia scomparso, altrimenti non si saprebbe più come rimanere vivi.
***
Per K. quel luogo non era l’anticamera di una scuderia, ma la scuderia stessa dove effettuare i salti in un modo specialissimo, così adatto a lui: passava al di sotto del cavallo, rompendosi ogni volta il braccio. Per questo, ne usava uno solo per togliere i manifesti dal telaio di ferro battuto, il destro, a cui erano affissi. Perché mai rompersi il braccio? Per punizione, per non aver pensato abbastanza e scritto a sufficienza. Poteva un colpo ulteriore aggiustare ciò che un colpo aveva in precedenza frantumato? Nella sua visione delle cose, sì. Accadeva ogni volta. Egli rimaneva lì per essere più vicino possibile alla stalla, per poter saltare dentro al momento esatto in cui il bisogno e la necessità si facessero urgenti, improrogabili. Lasciava il posto di lavoro e si precipitava dentro, pronto a saltare in preda a un raptus o a una febbre.
Lavorava nella corte perché la vicinanza del luogo lo confortava, e il tempo tra una crisi e l’altra lo trascorreva tentando di distaccate i manifesti dalla porte, con lo sguardo fisso e il freddo interiore, elementi necessari alla sua calma. I primi tempi qualcuno gli faceva notare che doveva saltare al di sopra dell‘animale, e glielo diceva arrabbiandosi. Lui si schermiva senza dire nulla, convinto di aver fatto l’unica cosa che fosse capace di fare, e quindi giusta per esempio ed esclusione. Non poteva certo abbandonare quel posto scomodo, ma non si lamentava di nulla. Certe volte interrompeva il lavoro, come per riposarsi un momento: appoggiava il corpo, chinandosi su di una scrivania che era stata messa lì presumibilmente per tutt’altra ragione, forse in previsione di gettarla via, e in quella posizione restava per un po’, per poi riprendere l’inutile lavoro. Quel cortiletto freddo e spesso bagnato (le grondaie si interrompevano subito sopra la tettoia, scaricando acqua al di sotto) così stretto che il sole non riusciva a raggiungerlo per riscaldarlo e asciugarlo, era il luogo del suo lavorio mentale. Nessuna osservazione, né da parte mia né da parte di altri, dico mia perché io lavoravo al piano di sopra e ne ero in certo qual modo accostumato, avrebbe penetrato il segreto. Sembrava proprio che K. avesse cercato quel luogo per l’assenza di orizzonte, la loro cancellazione, l’impensabilità tramite la cecità dei muri alti della corte, che si apriva alla fine di un lungo corridoio addentrantesi nell’ala destra dell’edificio, quella rivolta a nord. La presenza del freddo o dei buio, lungi dallo scoraggiarlo, gli davano la forza di continuare in quell’attacchinaggio. L’eliminazione degli orizzonti era il fondamento del suo pensiero. Quell’assenza totale gli dava la forza di elevarsi, come a dirsi che solo nell’assenza totale fosse possibile l’elevazione dell’anima: si richiamava a una forza interiore, e per farlo aveva bisogno di essere cieco.
Egli era compagno a me per il fatto che entrambi frequentavamo il medesimo luogo. Ma oggi, dopo tanti anni, che cosa mai potremmo avere in comune non dico per assomigliarci ma per dirsi uomini tutti e due? Nulla, mi dico. Io e K. abbiamo però avuto qualcosa che ci unì, ma sono io il primo che a tale fatto, per me naturale come è naturale l’esser in comune e dirselo reciprocamente, prova fastidio e incredulità, come se non fosse vero. Perché come fu possibile che ciò accadde rimanendo io integro nella mente? Non è possibile. La sua vicinanza avrebbe dovuto avere maggiore effetto non solo su di me ma su chiunque: avremmo dovuto, per il fatto d’essere stati prossimi l’uno all’altro, mutare occhi così tanto che non ci saremmo riconosciuti. Ora, manifestamente, ciò non era accaduto, e non poteva certo succedere ora che i giochi si erano chiusi, e la riprova di quanto dico sta nel fatto che K. non l’ho mai conosciuto. Se lo conoscessi, però, sarebbe proprio come ho detto.

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